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 2017  marzo 20 Lunedì calendario

Carissimo bebè: fino a 15mila euro di spesa per il primo anno

Sempre meno italiani e sempre meno bambini. Nei giorni scorsi l’Istat ha mostrato un altro lato della devastante crisi economica che attanaglia l’Italia: la natalità, ancora una volta, affossa il Paese. Nel 2016 le nascite sono state solo 474mila, in ulteriore diminuzione rispetto alle 486mila del 2015. Cosa succede? L’elevato tasso di disoccupazione giovanile, la mancanza di lavoro e un welfare che assomiglia più a una coperta corta costringono molte coppie a rimandare o a rinunciare ad avere figli. Del resto l’Italia spenderà pure il 21,4% del Pil nel sociale, ma in aiuti alle famiglie destina solo il 2% del Pil (dati Ocse) diviso tra agevolazioni fiscali (0,5%), servizi (0,8%) e aiuti in denaro (0,7%). Tutto il resto è fagocitato da pensioni e sanità.
La via per uscirne è chiara: un mix di interventi (ad esempio nidi, congedi genitoriali, sgravi fiscali) che fa aumentare le nascite e la partecipazione femminile al lavoro, proprio come accade in molti paesi europei. Fino a quando non si imboccherà questa strada, in Italia avere figli continuerà a essere un investimento economico, alla stregua di un mutuo. Tanto che dall’annuale indagine svolta da Federconsumatori risulta che nel primo anno di vita di un bambino si arriva a spendere da un minimo di 7.072,9 euro a un massimo di 15.140,76 euro.
La botta più consistente viene dai bisogni primari del bambino: latte, pappine e pannolini. In particolare, per il cibo si calcola una spesa che va da 1.728 euro a 3.696, mentre per i pannolini si parte da un minimo di 732 euro fino a 1.104. Bisogna poi considerare l’abbigliamento (fino a 2.892 euro), il lettino (700 euro), il seggiolone dell’auto (220 euro), i biscotti (246 euro), i giocattoli (791 euro) e il tris (passeggino+carrozzina+ovetto) per cui si devono mettere in conto 718 euro. Poi ci sono vaccini e visite mediche che assorbono un budget che oscilla tra 732 e 1.104 euro. Vanno, inoltre, aggiunti i costi che si sostengono prima della nascita (tra test di gravidanza, analisi del sangue, visite, ecografie e i vari integratori da assumere) per un totale di 2.073 euro.
Altro tasto dolente. Dopo la maternità, dovendo tornare al lavoro, più di tre coppie su dieci sono costrette a chiedere aiuto al vero welfare italiano: i 12 milioni di nonni che si occupano quotidianamente dei nipotini. O a pagare asilo nido privato (fino a 788 euro al mese) o baby sitter a tempo pieno (si va da un forfettario fisso di 6,5 euro all’ora ai 12,65 euro orari se saltuariamente).
Eppure negli ultimi mesi il governo va ripetendo che oggi, come mai in passato, è possibile risparmiare in maniera significativa se si è alle prese con un bebè. E non stiamo parlando di abbattere i costi grazie al prestito di oggetti tra amici o sui gruppi di Facebook. Si tratta di alcune forme di sostegno messe in campo per affrontare i costi del mantenimento di un figlio, anche se sono basate su un sistema iniquo che affida gran parte degli aiuti alle detrazioni (escludendo perciò gli incapienti che hanno un reddito fino a 8.000 euro) e amplia la differenza di trattamento tra lavoratori dipendenti e autonomi. Sempre se si hanno i requisiti per richiedere gli aiuti. Ecco quali sono.
Premio nascita: dal settimo mese di gravidanza o all’atto dell’adozione le mamme possono richiedere all’Inps un assegno una tantum di 800 euro; non ha vincoli Isee.
Bonus bebè:come nel 2016, vengono erogati 80 euro al mese (960 euro l’anno) dalla nascita del bambino fino a tre anni d’età, ma è legato al reddito Isee che deve essere inferiore ai 25.000 euro. Può raddoppiare a 160 euro mensili se il reddito è inferiore a 7mila euro. La domanda va presentata all’Inps per via telematica.
Bonus asilo nido: vale 1.000 euro l’anno, corrisposti in 11 mensilità, per i nati nel 2016 e serve per il pagamento delle rette di asili nido sia pubblici che privati per un massimo di tre anni. Non è legato al limite di reddito.
Unica condizione, pena una riduzione proporzionale dell’aiuto: il bimbo deve rimanere iscritto al nido per tutto l’anno. Il beneficio non è però cumulabile con i voucher baby sitter e asilo nido, né con la detrazione Irpef del 19% (fino a un massimo di 632 euro annui) per l’iscrizione al nido.
Voucher baby sitter e nidi Le mamme lavoratrici dipendenti possono ottenere 600 euro per 6 mesi (3 mesi per autonome e libere professioniste) se, terminato il periodo di congedo tornano al lavoro rinunciando al congedo parentale (stipendio al 30%). Nel 2016 c’è stato qualche intoppo: il fondo da 320 milioni di euro si è esaurito ad agosto, lasciando fuori le mamme che hanno partorito più tardi, e il bonus per le autonome è scattato a settembre. Quest’anno l’aumento delle risorse spalmate su un biennio (40 milioni di euro) dovrebbe evitare discriminazioni.