La Lettura, 19 marzo 2017
Velázquez s’è fatto un selfie
Ormai è tra le liturgie del nostro tempo. Andiamo in un ristorante, allo stadio, a un concerto, e fermiamo quell’istante con lo smartphone; lo postiamo sui social; e lo condividiamo. In realtà dietro quel gesto si nascondono lontani rimandi storico-artistici.
1524: Parmigianino dipinge un autoritratto in cui si vedono i tratti alterati del viso dell’artista-fanciullo folgorati in uno specchio convesso, mentre tende il braccio verso di noi. 1597: Caravaggio ritrae il giovane Narciso mentre si riflette in una superficie d’acqua, che gli restituisce, nel buio, la sua stessa immagine: una fascinazione fatale. 1656: Velázquez, in Las Meninas, mette in scena un’arguta finzione: chiamato a celebrare la coppia reale spagnola, sceglie di rappresentare se stesso davanti al cavalletto, di fronte a una grande tela.
Proprio da Velázquez muove la mostra From Selfie to Self-Expression, alla Saatchi Gallery di Londra (dal 30 marzo). Che ricostruisce la genealogia culturale di un fenomeno di massa come il selfie. E, insieme, ne documenta la potenza mediatica, promuovendo anche un concorso internazionale: artisti, fotografi e appassionati sono stati invitati a inviare i loro selfie più «creativi» che verranno selezionati e premiati da una giuria e, infine, esposti nella galleria londinese. Un’occasione per interrogarsi sulle valenze estetiche e, insieme, psicoanalitiche di questo genere quasi-artistico. Che ha ribaltato la filosofia della pratica fotografica. Che non è più esito di una scelta, di una volontà, di una riflessione, di una consapevolezza. E non si dà più neanche, per servirci delle parole di Roland Barthes, come sforzo per cogliere «ciò che non potrà mai ripetersi, (…) il Particolare assoluto, la Contingenza sovrana, (…) il Reale nella sua espressione infaticabile».
Nell’età della fotografia totale siamo tutti fotoreporter in azione permanente, dotati di telefoni con due videocamere (una frontale e una posteriore), pronti a eseguire ovunque scatti nei quali appaiono frammenti di esperienze. Come appunti da accumulare compulsivamente in un diario dell’ovvio. Scorci di mondo. E soprattutto autoritratti, realizzati affidandosi proprio ai selfie. Momenti di una sorta di «estetica barbara». Possiamo gestire da soli le diverse fasi dell’editing di una foto. A differenza di quel che accadeva con gli autoscatti, ora siamo soggetti non più passivi ma attivi: intenti a mobilitare non solo l’occhio ma tutto il corpo, abili nel reggere con le mani il cellulare distanziandolo da noi, per allargare le inquadrature, individuare i punti di vista migliori, calcolare gli effetti luminosi. Questa complessa ma oramai naturale performance ci permette di curvarci sul divenire delle nostre esistenze. Operiamo come inviati speciali nel tempo dell’ipervisibilità, dove tutto sembra permanentemente connesso, accessibile, presente, mentre tendiamo a negare valori come assenza, solitudine, silenzio.
Il selfie non mira a rendere eterni eventi unici: è come un reportage in cui si raccolgono attimi indistinguibili. Non ferma barlumi straordinari: vuole assecondare il flusso delle nostre vite. Non è resoconto di quel che è avvenuto una sola volta: è registrazione di quel che accade di continuo. Ma è soprattutto un tentativo per reagire alla sparizione della corporeità che caratterizza piattaforme come Facebook e Twitter. Ritraendomi, in maniera spesso patologica, è come se dicessi: «Sono qui, questa è la mia quotidianità, questo sono io appena sveglio, quando sono a pranzo, a cena o in palestra, questi sono i miei amici, questi sono i luoghi dove vado. Eccomi, esisto». Per questa ragione Vanni Codeluppi ha interpretato il selfie come il risultato di quella tendenza alla «vetrinizzazione» che, negli ultimi decenni, ha avuto un ampio sviluppo nelle società occidentali. Si tratta di una tendenza che è il prodotto di una necessità avvertita con forza da molti individui: mettersi «in scena all’interno delle numerose vetrine in cui sono costretti a esporsi nella loro esistenza sociale e mediatica», per catturare l’attenzione degli altri.
È qui la dimensione «psicoanalitica» del selfie. Che sembra replicare l’effetto provato da Narciso mentre si contempla riflesso nell’acqua. Lo schermo dello smartphone è trasformato in specchio. Frutto di un narcisismo dilatato dalla tecnologia, il selfie ci restituisce l’immagine di noi stessi che abbiamo controllato e impaginato, accettando anche inevitabili deformazioni; ci consente di vederci come ci vedono gli altri. Si fa così sintomo di una società sempre più individualistica, abitata da uomini ipermoderni impegnati soprattutto ad auto-idealizzarsi, inclini a consacrare quasi esclusivamente se stessi, alienati in una infantile infatuazione della propria «figura», indifferenti a ogni alterità, seguaci di una religione superficiale: credono solo in un Io che ama se stesso ed è preda della sua medesima ombra. Con passione furiosa e superbia capricciosa, Narciso, ha scritto Massimo Recalcati, «vorrebbe annullare lo scarto che lo separa da se stesso negando ogni forma di dipendenza dall’Altro». E dire che tutto era cominciato con Parmigianino, Caravaggio e Velázquez.