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 2017  marzo 19 Domenica calendario

Varietà o Scala per lui pari sono

Giulio Coltellacci fu non solo un instancabile scenografo e costumista, capace di soddisfare le richieste regali di Strehler come di Garinei e Giovannini, ma si esercitò anche da pittore, attore, fotografo, vetrinista, cuoco, grafico, arredatore: arte varia in varie-età. Tutto questo, e altro ancora (famosi i suoi scherzi telefonici di mezzanotte) diventava fonte di ispirazione: fu raffinato decoratore di teatro e di vita, le quinte della scena e quelle del quotidiano, allestiva le scale della Osiris ma anche i pannelli delle serate con amici o le segrete malinconie dei suoi amati colori autunnali.
«La sua unicità – dice Vittoria Crespi Morbio che ha curato un volume monografico di prossima uscita – era proprio il saper alternare i generi, amando sia le passerelle delle soubrette sia la gobba di Riccardo III, le sfuriate sul trono delle Elisabette ma anche Roma, nun fa’ la stupida stasera. Non si fece mancare nulla, riuscì perfino a costruire in scena, ballando e cantando, l’Arca di Aggiungi un posto a tavola. Trattava con seriosa professionalità rivista e commedia musicale, generi su cui i pedanti facevano smorfie di disappunto, mentre portava alla Scala, nei Verdi, Rossini e Donizetti un’allegra grazia, colorata spensieratezza».
Il giramondo in spyder Coltellacci iniziò a lavorare a Parigi con l’amica di sempre Franca Valeri (le ispirò la sora Cecioni, quella che sta al telefono). Il debutto arriva nel 1945 quando allestì per Guido Salvini, primo dei suoi complici, Rebecca, da Daphne du Maurier, cui si ispirò un famoso Hitchcock. A Parigi Coltellacci fa di tutto e di più: disegna le copertine di «Vogue», cura l’allestimento delle vetrine di Hermès in Faubourg Saint Honoré.
Era già trasversale quando si andava solo orizzontale o verticale e anticipò le macchine teatrali alla Luca Ronconi usandole per le illusioni della rivista. Era anche un compagno allegro di serate post-teatrali: «Gli amici storici come Lina Wertmüller, Elio Pandolfi, spesso vestito da suora, Bruno Piattelli, Paolo Tommasi, Roberto Capucci (c’è nei suoi ritratti), Francesco Rosi, Iaia faubourg Saint Honorè raccontano (e testimoniano nel libro) pezzi di vita rovistando nella memoria. Come quando di notte andavano a trovare le battone in strada e Silvana Mangano se ne stava nascosta dietro».
Vittoria Crespi, preziosa, paziente storica dell’illusion teatrale, pensava all’inizio a un piccolo libro «ma cinque minuti dopo capii che diventava un’impresa immane, cui ho lavorato tre anni e in cui non è stato facile reperire materiali spesso trascurati e dimenticati, girovagando fra Scala, Piccolo Teatro, Olimpico di Vicenza, Sistina, chiedendo aiuto». Bisognerebbe bussare dai collezionisti: Greta Garbo per esempio comprò alcuni quadri di Coltellacci in una mostra a New York e la Banca Nazionale del Lavoro gli affidò il look dell’elegantissima sede di New York, in un trasvolare dal beige al marrone.
Le prime avventure sono con Salvini, col giovane Gassman in aulici versi ed eroica calzamaglia, coi grandi nomi di allora, la Pagnani, Ricci, Ninchi, Randone. «Abbiamo cercato e spesso trovato bozzetti, disegni, foto di scena e di set perché Giulio – dice ancora Crespi – lavorò molto anche al cinema, abbinando sempre l’occhio di architetto a quello di costumista, la ragione ma anche i calcoli dell’emozione, cercando di risolvere ogni situazione, montando ascensori dietro le scale della Wandissima cui dedicò apparizioni memorabili, a cavallo di un cammello o dentro il piatto di un giradischi».
Nel 1948 si fa vivo Giorgio Strehler, giovane e leonino, che aveva fondato quel nuovo teatro a Milano con Paolo Grassi: Coltellacci gli cura le scene di Famiglia Antropus di Thornton Wilder e veste da Regina d’Inghilterra e poi da Bisbetica domata la grande Lilla Brignone, anticipando con Ratto i due storici scenografi del Piccolo, Damiani e Frigerio. Strehler, facendo due passi da via Rovello, lo porta anche alla Scala e gli affida il Cordovano di Petrassi nel 1949. «Subito con l’opera lirica è un colpo di fulmine, ci porta dentro una grazia particolare, un colore che gli veniva da dentro. La cosa buffa è come legava gli opposti: nel 1951 costruì un’enorme nave per uno spettacolo a Nervi su Cristoforo Colombo, ma nello stesso tempo ideò anche la barchetta di cartone su cui saliva Enrico Viarisio nella rivista La Bisarca, trionfale ingresso nel mondo di Garinei e Giovannini con cui resterà oltre 30 anni».
Citazioni colte alla greca per Giove in doppiopetto e Un trapezio per Lisistrata, un po’ di recherche di Broadway, Delia Scala nel mambo dei grappoli ma anche un Orfeo ed Euridice di Haydn e innesti nazionalpopolari per Rinaldo in campo, Rugantino (la famosa scena mobile circolare, il primo tapis roulant) o Enrico ’61 coi nuovi scorrevoli mobili. Gli piaceva far cambiare scena e abito in fretta, obbligava i teatranti a momenti di batticuore, patti faustiani con l’orologio. «Intanto, lasciata la Osiris, eccolo alla Scala con la Wallmann, la Bella addormentata Margot Fonteyn e Aurelio Milloss, danzatore coreografo ungherese che sembra uscito da una parodia della Valeri. E subito al Maggio fiorentino col giovane Menotti di Amahl e gli ospiti notturni diretto da Stokowski, reduce da Fantasia di Disney». Una Gran baraonda, per citare un titolo famoso del 1952 con la Wanda, il Quartetto Cetra impegnato nei baci a mezzanotte e Alberto Sordi che diceva «Mi permette Wandaosiri?» e sulle scale sussurrava cose irripetibili all’orecchio un po’ sordo della soubrette.
«Uno dei capitoli del libro – continua la Crespi – è sui divi alla ribalta, perché Coltellacci è entrato in contatto con tutti i grandi dell’epoca. Nel ’53 lavora per l’ultima recita di Ruggero Ruggeri che fu un Enrico IV a Londra, raccogliendo l’ultima standing ovation. Inizia col cinema, quando si adattavano i grandi successi della rivista, ma anche Totò a colori, primo Ferraniacolor del nostro cinema».
Nel libro ci sono molte testimonianze di amici storici e di Filippo Crivelli per cui Coltellacci ideò quel magnifico tessuto di illusioni che sono le scene e i costumi del mitico Ballo Excelsior, che benedice e troneggia nella copertina del libro e che, dopo il debutto nel ’67 al Maggio fiorentino, arrivò alla Scala e girò il mondo. Lo spettacolo è sezionato scena per scena e i costumi sono stati di nuovo fotografati, è una rincorsa di meraviglie: «L’amicizia con Giulio fu un racconto di fate, lavorare 5 mesi con lui fu – ricorda Crivelli – una grande lezione di professionalità».
E arriva il cinema, i kolossal del tempo: inizia con l’amica Silvana Mangano che lui veste sia da Circe che da Penelope e poi di nuovo peccatrice redenta in Mambo, continuando poi coi film di Petri, Rosi, entrando in confidenza sartoriale con Marcello Mastroianni che abbiglierà da Valentino in Ciao, Rudy dandogli il passaggio per il mito in un Sistina dove sedeva anche Gloria Swanson. «Al cinema – ricorda l’autrice – lavora con Petri, Rosi e Monicelli e ottiene un successone in Metti, una sera a cena di Patroni Griffi, dove veste la Bolkan che sembra già Versace. Sempre alternando i generi, viaggiando per l’Italia: a Verona cura un’ Aida con Bolchi, il Mosè a Napoli e rivisita La traviata in forma di romanzo della Belle Époque. Nelle pause fa anche l’attore ma solo per amici: per Caprioli in Parigi o cara e per la Wertmüller di Questa volta parliamo di uomini».
I favolosi Sixties del cinema, la Lisi e la Andress, le Kessler con Salerno e un Barbiere alla Scala nel ’64, sempre con grande fantasia meccanica. «Gli ultimi grandi momenti sono un Fantasma dell’Opera a Parigi e I racconti di Hoffmann sull’acqua di Montecarlo, ’82. Lo si tramanda un frou frou ma era invece molto rigoroso e lavorava sul togliere non sull’aggiungere». Amava tanto il suo lavoro che a casa si era fatto rifare in miniatura la scena girevole di Rugantino. Vita e teatro, appunto: vissero per sempre felici e contenti.