Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  marzo 20 Lunedì calendario

Alto Adige, il tricolore si ritira da Bolzano

Die leidende Minderheit”. La minoranza sofferente. Arrivi a Bolzano, Bozen se preferite, e trovi il titolo sul giornale tedesco FF. Ma c’è una sorpresa: la minoranza che soffre non è quella sudtirolese. È la gente di lingua tedesca – in provincia di Bolzano il 69,6% della popolazione – che invece si interroga sul malessere degli italiani (25,8%). Un male sottile perché, dice la giornalista e scrittrice Oktavia Brugger, “non sembra avere un oggetto concreto”. Per dirla con lo scrittore Alessandro Banda: “I miei concittadini di lingua italiana si lamentano. Ma di cosa? Anche loro hanno lavoro e casa. Cosa vogliamo di più? Non so”. Già, a guardarla così, dal punto di vista concreto, del benessere, chi viene dal resto d’Italia non trova spiegazione: una qualità della vita ai vertici, un tasso di disoccupazione sotto il 5%. Secondi in Italia per gli stipendi privati (32mila euro). Ma non ci sono solo dati: bisogna venirci, camminare per via Portici così pulita che altrove se lo sognano, con le facciate linde e colorate. O raggiungere piazza Duomo con i ragazzi in bici che corrono tra alberi in fiore e i bar dove ci si gode la primavera.
Da dove nasce la sofferenza? Subito si affaccia la vecchia risposta: il contrasto tra popolazioni di lingua italiana e tedesca che va avanti dal 1920. Proprio questa settimana si deciderà la battaglia dei toponimi: 1.526 nomi di luoghi che dovrebbero diventare tedeschi. Da mesi ci si divide. Non solo in Alto Adige: Italia-Germania, nella semplificazione dei tifosi. Con l’accusa che il centrosinistra abbia ceduto ai sudtirolesi per beccarsi i voti al referendum: Bolzano è stata la provincia dove il “sì” ha preso la percentuale più alta (63,7%). “È un elenco della vergogna. Approvarlo significherebbe cancellare nomi noti ed usati”, sostiene Alessandro Urzì, consigliere provinciale di Alto Adige nel Cuore. Ribatte Sven Knoll del Sud Tiroler Freiheit: “Parliamo di nomi che sono tedeschi da sempre. Rispettiamo l’identità. E lasciamo che la gente decida tra Italia e Austria, serve un referendum come in Scozia”, chiede Knoll. Basta visitare la sede del suo partito, quello della pasionaria Eva Klotz, per farsi un’idea: alle pareti una bandiera austriaca con la scritta “Süd Tirol ist nicht Italien”. La segretaria ti indica i mobili e dice fiera: “È tutto bianco e rosso, non c’è niente di verde”. A parte una bella pianta sfuggita allo zelo dell’arredatore.
Di certo la cancellazione dei toponimi italiani non è un passo in avanti. È un gesto miope. Ma se peschi nel passato non ne esci più: “Durante il Fascismo e nel Secondo Dopoguerra per i sudtirolesi è stata dura. Poi, con l’accordo del 1972, la situazione si è un po’ capovolta”, racconta Riccardo Dello Sbarba, consigliere provinciale dei Verdi, unico partito senza base etnica. Già, così non si va lontano. “Per non dire del paradosso dei nazionalismi, per cui in Alto Adige nazisti e fascisti sono gli uni contro gli altri”, ricorda Francesco Comina, presidente del Centro per la Pace di Bolzano. Un mese fa il Sudtiroler Freiheit ha consegnato un busto del Duce al sindaco di Bolzano, Renzo Caramaschi (che l’ha cacciato in terra). Ma è da qui, dal confronto con la comunità di lingua tedesca, che nasce la sofferenza italiana? O invece quella che tutti credono la causa è la conseguenza. Oggi gli italiani si scoprono ininfluenti: in politica, economia, passando per scuola e informazione.
In Alto Adige l’Italia sembra aver firmato la resa. Venerdì, Consiglio Provinciale: in aula 5 consiglieri italiani su 35. La destra sudtirolese da sola ne ha 10. Colpa dello strapotere tedesco o dell’Italia? “I partiti italiani sono stati colpiti da scandali e scissioni. Così la comunità italiana ha smesso di votarli e i cittadini di lingua tedesca sono più rappresentati”, sostiene Christian Franceschini, cronista sudtirolese che, però, con le inchieste ha puntato il dito anche contro il potere della sua comunità.
E non c’è soltanto la politica. Eccoci all’edicola della stazione: uno accanto all’altro il Dolomiten, storica testata di lingua tedesca, e l’Alto Adige, punto di riferimento degli italiani. Pochi mesi fa, il gruppo L’Espresso ha ceduto l’Alto Adige. A chi? Alla Athesia, società della famiglia Ebner già proprietaria del Dolomiten. Insomma, la voce delle due comunità è tutta in mano allo stesso imprenditore, quel Michl Ebner, esponente del Südtiroler Volkspartei (Svp, lo storico partito autonomista). Suo fratello Toni è il direttore del Dolomiten. E non basta, perché Athesia è proprietaria del Trentino, quotidiano italiano di Trento. “Un impero. Restano l’Adige pubblicato a Trento e le edizioni locali del Corriere della Sera”, racconta Paolo Ghezzi che dell’Adige è stato direttore. Ma seguendo il filo della famiglia Ebner scopri che l’Italia si ritira dall’economia. Michl Ebner è anche presidente della Camera di Commercio di Bolzano.
“Negli Anni 60 l’economia dell’Alto Adige si reggeva sulle grandi industrie che davano lavoro soprattutto agli italiani. C’erano Falck, Lancia e Iveco”, racconta Dello Sbarba. Poi il mondo si è capovolto: “Oggi la forza è nella piccola e media impresa, nel turismo delle valli in mano a tedeschi e ladini”.
Basta uscire dalla “bolla” di Bolzano, dove il 73% dei centomila residenti parlano italiano, ed esplorare il resto della Provincia dove vivono gli altri 400 mila abitanti. Ecco, Laurein – o se preferite Lauregno – con le sue case planate su prati di un verde perfetto.
Qui la domenica per la strada il 99,7% della popolazione parla tedesco. A Corvara, dove le seggiovie macinano milioni ogni giorno, gli italiani sono il 4%. I ladini, che a livello provinciale sono il 4,5, arrivano al 91. L’oro dell’Alto Adige si produce qui. E gli italiani sono ancora una volta esclusi.
“Il problema è che i tedeschi spesso ti fanno sentire che loro sono i padroni. Il disagio degli italiani è innegabile”, sostiene Donato Seppi, figura storica della destra italiana locale e oggi sindaco di Ruffrè-Mendola. Aggiunge: “Che il bilinguismo sia necessario lo dico pure io. Ma non si può accettare l’obbligo del bilinguismo per ogni livello di lavoro nel pubblico impiego, così come il sistema proporzionale tra le comunità. Ormai nella sanità è più importante sapere il tedesco che saper curare”. I tentativi degli italiani per riequilibrare la situazione si trovano di fronte le porte chiuse dei sudtirolesi. Il parlamentare Francesco Palermo (studioso e senatore Pd) oltre ad aver portato avanti la proposta della toponomastica ha presentato un progetto di legge per una scuola bilingue: “I tempi sono maturi, soprattutto in città. Senza nulla togliere agli istituti tradizionali”.
Ma i partiti sudtirolesi sono contrari. Oggi l’istruzione si regge su scuole tedesche, italiane e ladine. Ogni comunità frequenta la propria. Ma nei piccoli paesi, dove gli italiani sono pochi, capita che debbano frequentare gli istituti tedeschi. Poi ci sono le coppie miste (15%). E spesso gli italiani cedono. “Guardate che oggi i giovani sono molto più integrati, gente come me ha amici di lingua italiana o tedesca, senza differenze. Anzi, siamo più avanti di molte altre città”, è convinto Max Benedikt, medico impegnato nel sociale e presidente della cooperativa che gestisce il sito bilingue salto.bz. Non è un quadro idilliaco? “È vero che gli italiani si stanno un po’ ritirando. Che hanno lasciato le leve della politica ai sudtirolesi, ma anche perché si sono convinti che così funziona bene”. Verrebbe da dargli ragione scorrendo le statistiche sulla soddisfazione della gente verso i servizi pubblici: il 90% è contento dei trasporti, l’86,9 delle amministrazioni comunali, l’80 della sanità. E poi bisogna vedere, respirare. Come quell’odore di legno e trucioli che senti nelle aule di Monguelfo e Dobbiaco, dove vengono insegnanti di mezza Italia per scoprire che un’altra scuola è possibile. Che i soldi pubblici si possono investire bene (472 euro l’anno per alunno). Vale anche per l’università: “Noi abbiamo insegnamenti trilingui, italiano, tedesco e inglese. La nostra sfida è cercare di entrare nella città. Il confronto tra comunità aiuta”, racconta Paolo Lugli che da professore a Monaco è tornato per fare il rettore a Bolzano (3.500 studenti, il 13% viene dall’estero). È vero, c’è un Alto Adige che cresce senza barriere, lo vedi nella lingua. Lo slang di Bolzano raccolto in un dizionario dal giornalista Paolo Cagnan: gli euro, per dire, sono diventati oiro, rimasticando il tedesco. Ma il disagio resta. È lontana l’integrazione sognata da Alexander Langer, il verde altoatesino che si è battuto per la convivenza fino all’ultimo giorno, con passione e sofferenza.
“Spaesati” era il titolo di un libro di Lucio Giudiceandrea. Proprio così. Colpa dello scontro con i sudtirolesi, viene da pensare ascoltando l’impiegato di un comune della Val di Funes: “Noi siamo felici di accogliere ospiti stranieri: francesi, inglesi e italiani”.
Torniamo nel centro di Bolzano, intorno senti la gente che parla italiano. Una cosa ti colpisce: non c’è accento, come invece nelle altre parti d’Italia. Certo, qui la gente è arrivata da tante regioni, ha dovuto mediare anche sulla lingua. Ma non solo. Forse il malessere della nostra comunità nasce da qui, come dice Attilio Guadagni, studente: “Per sentirsi italiani bisogna capire che cosa significa oggi”.
L’ago della bilancia saranno gli immigrati: il 10%, più dei ladini. Dovranno decidere a che comunità appartenere. Cinesi e africani scelgono l’Italia. Dall’Est preferiscono il tedesco. Forse la salvezza sarà nell’accoglienza.