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 2017  marzo 19 Domenica calendario

L’inedita sfida del presidente Xi. L’ultimo comunista alfiere della globalizzazione

Per l’oroscopo cinese il 2017 è l’anno del gallo, l’indovino dice che porterà nuove sfide che andranno risolte con buon senso. Aldilà degli auspici, gli equilibri mondiali così come li conosciamo saranno soggetti a cambiamenti di cui nessuno conosce la portata. E la seconda economia vuole affrontarli in prima linea, un modo per nascondere sotto il tappetto i problemi interni e l’appuntamento politico più importante a cui partecipa la leadership ogni cinque anni: il congresso del Partito comunista.
Il prossimo autunno cambieranno cinque dei sette membri del Comitato permanente, il vertice di quella complessa piramide politica in cui stato e partito si sovrappongono. Rimarranno ai loro posti solo il presidente Xi Jinping e, forse, il premier Li Keqiang. Se è vero che la storia tende a ripetersi, nella Repubblica popolare si preannuncia una lotta senza esclusioni di colpi. E in un contesto imprevedibile. Donald Trump potrebbe portare la dirigenza cinese a fare ciò che più vorrebbe evitare: un confronto aperto su commercio e controllo del Pacifico.
La Cina, nella narrativa del «sogno cinese» dell’attuale presidente, deve «riconquistarsi il posto che le spetta al centro del mondo». Lo sta facendo investendo miliardi per nuove infrastrutture all’estero, rafforzando il suo ruolo negli organismi internazionali e creandone di nuovi. La chiamano «nuova via della seta» o «diplomazia degli yuan», ma da qualsiasi parte la si voglia guardare Xi Jinping sta diventando l’unico suo volto riconoscibile. All’estero è accolto come un re; in patria ogni sua parola è legge. Il «presidente di ogni cosa» sembra veramente convinto che il suo destino sia quello di salvare il Partito comunista, cioè la Repubblica popolare cinese, ovvero il mondo. Un’impresa titanica in cui non tollera ostacoli o dissenso. Le aspirazioni «democratiche» di Hong Kong, quelle «indipendentiste» di Taiwan o «autonomiste» del Tibet e dello Xinjiang, il rallentamento economico, la crescente disoccupazione interna e la fuga dei capitali all’estero sono problemi che non devono esistere. Per non parlare dell’impossibile confronto appena fuori dai suoi confini territoriali tra una Corea del Nord sempre più sfrontata e una Corea del Sud che torna prepotentemente a ripararsi dietro lo scudo americano. Sul tavolo ci sono le relazioni internazionali della seconda economia mondiale. Sotto il tavolo, qualcosa di ancora più preoccupante: la stabilità sociale ed economica.
È la «transizione» o, per dirla con le stesse parole del premier, «un periodo cruciale». Siamo di fronte al temuto “punto di svolta di Lewis”, il momento in cui un’economia in via di industrializzazione esaurisce la manodopera a buon mercato e non qualificata. Aumentano i salari, rallenta la crescita e le aziende devono diventare più innovative per sopravvivere. Si tratta di passare dall’industria al terziario, incrementare ulteriormente la popolazione urbana e trasferire ricchezza alle famiglie in modo da alimentare i consumi, fare in modo che la bolla immobiliare si sgonfi prima dell’esplosione. La Repubblica popolare dovrebbe permettere alle aziende private di competere in maniera sana con le grandi aziende di Stato e il rafforzamento dello stato di diritto potrebbe restituire fiducia agli investitori. Il rilassamento delle politiche sulle nascite e sui diritti di residenza (hukou) potrebbe dare presto i primi frutti. Ma il punto è che le riforme in questione vanno tutte nella direzione di un minor controllo del Partito comunista sull’economia e sulla popolazione e questa non è la strada scelta dalla leadership.
Xi Jinping ha fatto suo il pensiero di Mao quando affermava che «il Partito e il governo; i militari, i civili e la cultura; il nord, il sud, l’est, l’ovest e il centro. Tutto è sotto la guida del Partito». «Salvaguardare il “nucleo”, il segretario generale Xi Jinping, e applicare alla lettera ogni decisione che viene dal centro» è ormai la formula di rito per i funzionari. Lo spazio per il dibattito pubblico è ai minimi storici e se il governo riuscirà a creare un sistema di algoritmi che possa valutare in tempo reale gli oltre 700 milioni di internauti cinesi ci potremmo trovare di fronte al primo Paese al mondo in grado di organizzare «la credibilità sociale» dei suoi cittadini sulla base della loro attività online. La Repubblica popolare ha bisogno di mostrarsi coesa. In ballo c’è la legittimità a governare del Partito comunista, nuovo e improbabile alfiere di quella globalizzazione che Trump sembra intenzionato a combattere.