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 2017  marzo 19 Domenica calendario

«Gay, timido e sieropositivo: il buddismo mi ha reso felice». Intervista a Antonello Dose

È una delle voci più conosciute d’Italia eppure lui si definisce “timido”, “diversamente emotivo”, finito alla radio per sbaglio (“io volevo fare l’attore”). Oggi rivela di sé cose sconosciute a tutti, persino a chi gli sta vicino: dal 1989 recita tutti i giorni, mattina e sera, le preghiere quotidiane del Buddismo di Nichiren Daishonin. Inoltre, dopo aver molto amato, senza esserne contagiato, un uomo poi morto di Aids ha scoperto anni dopo di essere lui stesso sieropositivo. Tutto questo Antonello Dose, che da quasi 22 anni conduce con Marco Presta la popolarissima trasmissione radiofonica Il ruggito del coniglio, lo racconta per la prima volta nel libro La rivoluzione del coniglio. Come il buddismo mi ha cambiato la vita (Mondadori).
Omosessuale, buddista, sieropositivo. Non deve essere stato semplice esporsi così.
No, non lo è stato, per questo ho aspettato così tanto. Però non potevo tralasciare l’aspetto della malattia in un libro in cui provo a raccontare veramente l’esperienza buddista, come l’ho vissuta io.
Dopo il primo incontro, però, definì i buddisti “un tradimento della logica”.
E come vuole definire uno che si inginocchia e comincia a ripetere mille volte Nam-Myoho-Renge-Kyo? Io però ho iniziato a praticare proprio nel momento in cui avevo scoperto che Piero, il primo amore della mia vita, si era ammalato di Aids. Dopo un po’ ho sentito che questa tecnica mi faceva essere molto più energico, lucido. Nel libro racconto poi le cose curiose che mi sono capitate da allora. E i molti piccoli miracoli che mi sono accaduti.
Ad esempio?
Lavorare tanti anni in Rai senza nessuna tessera di partito! Sul lavoro poi mi è sempre andato tutto bene, tante persone mi ringraziano di averle aiutate quando io mi limito a divertirmi. Però non ho mai pregato per avere successo, nel buddismo non si pratica per avere benefici, ma per diventare felici.
Lei ha lavorato parecchio a Mediaset, grazie a Enrico Vaime. Nel libro racconta di quel giorno in cui andò da Berlusconi.
Aver visto Berlusconi dal vivo mi ha fatto rivivere le sue avventure dei vent’anni successivi come se lo conoscessi. Ma dal buddismo ho imparato che sono le persone comuni a fare la storia: il problema è che la politica e il circolo mediatico se ne sono completamente dimenticati.
A proposito di politica, com’è il karma di questo Paese?
Non siamo in un buon momento, ci vorrebbe una riscossa, invito i giovani a partire a razzo. Vedrei bene un nuovo movimento di mazziniani.
Lei racconta di quando era un ragazzino omosessuale e non c’erano locali, gay street, nulla.
Sono contento che siano state approvate le unioni civili (così come l’intesa dello Stato proprio con i buddisti). Però manca il riconoscimento dei figli del partner. Per quanto riguarda la prevenzione, invece, è criminale che si continui a tacere sull’Aids, non ci sono campagne rivolte ai giovani dai tempi di Lupo Alberto o quasi.
Lei vorrebbe un figlio con il suo compagno? Nel libro fa addirittura una proposta di matrimonio.
È vero, ma ancora non mi ha risposto! Comunque no, sono troppo vecchio, anche se Fabrizio sarebbe un ottimo genitore. Nel libro racconto anche la nostra vita comune – lui che invade la casa di scarpe e usa troppo bagnoschiuma – per spiegare che nella coppia gay non c’è nulla di pittoresco.
Scrive anche che è diventato quasi monogamo. Non sarà ormai troppo ascetico?
Per nulla! Nel libro parlo molto di sessualità perché è un aspetto pieno di pregiudizi morali. Che poi giri per i locali e chi incontri? Generali e cardinali.
Ma in cosa lo ha aiutato di più il buddismo?
Imparare a non disperarsi delle perdite, ma a salutare con gioia qualcuno che se ne va. Anche rispetto a Piero oggi non provo né dolore né malinconia, solo gratitudine.