La Stampa, 19 marzo 2017
L’uomo del Tesoro americano suggerisce l’agenda ai Grandi
L’abito blu e la cravatta rossa che sfoggia in sala stampa hanno la stessa tonalità della bandiera alle sue spalle, praticamente uno spot perfetto per “America first”. Eppure Steven Mnuchin non sembra un classico prodotto del trumpismo. Ha studiato nell’università delle èlite (Yale), ha lavorato diciassette anni nella più famosa banca globale (Goldman Sachs), ha le movenze dell’high class newyorkese. È alla sua prima esperienza politica, e si vede. Prima di rispondere alle domande legge una dichiarazione scritta e fa bene, perché le cose che dice impegneranno gli Stati Uniti per molto tempo. Spiega che la nuova amministrazione è a favore del libero commercio, ma che quel commercio deve essere “equo”, ovvero andare anzitutto a vantaggio degli americani. Nega di voler fare un prematuro funerale al G20, nega soprattutto di voler portare gli Stati Uniti sulla strada del protezionismo.
Il comunicato inedito
In effetti quello che è accaduto a Baden Baden potrebbe farlo sospettare: dal 2005 a questa parte i comunicati finali dei vertici dei grandi del mondo affermavano la necessità di respingere il protezionismo, e invece alla prima da ministro Mnuchin ha detto che no, quel passaggio andava cancellato. A precisa domanda il ministro non spiega perché, ma sul metodo è convincente: «Il linguaggio storico del comunicato è irrilevante. L’importante è che rifletta la discussione che abbiamo avuto». Durante le plenarie, di Mnuchin i ministri e gli sherpa hanno notato soprattutto i silenzi. Quando ha parlato, si è limitato a sottolineare la necessità di riformare un sistema fiscale – quello americano – che per paradosso spingerebbe le imprese a investire all’estero più che in patria. La verità è che Mnuchin ha parlato eccome, ma faccia a faccia. In due giorni ha discusso con diciotto fra ministri e governatori: ha incontrato i colleghi cinese e francese, Padoan e Draghi, giapponesi e sauditi. Il dettaglio spiega già molto della strategia di Trump: meno relazioni multilaterali, più rapporti bilaterali. «Io non dico che luoghi come questi non siano importanti, ma rivendichiamo il diritto di discutere i nostri interessi con ciascun partner». Le prime mosse di Trump delineano chiaramente la strategia: il Nafta è un disastro, l’accordo Transpacifico anche, l’accordo di libero scambio con l’Europa è sepolto. Il commercio equo è quello regolato nell’interesse dell’America: meglio dunque negoziare gli scambi con Theresa May che con la burocrazia europea.
Se questa sia una inevitabile conseguenza della storia o l’inizio di un pasticcio globale è presto per dirlo. Trump insiste ad attaccare la Germania per l’enorme deficit commerciale, ma non è in grado di dimostrare se ciò dipenda da accordi poco convenienti o semplicemente dal fatto che gli americani amano le Bmw. Mnuchin è stato attento a evitare argomenti scivolosi, come l’ipotesi di introdurre una “border tax”, per la quale Trump sa di poter contare sul sostegno del Congresso, non invece del Senato. Tutti gli studi dicono che avrebbe conseguenze disastrose anzitutto sui prezzi dei beni americani, perché la catena del valore è sempre più globale. Del resto nella nuova geografia del potere di Washington Mnuchin è considerato una colomba, al pari del capo del National Economic Council, Gary Cohn. «Si è sintonizzato in modalità di ascolto», racconta Padoan dopo il faccia a faccia.
Scelte non ideologiche
Insomma, dalle prime mosse si intuisce che l’agenda economica di Trump non è ideologica, semmai fin troppo pragmatica. Le priorità dell’amministrazione vengono costruite sulla convenienza del momento e spesso in nome di una tattica: alla vigilia del vertice molti temevano per il mantenimento degli impegni contro le svalutazioni competitive e a favore di una regolamentazione finanziaria, ma nel frattempo Janet Yellen ha aumentato i tassi e promesso due ulteriori interventi entro la fine dell’anno.