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 2017  marzo 18 Sabato calendario

Sul commercio l’America chiede più sacrifici agli europei

NEW YORK La Nato è un’ottima cosa purché gli europei paghino il conto. L’America trumpiana non sarà isolazionista ma vuole proteggere i suoi lavoratori, vuole un “commercio equo” che significa qualche dose di sacrifici per gli europei, in particolare gli esportatori in attivo commerciale cronico come l’industria tedesca. E Donald Trump pensa di avere qualcosa in comune con Angela Merkel: secondo lui, tutti e due sono stati intercettati da un certo Barack Obama.
Trump sa essere Dr. Jekyll e Mr. Hyde: è toccato alla cancelliera tedesca sperimentare il rapido cambio di personaggio. La conferenza stampa ha avuto due volti. La parte pianificata, quando Trump leggeva un discorso preparato. E la parte improvvisata, con le risposte ai giornalisti. Nella prima, i danni alle relazioni bilaterali sono stati contenuti, perfino rammendati. Dopotutto, questo presidente aveva definito disastrosa la politica di accoglienza di profughi da parte della Germania, addebitando agli errori della cancelliera la strage di Natale a Berlino. In campagna elettorale Trump aveva gettato dubbi sulla fedeltà Usa al Patto atlantico, sulle sanzioni alla Russia per l’Ucraina. Aveva inneggiato a Brexit e previsto o auspicato la disintegrazione dell’Unione europea. Date queste premesse il summit si potrebbe definire un mezzo disgelo. Non certo sul piano dei rapporti personali: Trump non ha stretto la mano alla Merkel, almeno nello Studio Ovale; il suo body- language tradiva freddezza e irritazione con sguardi obliqui, occhiatacce in cagnesco, un atteggiamento accigliato e scostante. Zero empatia. Però il copione scritto ha smussato alcune asperità. Trump ha reso omaggio al ruolo della Germania della Nato, ricordandosi di onorare la memoria degli oltre cinquanta soldati tedeschi morti in Afghanistan. Ha ricordato che la Germania è parte della coalizione che combatte per sconfiggere lo Stato islamico. Ha riconosciuto alla Merkel una “leadership” nella crisi ucraina. Ha perfino evocato dei “valori comuni”, raro accenno a un’idea di Occidente fondata su principi universali, che di solito non appare nella retorica trumpiana.
Gli affondi polemici ci sono stati ma nel rispetto di un certo galateo. Trump ha spiegato che il suo nazionalismo economico non va confuso con l’isolazionismo, punta a «ricostruire la base manifatturiera americana, un obiettivo che è nell’interesse del mondo intero». Il free trade gli sta bene se è fair trade: il commercio oltre che libero deve essere equo, sulla base di regole del gioco rispettate da tutti, altrimenti «milioni di lavoratori vengono penalizzati, lasciati ai margini». Non ha arretrato di un centimetro sulla richiesta che gli europei «paghino la loro parte delle spese Nato», aggiungendovi che «molte nazioni alleate hanno accumulato debiti con noi».
Mr. Hyde è apparso non appena i suoi nemici giurati – i giornalisti – hanno preso la parola. Trump ha accusato una reporter tedesca di rincorrere le fake news, false notizie, perché aveva osato definirlo un isolazionista. L’ha punzecchiata sarcasticamente come una «giornalista carina e amichevole», riservandole lo sfottò canzonatorio che infligge a quelli del New York Times e della Cnn. Ha infilato nella conferenza stampa l’allusione alle intercettazioni, «io e la Merkel abbiamo qualcosa in comune», inquinando un summit di Stato con una coda velenosa della polemica politica interna. Le accuse di Trump a Obama – un secondo Watergate alla Nixon, uno spionaggio illegale ordito ai suoi danni dal predecessore – erano già state smentite ai massimi livelli non solo dall’intelligence Usa ma anche dai dirigenti del partito repubblicano. Trump non ha rinunciato a rilanciarle, sempre senza uno straccio di prove, “usando” la Merkel (a suo tempo intercettata dalla Nsa, rivelazioni Snowden) per infangare l’Amministrazione Usa che lo ha preceduto. Uno scivolone che ha ricordato alla cancelliera tedesca i caratteri più pericolosi del suo interlocutore: imprevedibilità, impulsività, irascibilità, dispregio della carica che ricopre.
Ma nell’insieme Trump si comportava come chi sa di avere di fronte un interlocutore abbastanza debole. Sull’immigrazione, lei è in difficoltà più di lui. Trump ha incassato un nuovo stop al suo bando sigilla-frontiere, ma non deve gestire flussi di arrivi dal Medio Oriente soggetti ai capricci della Turchia. Sul commercio estero, la Germania come maxi-esportatrice in una guerra commerciale avrebbe molto più da perdere degli Stati Uniti.
Federico Rampini

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Stop a nuovi dazi. Con Donald la sfida più dura di Angela 
BADEN BADEN La mancata stretta di mano di Donald Trump nello Studio Ovale non è il primo strappo, né sarà l’ultimo. Angela Merkel è abituata ai bullismi dei suoi interlocutori più testosteronici. Al labrador nero invitato sadicamente da Vladimir Putin ai bilaterali (Merkel ha paura dei cani). Ai troni dorati, poco sottile allusione alle manie neo-ottomane e imperiali di Recep Tayyip Erdogan, scelti per uno dei loro ultimi bilaterali. Persino alla “diplomazia del cucù” di Silvio Berlusconi, che amava sorprenderla con simpaticissimi lazzi come quando al vertice Nato di Strasburgo le fece “aspetta aspetta” con una mano e le girò le spalle sul tappeto rosso per continuare in pace una telefonata. Merkel non ha mai fatto un plissè. Ai suoi interlocutori lunatici e burberi, neo napoleonici o autoritari che pensano di umiliarla, la cancelliera ha sempre opposto un’angelica, composta calma. Al limite, condita da un microscopico movimento degli angoli della bocca, un impercettibile ma insopprimibile sorrisino ironico. Dai suoi interlocutori più bulli, Merkel è riuscita sempre a ottenere quello che voleva.
Ma con “The Donald” è diverso e l’atteso incontro di ieri lo ha dimostrato. Gli accordi di Minsk strappati a Putin, l’intesa sui profughi sottoscritta con Erdogan, le dimissioni di Berlusconi: Merkel sa come ignorare cani, troni e cucù e andare al sodo. Ma con un imprevedibile e lunatico presidente della più potente nazione del mondo, è diverso. La Germania non ha grandi leve per convincere il suo interlocutore. Nella notte italiana, i due hanno affrontato l’argomento più spinoso: il libero commercio e i dazi alle frontiere minacciati dall’amministrazione americana. Che per il Paese di Merkel, che esporta il 10 per cento dei suoi beni negli Stati Uniti, equivalgono a una bomba atomica sulla sua economia. Ma le premesse, venute fuori dalle prime dichiarazioni di Trump e Merkel in conferenza stampa, non sono delle migliori.
«Non sono un isolazionista, sono per il libero commercio», ha detto il numero uno della Casa Bianca, aggiungendo però che «gli Stati Uniti sono stati trattati in modo molto ingiusto da molti Paesi» e reiterando la sua richiesta di un commercio internazionale «più equo». In America, ha sottolineato, sono state chiuse fabbriche mentre in altri Paesi il benessere cresceva. Ed è chiaro che il riferimento è alla Germania, alla Cina o al Giappone. I Paesi, peraltro, con cui Washington sta incrociando le spade anche al G20 di Baden Baden per ottenere che nel comunicato finale “equo” venga menzionato a proposito del libero scambio.
Anche se Merkel ha tentato di indorare la pillola a Trump trascinando con sé una delegazione di big dell’industria – i capi di Bmw, Schaeffler e Siemens – venuti a spiegare ai loro competitor americani il famoso sistema di formazione duale, uno sherpa tedesco del G20 ha commentato, ironico: «Magari la prossima volta gli andiamo a spiegare come funziona la raccolta differenziata dei rifiuti». C’è poco da fare, i numeri parlano chiaro.
In Germania, che esporta 147 miliardi di beni verso il Paese di Trump, un milione di posti di lavoro dipende da quei flussi, secondo il presidente dell’autorevole Ifo, Clemens Fuest. E nello scenario peggiore, di offensiva sui dazi americana e ritorsioni europee, Fuest ricorda che altri 600mila posti di lavoro sono garantiti in Germania da aziende americane. Una guerra commerciale con Washington metterebbe a rischio 1,6 milioni di posti di lavoro. «Uno scenario apocalittico», secondo il presidente dell’istituti di ricerca di Monaco.Un nodo che dopo mesi di scontri sembra sciogliersi, nei rapporti tra i due, è quello della Nato. Confermando un’anticipazione di Repubblica. it, Merkel ha chiesto al presidente americano di considerare nel 2 per cento di spesa per la difesa anche le missioni internazionali di peacekeeping come quella in Afghanistan (per la quale Berlino ha incassato ieri il ringraziamento esplicito di Trump) e gli impegni nella cooperazione internazionale, ad esempio in Africa.
E tanto per concludere in bellezza, Trump ha tentato una battuta sul più imbarazzante scandalo recente. Da settimane sostiene di essere stato spiato da Barack Obama, senza mai citare una fonte o uno straccio di prova. «Almeno in questo, abbiamo qualcosa in comune», ha detto ieri, rivolto alla cancelliera che fu spiata ufficialmente dal Nsa. Reazione di Merkel, apparentemente, zero. Ma il suo occhio vitreo, per gli esegeti più attenti, esprimeva più di mille parole.
Tonia Mastrobuoni