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 2017  marzo 18 Sabato calendario

Il paradosso Sinisi «giudice rosso». Militava nel Ppi i dem lo scaricarono

ROMA «Interviste? Non ne faccio. Come disse Falcone se rilasci dichiarazioni poi si parla di quelle e non del fatto. Ma se qualcuno – il ministero della Giustizia, la procura generale della Cassazione, il Csm – mi chiedono in via formale di dare spiegazioni, sarò felice di darle». Click. Giannicola Sinisi è cortese, e cortesemente chiude il telefono. Ma l’amarezza, e pure la sorpresa, per il caso Minzolini si sentono nella voce. Perché mai e poi mai lui avrebbe pensato che quel 27 ottobre del 2014, il giorno della sentenza d’appello di condanna dell’ex direttore del Tg1, potesse trasformarsi in un’accusa alla sua carriera.
Antefatto. Sinisi, 60 anni, pugliese, è magistrato dall’84, pretura di Manfredonia e procura di Trani, poi il salto a Roma e i due anni che considera «unici e irripetibili», quelli con Falcone in via Arenula. «Con Giovanni era come stare perennemente in orbita, come fare i campionati del mondo, avere una guida, un indirizzo, un nume tutelare». Ucciso lui, il dopo è la politica. Nel ‘94, indipendente nelle liste Pds e Alleanza democratica, diventa sindaco di Andria, la sua città. Poi tre legislature, nel ‘96 e nel 2001 indipendente eletto alla Camera con il Partito popolare, nel 2006 al Senato con la Margherita. Diventa sottosegretario all’Interno, presiede la commissione sui pentiti. Si occupa dei big, Buscetta, Mannoia, Calderone. Nessuna tessera, tantomeno del Pd. Quando il partito nasce nel 2007, l’anno dopo Sinisi non viene più ricandidato. Torna in magistratura, due anni alla corte d’appello di Potenza, poi vola a Washington, consigliere giuridico della nostra ambasciata. Scrive un libro su Falcone “A sicilian patriot, Falcone e gli Usa”. Di nuovo a Roma in corte di appello, ora è alla procura generale di Bari.
La memoria dell’udienza su “Minzo” la conservano in tanti. Sinisi faceva parte del collegio ma non era né presidente né relatore, mentre lo era di altre cause. Due udienze, ma i verbali testimoniano che nessuno sollevò il tema della sua incompatibilità. Tacque pure Franco Coppi, il difensore di “Minzo”. Sinisi non pensò ad astenersi. Dal suo punto di vista non ce n’era motivo. Nella vita politica non aveva mai incontrato Minzolini e il processo non riguardava fatti politici, ma l’uso di una carta di credito. E poi Sinisi, per 8 anni aveva partecipato alle riunioni del Movimento politico dell’unità che fa capo al movimento dei Focolari. Obiettivo: «Vedere negli altri in Parlamento non avversari politici, ma persone da cui imparare». Figurarsi se, tornato giudice, poteva considerare “Minzo” un nemico. Note contro Berlusconi? Nessuna. Anzi lui, per la presidenza del gruppo della Eu occidentale, gli fece pure gli auguri.