La Stampa, 19 marzo 2017
Il flop delle unioni civili per le coppie eterosessuali
A Napoli si sono registrate nove nuove coppie di fatto, una per ogni mese. A Roma il doppio, 17, quasi due al mese. A Torino è andata meglio, 85. E Milano è stata la piazza dove la nuova legge sulle unioni civili è stata più utilizzata, 364 coppie hanno chiesto la registrazione in Comune. Nove mesi dopo la sua approvazione, sembra ancora un oggetto sconosciuto la normativa che oltre alle unioni omosessuali regola anche quelle etero attraverso lo strumento delle convivenze di fatto.
Un oggetto sconosciuto, composto da un unico articolo formato da 67 commi. Uno strumento giuridico poco chiaro anche nell’aspetto formale, pieno di trabocchetti legali e comunque di scarsa utilità sostengono gli avvocati che in questi mesi hanno analizzato le nuove norme e provato a dare consigli ai loro clienti su come utilizzarle.
Alessandro Simeone, avvocato esperto in questioni di famiglia sembra piuttosto scettico: «Le norme sulla convivenza sono nate per mettere fine alle tristi vicende che riguardano le coppie di fatto ma non è detto che ci riescano. La legge è scritta così male che darà sicuramente dei problemi per gli alimenti: dovrà intervenire la giurisprudenza per far capire a chi spettano. È soprattutto una legge di cui non si ha conoscenza. In tanti nemmeno sanno che esiste o non hanno idea di quali diritti preveda. Ci siamo concentrati molto sulle unioni civili che riguardano le coppie omosessuali, numericamente meno rilevanti. La parte più importante da un punto di vista statistico è quella sulle coppie di fatto ma è mancata l’informazione».
Anche Stefano Molfino, avvocato matrimonialista, non è ottimista: «Parliamo di un rapporto fattuale che per definizione sfugge alle formalità. Ma la legge non permette di capire se si considerano conviventi coloro che hanno realizzato una dichiarazione specifica o se basti essere nello stesso stato di famiglia. Non si capisce, insomma, se la dichiarazione sia una prova o un fondamento. La mia opinione è che la dichiarazione di convivenza di fatto sia solo un elemento di prova della presenza del rapporto familiare, ancorché di fatto, come già affermato dalla nona sezione del Tribunale di Milano».
Già questo basta a capire che ci si prepara a un futuro di ricorsi e di sentenze molto conflittuali. «La domanda più frequente che ci pongono è: sono stata per trent’anni con un uomo, ora mi ha mollata per un’altra più giovane. Quali sono i miei diritti? Di fronte a questa domanda così diffusa la legge non fornisce adeguate soluzioni. Il legislatore, con la Legge 76 del 2016, non ha fatto altro che cristallizzare alcuni orientamenti giurisprudenziali che prevedevano diritti come il risarcimento del danno a favore del convivente, l’accesso ai dati delle cartelle cliniche, la successione nel contratto di locazione. E ne ha introdotti altri: ad esempio quello di rimanere nella casa del convivente defunto e il diritto di ricevere gli alimenti dal convivente, che comunque rappresenta una garanzia inferiore rispetto al diritto al mantenimento previsto nel caso in cui a separarsi sia una coppia sposata. E si tratta comunque di un diritto attenuato. Vengono tutelati innanzitutto i figli e i genitori. Soltanto dopo eventualmente gli alimenti spettano al convivente».
Fin qui la legge. Ma restano fuori ancora troppi aspetti che rappresentano la normalità della vita di chi si separa. «In questi casi sono le sentenze a dare qualche informazione in più. A gennaio è arrivata la prima sentenza che ha previsto in caso di separazione il diritto di chiedere gli alimenti da parte del convivente in difficoltà economiche. Si applica solo alle coppie che si sono lasciate dopo l’entrata in vigore della legge». E si dovrebbe applicare a tutte quelle coppie, omosessuali o etero, legate da un legame affettivo, che abbiano deciso di vivere nella stessa casa. Almeno fino alla prossima sentenza contraria, in mancanza di chiarezza su questo punto nella legge.
Anche più difficile la situazione in caso di eredità. «Al convivente superstite non spetta nulla – spiega l’avvocato Molfino – a meno che l’altro non abbia fatto testamento. In quel caso gli spetterebbe la quota disponibile, fermi restando i diritti successori degli eredi legittimari. Quindi, se si vuole lasciare qualcosa al proprio convivente, bisogna fare testamento».