20 marzo 2017
APPUNTI NAVY SEAL PER LA VERITA’
FRANCO IACCHI, GIORNALE.IT 14/3/2017 Il SEAL Team 6 prenderà parte alle esercitazioni che si stanno svolgendo in Corea del Sud. La squadra SEAL parteciperà alle annuali manovre Foal Eagle and Key Resolve che simulano, in uno scenario di crisi, un attacco preventivo contro i principali obiettivi militari della Corea del Nord.
Dopo l’eliminazione di Kim Jong-un ed il crollo del regime, Usa e Corea del Sud si spingerebbero verso la capitale Pyongyang per la messa in sicurezza delle strutture principali del Paese. Le zone lancio missilistiche, nell’estremo nord del paese, sarebbero precedentemente colpite dagli Usa.
Il SEAL Team 6, divenuto famoso per il raid nel compound di Osama bin Laden, giungerà domani in Corea del Sud a bordo della portaerei USS Carl Vinson. Oltre alla squadra SEAL, il Pentagono ha inviato squadre Delta Force e Berretti Verdi.
L’esercitazione Foal Eagle ha preso il via lo scorso primo marzo e si concluderà entro la fine di aprile. Key Resolve è iniziata oggi e si concluderà il prossimo 24 marzo.
Tutte le operazioni del SEAL Team 6 sono coperte da segreto militare. L’unità non è riconosciuta ufficialmente dal Pentagono. Per la Foal Eagle, gli Usa hanno inviato 3600 soldati che si uniscono ai 28 mila permanentemente di stanza in Corea del Sud.
Oltre al Gruppo da Battaglia della USS Carl Vinson, alla Foal Eagle prenderanno parte le principali piattaforme di fascia alta dell’Air Force, come F-35, F-22 ed i bombardieri B-1 e B-2. In Corea del Sud, infine, due sottomarini d’attacco statunitensi a propulsione nucleare.
Il Pentagono, intanto, ha dato il via ai lavori di adeguamento della Kunsan Air Base, a sud di Seul, che ospiterà entro la fine dell’anno uno squadrone di droni MQ-1C Gray Eagle, nell’ambito della nuova distribuzione strategica in Corea del Sud. I droni possono trasportare quattro missili anticarro Hellfire o quattro bombe GBU-44/B Viper Strike. Il Gray Eagle può essere armato anche con missili aria-aria Stinger. Il Warrior rientra nella categoria MALE, Medium Altitude Long Endurance. Le sua migliori prestazioni sono date dalla maggiore apertura alare e dal motore Thielert Centurion che gli consente di operare a 400 km ad altitudini superiori gli ottomila metri. E’ equipaggiato con un radar ad apertura sintetica e svariati sistemi sotto il muso come il Ground Moving Target Indicator e l’AN/AAS-52 Multi-Spectral Targeting System.
Il SEAL Team 6Il SEAL Team 6 è stato creato nel 1980, dopo il fallimento dell’operazione Eagle Claw, il maldestro intervento americano, avvenuto il 24 aprile di quello stesso anno, organizzato per salvare i 53 ostaggi tenuti prigionieri nell’ambasciata di Teheran. Quel fallimento ebbe due conseguenze. La prima e più drammatica, fu la sorte degli ostaggi americani, liberati soltanto 444 giorni dopo. La seconda fu la creazione della Delta Force e del SEAL Team 6. La Marina Militare degli Stati Uniti chiese al comandante Richard Marcinko, pluridecorato veterano del Vietnam, di costituire un’unità che potesse rispondere rapidamente alle crisi terroristiche globali. La scelta del nome non fu casuale, ma un tentativo di depistare i russi in piena guerra fredda. Il corpo dei SEAL, negli anni ’80, era formato soltanto da due squadre. Marcinko, sperando che gli analisti russi sovrastimassero la dimensione della forza SEAL, scelse di chiamare il nuovo team con il numero 6, strutturato in due gruppi d’assalto, Blu e Oro. Anni dopo, William H. McRaven, Seal divenuto capo del Comando Operazioni Speciali, introdusse alcune procedure comportamentali per il Team 6 che, così come la Delta ed i Berretti Verdi, si discostano dal protocollo classico della truppa.
***
LIVIO CAPUTO, IL GIORNALE 20/3 –
Aveva proprio ragione Obama quando, nel suo unico colloquio con Trump, lo avvertì che la sua prima grande crisi internazionale sarebbe stata provocata dalle ambizioni nucleari della Corea del Nord.
Dopo avere annunciato a inizio anno l’imminente messa a punto di un missile intercontinentale e lanciato, il 6 marzo, altri quattro missili nel Mar del Giappone, il giovane dittatore Kim Jong-un ha lanciato ieri l’ennesima sfida agli Stati Uniti: proprio mentre il segretario di Stato Tillerson si trovava a Pechino per discutere con il presidente Xi eventuali contromisure, ha dichiarato che un nuovo motore per missili a lunga gittata era stato testato con successo. L’unica incognita riguarda ormai la capacità dei nordcoreani di «miniaturizzare» le bombe atomiche di cui già dispongono (da 20 a 30 secondo le ultime stime, con l’ultima sperimentata di una potenza doppia di quella di Hiroshima) abbastanza per montarle sui loro vettori. Pyongyang, in altre parole, sta per varcare la «linea rossa» che, secondo lo stesso Tillerson, potrebbe scatenare una non meglio precisata «azione preventiva» da parte degli Stati Uniti.
È da vent’anni che gli americani stanno cercando di fermare la corsa al nucleare della Corea del Nord, ma tutti i tentativi sono risultati vani. I negoziati a cinque, con la partecipazione di Russia, Giappone, Cina e Corea del Sud, che pure prevedevano per Pyongyang cospicui vantaggi economici, non sono approdati a nulla; le sanzioni comminate dall’Onu sono state aggirate da Kim, consentendogli di procurarsi, anche con la complicità della Cina, tutti i materiali di cui aveva bisogno; il ricorso alla guerra cibernetica per fare fallire i test missilistici ha funzionato per un po’, ma già da almeno un anno è stato neutralizzato. Ora, se Trump fa sul serio, rimangono aperte solo due opzioni: la prima è di convincere Pechino ad applicare al 100% le sanzioni dell’Onu, non solo interrompendo come ha già fatto gli acquisti di carbone nordcoreano, ma anche sospendendo a Pyongyang le vitali forniture di petrolio, mettendo fine al contrabbando ed eventualmente espellendo i lavoratori nordcoreani che, con le loro rimesse, contribuiscono a tenere in piedi le finanze di Kim: il tema è stato al centro del vertice di ieri a Pechino, ma nessuno si fa molte illusioni sui risultati. La seconda, di colpire preventivamente missili e rampe di lancio, è stata finora scartata perché troppo difficile e rischiosa: difficile perché è impossibile neutralizzare in un colpo solo tutto l’arsenale di Kim, mobile o nascosto in grotte; rischiosa, perché provocherebbe subito la reazione del giovane dittatore, che anche senza ricorso alle atomiche potrebbe costare entro poche ore la vita a milioni di sudcoreani e giapponesi. La stessa Seul è infatti sotto il tiro dei cannoni di Kim e l’ampia disponibilità di armi chimiche e biologiche permetterebbe di colpire anche le isole nipponiche.
L’enigma riguarda le sue reali intenzioni. Al momento egli appare deciso a fare della Corea del Nord costi quel che costi - una invulnerabile potenza nucleare, capace di tenere a bada non solo l’arcinemica America, ma anche la «amica» Cina, con cui i rapporti si stanno deteriorando. Per quanto pazzo sia, sembra improbabile che intenda scatenare lui una guerra nucleare, che porterebbe inevitabilmente alla distruzione del suo Paese, ma il regime è talmente imprevedibile che il mondo non può restare inerte. Trump ha twittato «Non succederà!», Tillerson lo ha ribadito, ma che cosa questo comporti non lo sappiamo.
***
REPUBBLICA.IT 19/3 –
La Corea del Nord ha testato un nuovo tipo di motore ad alta spinta per i propri missili. L’esperimento è avvenuto nella stazione di lancio satelliti Sohae alla presenza del leader Kim Jong-Un, in concomitanza della visita a Pechino del segretario di Stato Usa Rex Tillerson, impegnato negli sforzi per frenare i piani missilistici della Corea del Nord. "Il mondo si accorgerà presto della straordinaria importanza del successo che abbiamo raggiunto oggi’’ ha dichiarato il presidente, definendo il test un passo avanti verso i lanci satellitari. L’uso militare non è stato menzionato, ma è chiara l’allusione a quel missile intercontinentale che lo stesso leader aveva preannunciato nel suo discorso di Capodanno.
***
LASTAMPA.IT 19/3 –
La Corea del Nord ha testato un nuovo tipo di motore ad alta spinta per alimentare i suoi missili. Il leader del paese Kim Jong Un ha assistito al test alla stazione di lancio satelliti di Sohae, secondo quanto riferito dall’agenzia Korean Central News. «Il mondo intero testimonierà presto l’importante significato della grande vittoria di oggi», ha commentato Kim, nel resoconto fatto dalla Kcna. Lo sviluppo e il completamento del motore «aiuterà a consolidare le fondamenta scientifiche e tecnologiche per raggiungere i massimi livelli di messa in orbita satellitare nello sviluppo dell’aerospazio», ha aggiunto. Il motore è stato messo a punto dall’Accademia nazionale delle scienze della difesa, l’istituzione responsabile dello sviluppo militare.
L’annuncio, per altro verso, è maturato mentre a Pechino è in visita il segretario di Stato Usa Rex Tillerson che, includendo anche le tappe di Tokyo e Seul della prima missione in Estremo oriente, è impegnato negli sforzi per discutere nuovi modi per frenare i piani nucleari e missilistici nordcoreani. Tillerson, nel passaggio di venerdì a Seul, ha affermato che tutte le opzioni sono aperte, inclusa quella militare se il Nord continuerà ad essere una minaccia alla sicurezza degli alleati e alle stesse basi americane nella regione Asia-Pacifico. Il luogo del test, il sito di lancio satellitare di Sohae, a Tongchang-ri, è localizzato nel nordovest della Corea del Nord ed è lo stesso utilizzato per i lanci di vettori a lungo raggio.
L’ipotesi del test, inoltre, era stata rilanciata venerdì dal sito 38 North, think tank di base a Washington, a seguito dello studio delle immagini satellitari del 13 marzo dalle quali era emerso il posizionamento di strutture ad hoc. Nessuna indicazione, invece, sul giorno del test, ma appare verosimile che si sia tenuto sabato mattina. Il Rodong Sinmun, il quotidiano ufficiale del Partito dei Lavoratori, ha pubblicato questa mattina le foto di Kim al sito di Sohae.
Nonostante i divieti impostati dalle risoluzioni Onu, la Corea del Nord ha effettuato oltre 20 test balistici nel 2016 e due nucleari. Nel discorso alla nazione di inizio anno, Kim ha affermato che il Paese era entrato ormai nella parte finale del test di un missile intercontinentale, ritenuto in grado di montare una bomba atomica e di raggiungere le coste Usa.
***
GUIDO OLIMPIO, CORRIERE.IT 17/3 –
WASHINGTON – La pazienza è finita e tutte le opzioni sono sul tavolo. Le due affermazioni – perentorie – del segretario di Stato americano Tillerson sono un nuovo segnale della strategia di Donald Trump verso la Corea del Nord. Le simulazioni d’attacco condotte dal regime, le provocazioni, il programma di riarmo missilistico-nucleare e l’omicidio del fratellastro del dittatoretroveranno prima o poi una risposta.
La diplomaziaI predecessori dell’attuale presidente hanno cercato con sanzioni e contatti diplomatici di contenere lo scomodo avversario. Hanno atteso, manovrato e confidato nel ruolo calmierante di Pechino, unico vero partner di Pyongyang e osservatore interessato. Ma è servito a poco. Il piccolo stato asiatico ha proseguito la sua lunga marcia militarista. E non solo per irrobustire l’arsenale, ma anche per prepararsi a colpire nel caso si creassero le condizioni. Inoltre, nella visione del leader, il disporre di uno scudo atomico rappresenta la miglior difesa nel caso pensino di rovesciarlo dall’esterno.
Le mosse della Casa BiancaAdesso la Casa Bianca ha deciso di muoversi. È il vero primo impegno internazionale per la nuova amministrazione. Dunque Washington sottolinea con le parole e i gesti che i tempi sono cambiati. Prosegue con le esercitazioni nella regione – che la Corea del Nord considera una minaccia -, ha inviato la portaerei Vinson in zona, ha schierato caccia, droni e anche piccole unità di forze speciali, compresi i commandos del Team 6 dei Navy Seal, gli stessi che hanno eliminato Osama. Chiaro il messaggio a Kim Jong un: abbiamo a disposizione molte frecce e possiamo anche venirti a prendere. È un “gioco” di deterrenza e di forza, con gli Usa decisi a mettere dei paletti accrescendo la pressione politica e militare, lavorando insieme a sud coreani e giapponesi, studiando altre sanzioni e preparando un dispositivo bellico. Il regime del Nord deve capire – questa l’intenzione della campagna – che il tempo della tolleranza è finito. Basterà? Non tutti ne sono convinti. E c’è sempre la possibilità che voglia “testare” la determinazione di Trump con nuove sfide. Ecco perché la crisi lungo la penisola è ad alto rischio.
***
ANGELO AQUARO, REPUBBLICA.IT 17/3 –
L’America di Donald Trump è pronta a bombardare la Corea del Nord che Kim Jong-un sta dotando della bomba atomica. Non è più una remota possibilità e l’ipotesi di un micidiale conflitto che dal Sud Est asiatico si sprigioni senza controllo nel resto del pianeta da oggi è una realtà. “Voglio essere chiaro” dice il segretario di Stato americano Rex Tillerson. “La politica della pazienza strategica è finita”. E dunque: se Pyongyang diventa una minaccia “al livello che noi riteniamo richieda un’azione, l’opzione militare è sul tavolo”.
Sono parole durissime che risuonano ancora più dure perché il ministro degli Esteri di Trump sta parlando dalla Corea divisa in due proprio dalla guerra iniziata settant’anni fa dal regime comunista del Nord: e ufficialmente mai finita visto che non s’è mai firmato un trattato di pace. È un avvertimento a Kim che arriva alla vigilia dell’attesissimo incontro di sabato con il presidente cinese Xi Jinping: e adesso come reagirà Pechino che proprio l’altro giorno per voce del premier Li Keqiang aveva intimato gli Usa a non puntare all’escalation? “Nessuno vuole vedere il caos alle porte di casa”. Ma quel caos, adesso, è alle porte davvero.
La minaccia americana risuona subito dopo che il segretario di Stato è in andato in visita al DMZ, la zona demilitarizzata che al 38esimo parallelo segna il confine con le due Coree. L’ex petroliere di Exxon ha visto dunque con i suoi occhi il Paese diviso in due: e ha lanciato la sua personalissima bomba nella vicenda che tiene con il fiato sospeso il mondo intero. Finora quella militare era un’opzione che sembrava soltanto allo studio nei meandri del Pentagono. Da questo momento è una possibilità concreta. E si spiega così l’accelerazione che gli Usa, dopo i quattro missili lanciati la settimana scorsa da Kim nel mare del Giappone, hanno impresso per la costruzione al sud di Seul di quello scudo antimissile Thaad inviso ai cinesi che temono di essere così spiati. Uno scudo pensato per proteggere però soltanto le basi americane, e non certo per difendere l’inerme capitale da un lancio di Pyongyang. Non basta.
In questi giorni sono continuate le esercitazioni congiunte di coreani e americani che per la prima volta hanno visto l’impiego degli agguerritissimi Navy Seals che uccisero Osam Bin Laden. E nella Corea del Sud è arrivato quel Gray Eagle Unmanned Aerial System
che altro non è che una flotta di superdroni capace di volare dal Sud della Corea fino alle basi del Nord. Il suo dispiegamento era già nei piani, sì, ma solo in quelli di guerra. Ma non è proprio di questo che è venuto a parlare sin qui l’uomo di Trump?
***
EMANUELE ROSSI, FORMICHE.NET 19/3 –
In un’analisi pubblicata sul sito del think tank European Leadership Network, Carlo Trezza, ex ambasciatore italiano presso l’Ufficio delle Nazioni Unite per il disarmo ed ex presidente del Missile Technology Control Regime, ha parlato della complessità del quadro politico-militare nei rapporti tra Stati Uniti e Unione Europa. Argomento trattato anche nell’incontro di venerdì tra Donald Trump e Angela Merkel.
Uno dei temi centrali è la questione nucleare, anche alla luce della strana intervista rilasciata qualche settimana fa da Trump alla Reuters, in cui il presidente americano ha annunciato la possibilità che Washington torni sulla via del riarmo per non perdere il ruolo di leadership nel settore atomico – una posizione completamente opposta a quella del suo predecessore Barack Obama, che in vari modi si era impegnato per la non proliferazione.
Secondo Trezza l’Europa ha comunque “l’opportunità di individuare un terreno comune e di influenzare il pensiero strategico degli Stati Uniti”. Bruxelles deve cercare di lavorare nel solco del partenariato euro-atlantico e promuovere il multilateralismo – che a Trump non piace, preferendo azioni bilaterali – impedendo agli Stati Uniti di ritirarsi da importanti accordi come il New START, su cui però la Casa Bianca ha espresso scetticismo, l’accordo di non proliferazione nucleare un “bad deal“, come quello sul nucleare iraniano, che invece per Trezza è il più grande successo ottenuto sul tema “bomba-atomica” negli ultimi anni. L’esperto italiano sostiene che anche nella delicata situazione in Corea del Nord l’UE può svolgere “un ruolo”: “L’Europa non è direttamente coinvolta nella crisi nordcoreana, ma, sulla base della propria esperienza nel superare le tensioni e le divisioni in ambiente nucleare, può svolgere un ruolo positivo nell’affrontare una situazione che rappresenta una minaccia molto più pericoloso di quello dall’Iran”.
Pyongyang può essere, per priorità, un effettivo terreno di incontro. Washington considera la situazione della Corea del Nord in cima alla lista delle minacce, e venerdì il segretario di Stato, Rex Tillerson, ha detto che la “pazienza strategica” americana nei confronti del leader pazzoide Kim Jong-Un è ormai finita. Anche l’opzione militare è sul tavolo. Tillerson, in visita a Seul, ha detto che gli Stati Uniti non intendono negoziare con la Corea del Nord, e intanto davanti alle continue provocazioni e all’incessante progredire del programma atomico nordcoreano, inaspriranno le sanzioni, poi penseranno a un attacco preventivo. Le sanzioni erano la linea obamiana, sulla traiettoria delle amministrazioni Clinton e Bush che lo avevano preceduto. Il metodo con cui la Casa Bianca ha cercato di portare allo stremo delle forze Pyongyang per poi costringerlo al tavolo negoziale a rinunciare alle ambizioni nucleari: non hanno funzionato, e Trump sembra cambiare rotta verso un atteggiamento più aggressivo. “Sono stati vent’anni di approcci falliti, che hanno incluso milioni di dollari in aiuti alla Nord Corea come incoraggiamento per spingerla su una via diversa” ha detto Tillerson. “La Cina ha fatto poco”, ha aggiunto Trump, alla vigilia dell’arrivo a Pechino di Tillerson (oggi, sabato 19 marzo). Dichiarazioni che intendono richiamare l’attenzione della Cina, considerata protettrice diplomatica nordcoreana e l’unica in grado di influenzare la politica di Kim. Negli ultimi mesi si è assistito a un incremento delle capacità tecnologiche nordcoreane, con diversi test (tra cui quelli nucleari nel 2016), che hanno permesso lo sviluppo di missili balistici probabilmente più funzionali di quelli già noti. L’interessamento americano arriva in questo momento sia per questi aspetti tecnici, ma anche per dimostrare il proprio impegno nel Pacifico come contrappeso all’assertività cinese e come garanzia per alleati regionali come la Corea del Sud e il Giappone. Di questa mobilitazione americana fanno parte attività di deterrenza e preparazione di vario genere, dai sistemi anti-missile che alla fine saranno schierati in Corea del Sud, agli elementi del Team Six dei Navy Seals, gli incursori che eliminarono Osama, pronti anche – secondo un’analisi di Guido Olimpio e Guido Santevecchi uscita sul CorSera – per una possibile decapitazione del regime. Al largo delle coste pacifiche del Sud naviga inoltre la portaerei “Carl Vison” col suo gruppo da battaglia.
***
GUIDO SANTEVECCHI E GUIDO OLIMPIO, CORRIERE.IT 17/3 –
Al ministro degli Esteri cinese la situazione in Corea fa venire in mente «due treni in accelerazione, diretti uno contro l’altro, senza volersi dare strada a uno scambio». Questa volta non esagera. Il suo collega americano Rex Tillerson ieri a Seul ha affermato che Washington non intende negoziare con Kim Jong-un e sul tavolo ora c’è l’opzione di un attacco militare preventivo sulla Nord Corea, oltre che un inasprimento delle sanzioni.
La «Pazienza strategica» è finita, ha detto il responsabile della diplomazia di Donald Trump mettendo l’ultimo chiodo sulla bara della linea che fu di Barack Obama: aspettare che l’embargo politico-economico costringesse o convincesse i nordcoreani a fermare la loro corsa alle armi nucleari e missilistiche. Mentre Obama pazientava, Kim esultava per due test nucleari di potenza crescente condotti nel 2016 e per almeno 25 lanci di missili. Ma anche i presidenti che lo avevano preceduto, da George Bush a Bill Clinton non avevano saputo fare di meglio. «Sono stati vent’anni di approcci falliti, che hanno incluso milioni di dollari in aiuti alla Nord Corea come incoraggiamento per spingerla su una via diversa», ora serve altro, ha concluso Tillerson. E Trump rincara: «Siamo stati presi in giro, i nord coreani si comportano male e la Cina ha fatto poco». Oggi l’inviato americano arriva a Pechino per fare pressioni sui cinesi, grandi protettori della Nord Corea, anche se ultimamente sempre più frustrati per l’incontrollabilità di Kim e per il rischio di «caos alle porte».
I testPerché questa accelerazione? Il 6 marzo, la Nord Corea ha lanciato quattro missili verso il Giappone, piombati a meno di 300 chilometri dalle sue coste dopo una traiettoria di circa 1.000 chilometri. Fino a questo evento gli analisti pensavano che l’obiettivo fosse di mettere a punto un Intercontinental ballistic missile (ICBM), capace di raggiungere le città degli Stati Uniti. Ogni test permette di raffinare la tecnologia. Ora i motori dei missili nordcoreani sono alimentati da combustibile solido e gli ordigni montati su lanciatori mobili: così sono più rapidi da approntare e difficili da individuare. «Siamo all’ultimo stadio della preparazione», aveva annunciato Kim Jong-un a Capodanno: l’intelligence Usa comincia a credergli. Ma i quattro missili in simultanea del 6 marzo sono anche una nuova strategia. Lo studio della traiettoria ha convinto il Pentagono e la Difesa di Tokyo che Kim ha in mente di colpire le basi americane in Giappone, in particolare quella aerea dei Marines a Iwakuni. I satelliti spia statunitensi hanno poi rilevato attività nel sito atomico di Punggye-ri e ciò fa sospettare che sia imminente un nuovo esperimento sotterraneo. Gli esperti seguono infine con grande attenzione gli sforzi della Marina di sviluppare un sommergibile in grado di lanciare vettori.
La polizza sulla vitaOrmai nessuno si illude più che nucleare e missili per Kim siano una pedina per negoziare la fine delle sanzioni e incentivi economici. Ha visto che fine hanno fatto Saddam Hussein in Iraq (che le armi di distruzione di massa non le aveva) e il colonnello Gheddafi in Libia (che aveva abbandonato il progetto). Kim Jong-un vuole le armi e le ha quasi pronte, per poter lanciare un secondo attacco: il «second strike» dei manuali strategici in caso di colpo a sorpresa da parte di americani e sudcoreani. Questa è la polizza di assicurazione sulla vita di Kim. Nell’arsenale di Pyongyang ci sarebbero già 20 testate pronte ad essere montate su missili. Inoltre, ben protetti in bunker lungo i fianchi delle montagne, centinaia di cannoni sono in grado di rovesciare tonnellate di bombe e ordigni di vario tipo. L’area di Seul è solo ad una sessantina di chilometri dal 38° parallelo, ci vivono in oltre 20 milioni. Si calcola che un attacco nordcoreano farebbe fino a un milione di morti.
I commandos di OsaPosto che Kim lavora al «second strike», l’America potrebbe tentare un’operazione di decapitazione del regime. I cyber guerrieri sono pronti ad eseguire sabotaggi. Nelle basi del sud sono arrivati droni d’attacco, la portaerei Carl Vinson incrocia al largo e può sostenere operazioni convenzionali ma anche colpi di mano. Il Pentagono ha mobilitato il Team Six dei Navy Seal, i militari che hanno ucciso Osama bin Laden. I commandos entrano in campo solo per operazioni speciali, tipo eliminare un target di alto livello. Un messaggio diretto al dittatore per alimentare la paranoia: ti veniamo a prendere. Kim ne è consapevole, ma oltre a tutelarsi, addestra le sue unità scelte a «conquistare» i palazzi del Sud mentre i genieri scavano tunnel segreti per cogliere di sorpresa i nemici.
Catena di comandoAnche l’esercito sudcoreano sta addestrando un’unità speciale con il compito di eliminare la catena di comando nemica in caso di guerra. Sono 2 mila incursori, ha rivelato il ministro della Difesa di Seul a gennaio. I piani di decapitazione, le parole di Tillerson sull’opzione militare sembrano coordinate per lanciare un segnale chiaro, perché il treno di Kim giri sullo scambio, come vorrebbe anche Pechino. Ma in una crisi come questa un errore di calcolo, un azzardo possono sconvolgere il mondo.
***
PAOLO MASTROLILLI, LA STAMPA 30/1 –
Il primo raid lanciato dall’amministrazione Trump nello Yemen è costato la vita a un soldato americano e 14 membri di Al Qaeda, ha prodotto importanti informazioni di intelligence, ma soprattutto ha segnato un cambio di strategia. Il nuovo governo di Washington ha deciso di facilitare le operazioni sul terreno, in modo da accelerare la campagna contro i successori di Osama bin Laden e l’Isis, nel cuore di un Paese già dilaniato dalla guerra civile tra i sostenitori del governo sunnita del presidente Hadi, e le milizie sciite dei ribelli houthi.
L’attacco è scattato sabato notte nella provincia di Bayda, quando una squadra del Navy Seal Team 6 ha assalito una base di Al Qaeda nella Penisola Arabica (Aqap). Secondo la versione del Pentagono, l’obiettivo non erano leader di alto livello dell’organizzazione, ma informazioni custodite nella casa, che potevano rivelare i piani per nuovi attentati nello Yemen e all’estero. Il raid è durato circa un’ora, ma i militari delle forze speciali Usa hanno incontrato resistenza. Uno di loro è stato ucciso e tre sono rimasti feriti, mentre 14 terroristi hanno perso la vita. A quel punto i Seal hanno chiesto aiuto per evacuare le vittime, ma un aereo MV-22 Osprey decollato per portarli in salvo è precipitato vicino alla zona dell’attacco, ferendo altri due soldati. Siccome il mezzo non era più in grado di ripartire, i caccia Usa lo hanno bombardato per distruggerlo.
Ieri Trump ha pubblicato un comunicato, in cui ha detto che «in un’azione di successo contro al Qaeda nella Penisola arabica, le coraggiose forze americane hanno ucciso 14 membri di Aqap, catturando importanti informazioni di intelligence che aiuteranno gli Stati Uniti a prevenire azioni di terrorismo contro i suoi cittadini e la gente nel mondo. Gli americani sono rattristati dalla notizia che la vita di un eroico militare è stata persa, nella nostra lotta contro il diabolico terrorismo dell’islam radicale». Secondo al Qaeda, nessuno dei suoi uomini è stato ucciso nell’operazione, ma sono morti circa 30 civili, tra cui donne e bambini. Il Pentagono ha risposto escludendo danni collaterali.
I raid contro i successori di Bin Laden avvenivano anche durante l’amministrazione Obama, che però preferiva colpire dall’alto con i droni. Le operazioni di terra erano molto rare, e richiedevano tempi lunghi e obiettivi importanti per essere autorizzate. Il fatto che questo attacco sia avvenuto dopo appena otto giorni dall’Inauguration di Trump, dimostra che il processo per dare luce verde a simili assalti si è accorciato. Il nuovo presidente vuole accelerare la lotta contro il terrorismo, e per farlo è disposto a correre più rischi. Il risultato è la morte di un Seal, a fronte di informazioni di intelligence che secondo la Casa Bianca serviranno a prevenire attentati.
Il raid è avvenuto anche in un contesto molto complesso, perché lo Yemen è dilaniato dalla guerra civile, oltre che dalla presenza di Al Qaeda. Il governo sunnita di Hadi è in lotta da quasi due anni contro i ribelli sciiti houthi, e oltre 7000 persone sono morte. Hadi è sostenuto da una coalizione guidata dall’Arabia Saudita, mentre gli houthi sono appoggiati dall’Iran. Al Qaeda e l’Isis sono gruppi terroristici sunniti, ma non sono schierati con Hadi, e piuttosto sfruttano la situazione di caos per conquistare territorio e organizzare le loro azioni. Proprio ieri Trump ha parlato con il re saudita, il cui Paese è stato escluso dal bando degli immigrati islamici, per discutere come combattere il terrorismo e cosa fare per stabilizzare la Siria.
***
MASSIMO FINI, IL FATTO QUOTIDIANO 8/2 –
Trump è inquietante non per gli impegni della sua campagna elettorale che rispetta, ma per quelli che non rispetta. Trump, da buon imprenditore, sembrava impegnato a ridimensionare quelle politiche aggressive, militari e non militari, che fan spendere un mucchio di quattrini agli Stati Uniti senza trarne alcun vantaggio. Invece, da questo punto di vista, ha cominciato malissimo. A fine gennaio col pretesto di combattere l’Isis ha ordinato un raid disastroso in Yemen con grande dispiegamento di forze, droni, Apaches, velivoli speciali Osprey, navi da guerra che appoggiavano Navy Seal 6 scesi sul terreno. Risultato: un soldato americano morto, tre feriti e almeno 16 civili uccisi fra cui otto bambini. Sono stati eliminati anche 14 jihadisti, ma non era questo il vero obiettivo della missione. L’obiettivo era inserirsi, per l’ennesima volta, nella guerra civile in Yemen fra gli sciiti houti e il governo centrale sostenuto dalla loro grande e ambigua alleata nella regione, l’Arabia Saudita. [...]
***
STORIA DEI NAVY SEALS –
American Sniper, l’ultimo lavoro di Clint Eastwood uscito due anni fa nei cinema italiani, raccontava la storia reale (con le dovute licenze cinematografiche) di Chris Kyle, una vera e propria leggenda dell’esercito americano. Di professione cecchino, era membro del corpo militare dei Navy Seals, le Forze per Operazioni Speciali della Marina degli Stati Uniti. Un corpo scelto, quindi, chiamato a intervenire nei momenti di maggior delicatezza e pericolo: per intenderci, costituiscono il gruppo che ha trovato e ucciso niente meno che Osama Bin Laden. E sono considerati uno dei corpi militari dall’accesso più difficile, viste le pressoché disumane pressioni fisiche e psicologiche a cui le reclute sono sottoposte; anche perché, una volta divenuti ufficialmente membri dei Seals, la loro vita assume un unico scopo: uccidere.
Il durissimo addestramento dei Seals. Il nome deriva dall’acronimo fra le parole SEa (mare), Air (aria) e Land (terra), ad indicare la loro capacità di operare in qualsiasi ambiente: l’addestramento prevede infatti sessioni di terra, acqua e aria, così da ottenere, alla fine, una sorta di soldato perfetto. Come si accennava, entrare a far parte dei Seals è impresa quasi impossibile: di tutti coloro che iniziano il periodo di addestramento, circa il 95 percento del totale abbandona prima della fine.
Anzitutto, per essere ammessi occorre essere già in possesso di determinate capacità fisiche, come ad esempio riuscire a coprire 450 metri di nuoto in circa 12 minuti, 2,5 chilometri di corsa in 11 minuti, e fare 50 addominali in meno di 2 minuti. Il periodo di formazione vero e proprio dura complessivamente 46 settimane, suddivise in periodi di varia lunghezza. La prima parte si compone di 25 settimane, ed è il momento di maggior scrematura, quello in cui circa l’80 percento delle reclute abbandona.
Questo primo periodo è un massacrante susseguirsi di interminabili allenamenti fisici effettuati sotto le più pressanti condizioni psicologiche, e trova il suo culmine nella cosiddetta “hell week”, solitamente la quinta settimana: consiste in 5 giorni di ininterrotto allenamento, con la possibilità di dormire per sole 2-4 ore nell’arco di tutto il periodo, comprendendo fasi di esercizi fisici compiuti per 72 ore di fila, senza mai interruzioni. Naturalmente, i casi di cedimenti fisici e psicologici sono considerati ordinari, ecco perché il tutto si svolge nel continuo accompagnamento da parte di un team medico.
Terminata questa infernale settimana, le reclute rimaste potranno riposare per due giorni, prima di riprendere l’addestramento che, per le settimane successive, riguarda operazioni in acqua e su terra, in condizioni più che estreme (saper nuotare in acque gelide per almeno 50 metri senza mai prendere fiato è considerato il minimo sindacale).
Terminate queste 25 settimane, alle reclute toccano 21 giorni di paracadutismo, perfezionando così le abilità del soldato. Successivamente, le ultime 15 settimane sono devolute all’ultima fase formativa, in cui vengono insegnati alla recluta gli ultimi dettagli della vasta scienza militare americana. Al termine di questa infinita trafila, il risultato è un soldato perfettamente efficiente ovunque e in ogni circostanza, che vive ormai per un unico scopo: uccidere, e farlo nella maniera più rapida ed efficace possibile. Non c’è spazio per le remore per un Seal, per capire se quello che si ha davanti è effettivamente un obiettivo che vale la pena eliminare: l’unica etica esistente è quella della morte, e se l’ordine è uccidere, uccidere è l’unica cosa da fare.
I Seals nella storia. Le radici dei Seals affondando nella Seconda Guerra Mondiale, dove, pur senza l’odierno nome, venne creata un’unità speciale dei marines con il compito di eseguire le più delicate operazioni navali e sottomarine. Negli anni Sessanta, poi, questi corpi espansero il loro raggio d’azione anche alle azioni di terra e di aria, acquisendo quindi la denominazione che oggi tutti conoscono. La prima operazione ufficiale dei Seals fu in Vietnam, dove vennero inviati con lo scopo di addestrare i militari sudvietnamiti, alleati con gli americani, e successivamente ad espletare vere e proprie operazioni di terra. Nei vari conflitti in cui gli Stati Uniti sono stati (e sono tuttora) coinvolti negli ultimi 20 anni, dai Balcani all’Iraq fino all’Afghanistan, i Seals hanno sempre ricoperto un ruolo fondamentale, essendo peraltro coloro che, come detto, hanno saputo rintracciare ed uccidere il numero uno di al-Qaeda Osama Bin Laden.
***
GIAMPIERO GRAMAGLIA, IL FATTO QUOTIDIANO 7/1/2012
Fra i militari di ritorno dal fronte, i “rambo” super-addestrati delle squadre speciali sono quelli che più soffrono di Ptsd, la sigla che in italiano sta per disturbo post-traumatico da stress: una “malattia” già studiata dopo la Grande Guerra e la WW2, ma cui il Vietnam – a partire dall’intenso Tornando a casa di Hal Ashby, con Jon Voight e Jane Fonda – e l’Iraq hanno conferito dignità letteraria e cinematografica. Garry B. Trudeau vi dedica alcune delle strisce più amare del suo Doonesbury.
I Navy Seals sono gli uomini delle squadre speciali della U.S. Navy: sono stati loro, il 1 maggio 2011, a scovare e uccidere, nel suo covo di Abbottabad, in Pakistan, Osama bin Laden, il fondatore e il capo della rete terroristica al Qaida. Spesso eroi nelle cronache di guerra; e talora disadattati nelle cronache dopo il ritorno a casa: inclini alla violenza, in difficoltà nel ritrovare gli affetti “di prima” e la vita “normale”.
Qualche volta, sono tragedie vere: famiglie in frantumi, comportamenti asociali, sparatorie. Altre, sono episodi minori: più smargiassate da capitan Fracassa, che fanno dubitare della qualità dell’addestramento, che drammi, anche se poi lo diventano. È il caso del militare di 22 anni rimasto anonimo che lotta contro la morte in un letto d’ospedale nei pressi di San Diego, dopo essersi “accidentalmente” sparato alla testa con la sua pistola per fare colpo (letteralmente, ci è riuscito) su una ragazza appena conosciuta in un bar. I due avevano bevuto, lui decisamente troppo. Portatosi a casa la ragazza, il soldato non ha trovato di meglio che mostrarle le sue armi: lei, più lucida, s’è spaventata e gli ha chiesto di metterle via. E lui, per mostrarle che non c’era pericolo, s’è puntato alla testa la pistola, che credeva scarica, e ha premuto il grilletto: il colpo era in canna ed è partito. Pochi giorni or sono, i giornalisti americani avevano scelto l’uccisione di Osama come “top story” del 2011, davanti al terremoto in Giappone, alla Primavera araba e alla crisi del debito in Europa (messa prima delle difficoltà economiche degli Stati Uniti). Ed è nel pieno la polemica su una fuga di notizie – presunta – gestita dalla Casa Bianca per alimentare con un film sul raid di Abbottabad l’immagine vincente del presidente Obama (la pellicola uscirà durante la campagna elettorale).
Gli uomini delle squadre speciali non sono solo protagonisti di storie cruente, come in agosto, quando 22 Navy Seals morirono nello schianto in Afghanistan di un elicottero Chinook, forse abbattuto dai talebani: molti facevano parte del Team 6, quello dell’azione contro Osama, anche se nessuno vi aveva preso parte. A volte sono coinvolti in storie strappalacrime: commosse l’America la foto di Hawkeye, occhio di falco, il cane di uno dei seals deceduti su quel Chinook, immobile e prostrato sulla bara del padrone avvolta nella bandiera a stelle e strisce. “Era lui il suo figliolo”, commentò una cugina del soldato morto, più a suo agio con gli animali che con le persone.
***
VITTORIO ZUCCONI, LA REPUBBLICA 5/5/2011 –
I Vietcong li avevano soprannominati «gli spettri dalla faccia verde». «Chi l´ha ucciso?» chiedevano i comandanti guerriglieri recuperando il corpo di un compagno caduto. «Un uomo con la faccia verde» rispondevano i sopravvissuti con tono superstizioso. Non potevano ancora sapere che da pochi anni, dopo John F. Kennedy, la loro designazione formale era "Navy Seals". Specialisti di attacchi dal mare, dall´aria, dalla terra con il volto dipinto dei colori della giungla.
Dopo l´assalto perfetto al fortino di Osama Bin Laden e l´esecuzione dell´ispiratore e profeta della più temuta rete di terrorismo nel XXI Secolo, Al Qaeda, nella immaginazione del mondo questi guerrieri addestrati oltre il limite della fantasia più sadica hanno occupato il trono che il cinema, la propaganda, le guerre avevano assegnato a Rangers, Berretti Verdi, Marines, Delta Force, paracadutisti, nell´ammirazione o nell´esecrazione del mondo. Dopo l´operazione Geronimo, come sempre nei momenti di esaltazione guerresca e nazionalistica, le domande di ammissione a questo corpo ultra addestrato della Marina si sono moltiplicate. Tutti i giovani maschi, soltanto maschi, di età inferiore ai 28 anni che indossino l´uniforme della US Navy, soltanto della US Navy, ora vogliono emulare i 79 giustizieri del "Grande Satana". Non sanno, o fingono di non sapere, che soltanto due su dieci di quelli accettati supereranno le trenta settimane di "inferno" per arrivare a indossare l´insegna con il tridente di Poseidone che li qualifica come "Seals", come "foche", dall´acronimo di "Sea Air and Land".
La loro storia, oltre alle disumane prove che devono superare, è il tracciato esemplare di come si sia evoluta e come sia cambiata la «proiezione della forza americana», nel gergo strategico, sul mondo. Dalle grandi unità da sbarco o da assalto aereo che fecero la Seconda Guerra Mondiale, passando per le super portaerei, i sottomarini nucleari, i bombardieri da apocalisse nucleare, i panzer dominatori, i caccia sfuggenti ai radar, oggi il ferro di lancia di una nazione che sa di non potere più ripetere il D-Day in Normandia o neppure la Tempesta sul Deserto del generale Schwarzkopf sono loro. Piccole squadre di mostri umani ribollenti di adrenalina, testosterone e muscoli capaci di penetrare nei territori nemici e sfidare covi, nidi, cellule maligne.
Erano nati nella Seconda Guerra Mondiale, soprattutto nello scontro con i giapponesi quando il loro compito di guerrieri del mare era principalmente quello di sminare le spiagge e aprire il varco per gli sbarchi. Spesso non erano neppure armati, altro che di calzoncini da bagno, pinne e maschera, come bagnanti in vacanza, i «guerrieri nudi» come li sfottevano i compagni di battaglia. Ma nei settant´anni trascorsi da quelle prime operazioni, nella quali, come sulla spiaggia di Normandia, Omaha Beach, i sommozzatori anti mine persero due terzi dei loro uomini, i "Seals" rimasero a lungo sommersi e invisibili. Di loro, le cronache trionfali e la retorica pubblica non si occupavano. Nati come fantasmi dovevano combattere come fantasmi e restare tali.
Conobbero il loro momento peggiore di pubblicità non richiesta quando furono mandati sulla sabbia della Somalia da Clinton e ad accoglierli, con le loro facce coperte di nerofumo per mimetizzarsi nella notte, trovarono non i guerriglieri nemici, ma i riflettori delle network tv che ripresero il loro sbarco super segreto, in diretta globale.
Eppure, pochi anni più tardi, furono ancora loro i primi a mettere piede in Afghanistan, nel novembre del 2001, e a guidare le altre forze speciali verso Kabul e poi nella vana caccia a Osama Bin Laden sui monti. Come ha ricordato uno di loro nelle memorie, la ricerca del leader terrorista era un´operazione prevista per tre giorni. Rimasero impegnati, e senza appoggi né rifornimenti, per trenta giorni, sopravvivendo con il cibo trovato nelle grotte e negli accampamenti evacuati in fretta dagli uomini di Al Qaeda.
Un´impresa che avrebbe stroncato altri soldati, ma che per i sopravvissuti all´addestramento dei Seals dovette sembrare un picnic. Soltanto nella prima fase i candidati avevano dovuto superare in sequenza questa serie di prove: 450 metri a nuoto in meno di 12 minuti, poi, dopo 10 minuti di riposo, 42 piegamenti sulle braccia in meno di due minuti. Poi, dopo due minuti di riposo, cinquanta sit up, da supini a seduti di nuovo in meno di due minuti, seguiti da due chilometri di corsa con gli stivali e l´uniforme sotto gli 11 minuti. E per chi avesse superato queste prove comincerebbe il vero addestramento, perché fino a quel momento si è scherzato.
Culminerà in quattro giorni consecutivi di altre prove fisiche con un massimo di quattro ore di sonno, una al giorno, coronata da corse del plotone reggendo il tronco di una sequoia sulla testa per insegnare il valore essenziale del lavoro di squadra, visto che se anche uno solo di loro cedesse alla fatica, il tronco si abbatterebbe sulla testa di tutti. Per chi ce l´abbia fatta ci sarà il tuffo con le mani legate dietro la schiena a recuperare oggetti sul fondo con i denti. In un´acqua che non deve mai superare i 18 gradi centigradi, dunque gelida.
I superstiti a quella che i candidati chiamano la «settimana all´inferno» senza nessuna iperbole, l´onore di rischiare la vita in operazioni da scavezzacollo e di sognare, un giorno, di essere colui che «terminerà» i nemici indicati dal comandante in capo, dal Presidente, come Osama Bin Laden.
Oppure, come fu per Jessie "Il Corpo" Ventura, una carriera da lottatore e, nel suo caso, addirittura l´incarico di governatore dello Stato del Minnesota. Da ex "foca", amava tuffarsi nei laghi gelati del nord ovest, dove la temperatura raggiunge i minimi nazionali ogni anno, bucando il ghiaccio «per schiarirsi le idee» diceva. Amava dipingersi il volto di tinte verdi, come i fantasmi che davano la caccia a Vietcong. Perdendo, alla fine, la guerra.