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 2017  marzo 19 Domenica calendario

«Sono pronto a morire per Allah». Terrore all’aeroporto di Parigi

PARIGI Alle 8 e 25 di ieri mattina, al primo piano del terminal Sud dell’aeroporto parigino di Orly, un uomo punta una pistola alla tempia di una soldatessa davanti a due altri militari in pattuglia: «Posate le armi, sono qui per morire per Allah, in ogni caso ci saranno dei morti».
Ziyed Ben Belgacem, francese nato a Parigi in una famiglia di origine tunisina, 39 anni di cui molti già passati in prigione, riesce a sottrarre alla soldatessa il fucile d’assalto Famas ma nella lotta cade a terra e mentre si rialza i due soldati gli sparano addosso tre colpi, uccidendolo. Tutto finito in due minuti, non ci sono altre vittime.
Nello zaino ritrovato a terra vicino a lui ci sono una tanica di benzina, un accendino, un pacchetto di sigarette, 750 euro e una copia del Corano.
L’aeroporto viene chiuso ed evacuato, gli aerei in partenza bloccati a terra, quelli in arrivo dirottati nell’altro scalo parigino Charles De Gaulle. Gli artificieri controllano che non ci siano bombe o cinture esplosive, le forze dell’ordine – 500 tra agenti semplici, polizia di frontiera e forze speciali – cercano eventuali complici, che non ci sono. Alle 13 l’operazione di polizia a Orly si conclude. Ziyed Ben Belgacem ha fatto tutto da solo.
L’ultima giornata del rapinatore, ladro, trafficante di droga e di recente anche aspirante jihadista comincia prima dell’alba, dopo avere dormito poche ore: alle 3 della notte tra venerdì e sabato era in un bar di Vitry con un cugino. Ieri mattina esce di casa a Garche-Lès-Gonnesse, nella periferia Nord di Parigi, e viene fermato subito dalla polizia perché la sua Renault Clio bianca va troppo forte e a fari spenti. Belgacem dà i documenti, ma mentre l’agente li controlla lui gli spara in volto con una pistola a pallini.
La Clio riparte, verso Sud. Alle 7 e 16 l’uomo telefona a casa, parla con il padre e il fratello: «Ho fatto un guaio», dice.
Belgacem ritorna nel bar di Vitry lasciato da poche ore, minaccia di prendere ostaggi in nome di Allah, poi spara di nuovo senza colpire nessuno. Risale in macchina ma la abbandona dopo cinque chilometri. Punta la pistola contro una donna, in auto con la figlia, la obbliga a cedergli la sua Citroën C4, e a quel punto si dirige ancora a Sud, all’aeroporto di Orly, dove parcheggia alle 8 e 06, secondo la ricostruzione del procuratore di Parigi, François Molins. Non è ancora chiaro se Belgacem sia uscito di casa al mattino con l’intenzione di fare una strage a Orly, o se l’idea di cercare il martirio finale si sia affacciata nella sua mente dopo il controllo stradale finito male.
L’uomo era in libertà vigilata dopo una rapina. Nel 2012 era stato segnalato come «radicalizzato» in carcere e per questo il suo appartamento era stato perquisito dopo le stragi del 13 novembre 2015. Ieri l’appartamento è stato di nuovo perquisito, e gli agenti hanno trovato cocaina.
Resta la questione dell’efficacia dell’operazione Sentinelle, oltre 7.000 mila soldati che pattugliano i luoghi affollati di tutta la Francia. Scudi o bersagli?
Il ministro della Difesa Jean-Yves Le Drian, in imbarazzo, ieri ha detto che il terrorista ha cercato sì di strappare il mitra alla soldatessa, ma senza riuscirci. Qualche ora dopo, una foto mostra il cadavere di Ziyed Ben Belgacem, sdraiato sulla schiena, il fucile d’assalto Famas sul petto.
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Ha ucciso i parenti che volevano fermare la sua corsa verso l’Isis 
PARIGI Ha ammazzato il padre nella corte del palazzo moderno dove abitavano in rue de Montreuil, nell’XI arrondissement di Parigi, lo stesso quartiere delle stragi del 13 novembre. E il fratello minore nell’ingresso, accanto alla cassetta delle lettere. Gridava Allah Akhbar, e un testimone racconta «ho sentito le grida in arabo allora mi sono affacciato alla finestra e ho visto l’orrore: un uomo in djellaba (la tunica tradizionale musulmana) stava addosso a un altro uomo e stava finendo di ucciderlo». 
L’assassino è Ramzi D., trentunenne nato a Parigi in una famiglia originaria di Tataouine, nel Sud della Tunisia. I poliziotti l’hanno trovato con la tunica rossa di sangue, accucciato vicino al cadavere del padre mentre piangeva e recitava versetti del Corano. 
Una tragedia famigliare, ma di un tipo speciale. Ramzi da una parte e il padre (63 anni) e il fratello (29) dall’altra non andavano più d’accordo da quando il primo aveva deciso di vivere secondo i precetti del Corano interpretati nel modo più letterale e rigoroso possibile. Soprattutto, Ramzi rimproverava il fratello per lo stile di vita troppo libero e all’occidentale, mentre lui parlava di partire per la Siria e l’Iraq a dare aiuto allo Stato islamico in difficoltà militare dopo le offensive della coalizione. 
Padre e fratello hanno avuto il coraggio di denunciarlo al commissariato, e per questo Ramzi era finito nello schedario «S», cioè segnalato come una possibile minaccia alla sicurezza nazionale. 
Questa sarebbe la causa della lite famigliare. Padre e fratello avevano seguito le raccomandazioni delle autorità, che in una Francia ancora sottoposta allo stato di emergenza chiedono ai cittadini di esercitare la più grande vigilanza possibile e di denunciare i comportamenti sospetti di conoscenti e famigliari. Il figlio maggiore ha voluti punirli per il loro modo di vivere, e perché volevano impedire a lui di fare la jihad, la guerra santa. 
L’assassino è ora agli arresti in ospedale psichiatrico, perché è apparso in stato confusionale a poliziotti e soccorritori. Questo non diminuisce la pericolosità della minaccia terroristica: con gli appelli a colpire con ogni mezzo e ovunque rivolti ai musulmani, l’Isis recluta soldati con grande facilità, offrendo a tutti la causa universale della «guerra ai miscredenti».