Corriere della Sera, 19 marzo 2017
Perché viene come si cura il Parkinson
Sono passati due secoli da quando la malattia di Parkinson venne descritta per la prima volta. Sebbene non esista ancora una cura in grado di sconfiggerla, sono stati fatti passi da gigante.
«La patologia non accorcia molto l’aspettativa di vita, tuttavia dal quindicesimo anno in poi può ridurne in modo considerevole la qualità. Una diagnosi precoce e l’avvio tempestivo di una terapia mirata può però aiutare a controllare sin da subito i diversi disturbi associati» spiega Gianni Pezzoli, direttore del Centro Parkinson Pini-CTO di Milano.
Quali sono le cause?
«La malattia è collegata alla degenerazione dei neuroni dopaminergici, cellule nervose che si trovano in un’area del cervello chiamata Sostanza nera e che svolgono un ruolo molto importante nella regolazione dei movimenti, attraverso un neurotrasmettitore, la dopamina. Anche il sistema nervoso autonomico, che innerva i visceri, è parzialmente coinvolto. Nella maggior parte dei casi le cause sono sconosciute, tuttavia si pensa che siano coinvolti fattori genetici e ambientali. Nel 4-5 per cento dei casi è evidente la componente genetica: a oggi sono stati identificati più di sette geni associati alla malattia che, di solito, in questa minoranza di pazienti, insorge in giovane età, anche prima dei 40 anni. In un altro 15-20 per cento, c’è una familiarità importante che però non è determinante, come emerso dagli studi sui gemelli omozigoti (identici) in cui molto spesso uno sviluppava la malattia e l’altro no. Questo fa pensare all’influenza di altri fattori, dall’esposizione a sostanze chimiche (pesticidi, alcuni farmaci, ecc.) all’incontro nella vita di virus e batteri diversi, in grado di causare modificazioni epigenetiche (capaci cioè di alterare l’espressione dei geni). Sta di fatto che in chi soffre della malattia di Parkinson si assiste all’accumulo in molte cellule nervose del corpo di una proteina, chiamata alfa-sinucleina, e a una diminuzione dei neuroni che producono dopamina e noradrenalina, con conseguenze soprattutto sul movimento e la postura, ma anche sull’intero organismo».
Quali sono i sintomi caratteristici?
«Il disturbo più tipico è la bradicinesia, cioè la difficoltà e la lentezza nei movimenti. Altri sintomi precoci sono la rigidità muscolare, dovuta a un aumento involontario del tono muscolare, e il tremore a riposo. Di solito all’inizio questi disturbi riguardano un solo lato del corpo, ma con il passare del tempo arrivano a coinvolgere anche l’altra parte. Esistono poi dei sintomi tardivi, che fanno la loro comparsa soprattutto tra il decimo e il quindicesimo anno di malattia. Tra questi rientrano l’andatura strisciante, la postura curva, la facilità alla caduta, le variazioni consistenti nella capacità di movimento durante la giornata e i movimenti involontari. In passato si pensava che questi ultimi due sintomi dipendessero dall’entità dell’uso del farmaco cardine (la levodopa), sia in termini di dosi sia di durata della terapia. Per questo motivo, fino a qualche tempo fa i neurologi erano restii a prescriverla subito. In realtà si è visto che l’insorgenza delle complicazioni motorie è indipendente dalla durata della terapia a base di levodopa, ma strettamente legata alla progressione naturale della malattia. Pertanto oggi si tende ad avviare sin da subito una terapia a basso dosaggio con levodopa, a cui si possono associare altri farmaci: i dopaminoagonisti, all’inizio, e quindi gli inibitori della degradazione della levodopa».