il Fatto Quotidiano, 20 marzo 2017
L’Afghanistan adesso è il nuovo Vietnam
Dietro ognuno dei bambini di strada, che approcciano gli automobilisti per chiedere l’elemosina lungo i vialoni di Kabul, si nasconde un potenziale attentatore. In Afghanistan vengono assoldati dai gruppi terroristici per piazzare bombe magnetiche sotto furgoni e Suv fermi in coda. Lo scorso 13 marzo un pulmino è saltato nelle vicinanze dell’aeroporto internazionale, facendo 4 vittime e una dozzina di feriti. Pochi giorni prima un attacco all’ospedale militare ha provocato, ufficialmente, 30 morti e 60 feriti: “Il bilancio è molto più grave, almeno 400 tra morti e feriti, il governo nasconde i veri numeri per non peggiorare il senso della sconfitta”, ci racconta un medico bene informato di Kabul.
All’ingresso di qualsiasi obiettivo sensibile, le guardie armate infilano uno specchio attaccato ad un bastone sotto i veicoli per trovare le bombe. Succede anche ad ogni check-point per penetrare nel fortino della missione Rs (Resolute Support) della Nato, nella Green zone degli occidentali, sigillata da quattro barriere di T-wall, rialzate da 4 a 6 metri per “sopraggiunti problemi di sicurezza”. Ogni pezzo del muro costa 1.500 dollari. “Si proteggono lì dentro, perché sanno di aver sbagliato. Ho 31 anni e sono cresciuto nella guerra”, commenta Ahmat, un autista di etnia tagika.
In uno spicchio di Kabul, brulla e polverosa, appollaiata a quasi 2mila metri, si concentrano tutte le contraddizioni di una missione deficitaria giunta al bivio. I target non sono stati raggiunti e il calo di intensità della missione ha evidenziato il deterioramento generale della sicurezza, a Kabul come nel resto dell’Afghanistan. La capitale è una polveriera, polizia e militari afghani, allenati dagli occidentali, incassano colpi senza reagire e nel resto del Paese è anche peggio. Il 30-40% del territorio è nelle mani degli ‘insorti’, come vengono chiamati in Afghanistan i talebani e gli altri movimenti ostili al governo-fantoccio Ghani-Abdullah. L’Helmand è stabilmente nelle mani dell’Emirato Islamico dei talebani, così come le province a nord-est. Insorti sempre più forti tra Farah e Shindand, poco a sud di Herat, dove operano gli italiani, mentre nella provincia orientale di Nangarhar, tra Jalalabad e il mitico passo Khyber, si stanno concentrando preoccupanti sacche di Daesh.
Gli americani non lo ammetteranno mai, tuttavia, quarant’anni dopo, la campagna afghana avviata dopo l’onta dell’11 settembre si sta trasformando sempre di più in un Vietnam-bis. L’Oriente, certo non porta bene agli Usa.
I tempi dell’invasione dell’Afghanistan per dare la caccia a Osama bin Laden e ad un pugno di terroristi sono lontani. Il leader di al-Qaeda è morto il 2 maggio del 2011 dopo il blitz militare statunitense nel suo compound di Abbottabad, in Pakistan. Gli altri due principali obiettivi, esportare la democrazia e la civiltà occidentale ed eradicare le coltivazioni di papavero da oppio, sono falliti: in Afghanistan il governo non è eletto dalla sua gente, ci sono sempre più donne oscurate dai burqa e dal 20 dicembre 2001 (attivazione della missione Isaf, trasformata in Rs nel 2005) ad oggi la produzione di eroina è triplicata.
L’unico dato in costante calo è il contingente della missione Nato, di fatto a guida Usa. Da quasi 60mila unità, a meno di un sesto; da operazione militare a missione di supporto e formazione di polizia ed esercito afghani. La prima deadline era stata fissata per il 2014, ora si parla, con insistenza del 2020, sebbene il nuovo padrone della Casa Bianca, Donald Trump, abbia annunciato un rafforzamento della missione, accogliendo le richieste del comandante in capo delle forze Nato di Rs, John Nicholson, che conta circa 7mila americani. Il resto sono italiani, tedeschi e turchi.
La vigilanza della base è garantita da 500 georgiani, a supporto ci sono soldati di oltre 30 Paesi, tra cui Macedonia, Armenia, Mongolia, Norvegia, Azerbaijan, Estonia e 1 lussemburghese. È assordante il silenzio lasciato da francesi e spagnoli, oltre al disimpegno britannico.
Il cuore della base Nato è il suo campo da baseball/football utilizzato come elipista. Ogni giorno decine di elicotteri decollano e atterrano da e per l’aeroporto internazionale di Kabul, un comodo servizio taxi per evitare il rischio attentati al personale americano. All’interno il quartier generale e le palazzine per ciascun comando. Ci sono palestre, bar e ristoranti, tra cui spicca Ciano, la pizzeria in franchising presente in tutte le basi militari, dove si possono gustare primi surgelati, negozi con prezzi da boutique. Addirittura un centro commerciale dove acquistare prodotti locali e, il venerdì, un mercato all’aperto con venditori selezionati.
Vicino alla Green zone c’è il quartier generale di Abdul Rashid Dostum, controverso politico afghano di origini uzbeke, in auge già ai tempi dell’invasione dell’Urss alla fine degli anni ’70, oggi vicepresidente dell’Afghanistan. Nei mesi scorsi, Dostum è stato accusato di aver fatto rapire, seviziare e torturare un suo avversario politico. Da allora la giustizia afghana sta cercando di stanarlo, ma lui resta rintanato nel suo fortino, protetto da un esercito personale di alcune migliaia di elementi.
A proposito di scomodi personaggi della storia afghana, entro poche settimane dovrebbe rientrare a Kabul, dall’Iran, Gulbuddin Hekmatyar. Fondatore del partito Hezb-i-Islami, paramilitare, ex mujaheddin, antisovietico, ma anche vicino alle posizioni talebane, ha siglato un accordo di pace col presidente Ashraf Ghani che l’ha fatto rientrare dall’esilio per collaborare con le autorità di Kabul. Tra i suoi avversari politici c’era Ahmad Shah Massoud, il ‘Leone del Panshir’, l’unico eroe afghano dei tempi moderni, assassinato il 9 settembre 2001.
La sua immagine campeggia ovunque a Kabul, una sorta di culto della personalità post mortem: “Partecipare alla ricostruzione di un Afghanistan libero e indipendente è stato il mio sogno più caro”, c’è scritto sul murales del terminal domestico dell’aeroporto internazionale.