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 2017  marzo 19 Domenica calendario

Il prof, l’artista e il gommista che provano a salvare il Bronx

Dalla facciata di un negozio di pneumatici, un volto incorniciato dalla barba osserva le persone che passeggiano per le strade di Mott Haven, quartiere nella parte meridionale del Bronx. Il soggetto raffigurato si chiama Monxo Lopez, è nato a Porto Rico e vive a New York da quasi trent’anni. Lavora come professore all’Hunter College di Manhattan, dove i suoi corsi affrontano il ruolo e l’importanza che la comunità latina ha rivestito nello sviluppo culturale della società americana. Il South Bronx è ormai la sua casa ed è per questo che si è prestato al ritratto dell’amico e scultore John Ahearn.
Sin dagli anni Ottanta Ahearn racconta i newyorchesi: cattura il loro stile, le loro diversità e i loro sogni per poi restituirli in bassorilievi appesi lungo le strade della città. Tutto ha inizio nello spazio artistico Fashion Moda, aperto nel South Bronx dall’artista austriaco Stefan Eins nel 1978, dove Ahearn impiega come primi modelli le persone che frequentano la galleria. Lì conosce lo scultore portoricano Rigoberto Torres, che diviene suo collaboratore. «Mi è sempre piaciuto lavorare a contatto con il pubblico – confida Ahearn a “la Lettura” —. Le immagini che plasmo non vengono decise prima, ma nascono al momento. È l’interazione con le persone che genera l’opera».
Il procedimento da allora non è cambiato: Ahearn si serve di una sostanza viscosa chiamata alginato – simile a quella utilizzata dai dentisti per prendere l’impronta delle arcate dentali – che viene colata sulle spalle e sul viso del soggetto. Due cannucce poste nelle cavità nasali permettono la respirazione. Il materiale impiega dai venti ai trenta minuti per solidificarsi, mentre l’artista applica delle strisce di tessuto che conferiscono robustezza alla struttura. «È una sensazione speciale», racconta Monxo. «Durante l’attesa non puoi né parlare né guardarti intorno. Anche se ci sono altre persone nella stanza, i rumori giungono attutiti. Si entra così in uno stato quasi meditativo. Poi senti che il materiale si indurisce e si stacca dalla pelle. Sembra che una parte di te si trasferisca alla statua». Nel caso in cui l’opera sia pensata per l’esterno, viene aggiunta vetroresina, prima di passare alla decorazione con la pittura acrilica. Dallo stesso calco è possibile ricavare più copie, una delle quali di solito viene regalata a chi ha posato.
Nella statua che lo raffigura, Monxo tiene le braccia incrociate, a formare una X. «È un gesto che viene dalla strada e indica l’ultima lettera della parola Bronx. Rappresenta il quartiere, le persone della zona si identificano in questo segno». È un messaggio attuale, il Bronx rischia di vedere compromessa la sua unicità. Se negli anni Settanta i cronisti dicevano che the Bronx is burning (il Bronx sta bruciando), con riferimento ai livelli allarmanti di miseria e criminalità, oggi alcuni affermano che the Bronx is gentrifying, alludendo alla trasformazione del quartiere in zona residenziale, con conseguente cambiamento della composizione sociale. «I prezzi degli affitti continuano ad aumentare e l’area è sottoposta a un’ondata aggressiva di costruzioni. Sono preoccupato che le attività commerciali radicate nel quartiere da decenni possano scomparire», ammette Monxo, attivo su questo fronte con South Bronx Unite, un’organizzazione di residenti che si occupa dello sviluppo sociale ed economico dell’area.
Ecco perché il luogo scelto per la statua di Monxo non è casuale. Il negozio di pneumatici Marwa è presente da tempo nella zona e si è affermato come luogo di incontro. «Il mio studio si trova proprio sopra il Marwa Tire Shop – spiega Ahearn – e vedo sempre molte persone che entrano e si fermano a parlare. Questi posti devono rimanere, per non alterare il senso del quartiere. L’immagine di Monxo è un gesto contro il cambiamento». «La posizione rende l’opera in qualche modo interattiva – osserva Monxo —. Gli abitanti del quartiere ci passano davanti quando vanno al lavoro o portano i figli a scuola. Spesso vedo qualcuno che la commenta. Vorrei che si sentissero protetti, come se mi stessi prendendo cura di loro».
L’idea della statua, in realtà, non è recente. Da tempo Ahearn aveva avanzato una proposta, Monxo però si era sempre mostrato esitante. Solo un anno fa il primo bassorilievo è venuto alla luce, ma non è quello oggi esposto. «Il primo pezzo è stato realizzato in studio mentre eravamo soli. John riteneva che mancasse la dimensione pubblica, così circa due mesi fa abbiamo organizzato una seconda seduta durante la quale lo studio è stato aperto ad amici, alla mia famiglia e a chi desiderava entrare. La prima opera è ancora nello studio di John, vestita di una mia camicia gialla che mia moglie era stanca di vedermi addosso e ha consegnato a John di nascosto».
L’opera testimonia anche un’attenzione nuova di Ahearn per il Bronx, su cui si era soffermato all’inizio della sua carriera artistica – sui muri del quartiere sono ancora visibili lavori di quel periodo, come Double Dutch (1981-1982), che rappresenta alcune bambine mentre saltano la corda. Dopo i viaggi con Rigoberto Torres che lo hanno portato a raffigurare comunità di diverse parti del mondo – dal Brasile a Taiwan, dall’Irlanda a Porto Rico —, Ahearn è tornato a esplorare il borough più a nord di New York, che è teatro anche del nuovo progetto: «Ho scelto di ritrarre tre bambini che vivono qui. Si chiamano Miriam, Maquis e Jerome. Le loro sculture sono appena state esposte sulla facciata del centro culturale The Point». Di fianco a loro una quarta statua raffigurerà lo street artist Bio, membro della Tats Cru, gruppo di graffiti artists attivi nel Bronx da oltre vent’anni. Proprio i bambini sono stati tra i primi ammiratori dell’artista. Osservavano per ore il suo lavoro nella galleria Fashion Moda, si offrivano con entusiasmo come modelli e poi faticavano a restare fermi fino alla solidificazione del materiale. Alle loro immagini Ahearn affida un quartiere che prova a tenere stretta la sua identità.