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 2017  marzo 19 Domenica calendario

«Mangiava di nascosto con Bud Spencer. Django? Non gli è mai piaciuto». Intervista a Nori, moglie di Sergio Curbucci

Storia di un grande amore. Di cinema, ciak si gira, viaggi, feste, dolori, amicizie, scherzi e follie. Sempre insieme, “per 31 anni non abbiamo mai dormito separati”. Mai. Lui era Sergio Curbucci, classico esempio di “grande” rivalutato dopo, classico esempio di provincialismo italiano, noi a sentirci oggi belli solo perché è arrivato l’estero (vedi Quentin Tarantino con Django) a spiegarci cosa avevamo in casa; lei è Nori, al secolo Nori Corbucci, sua “musa, moglie, amante, amica, compagna, confidente e tutto il resto”. Insieme hanno attraversato il cinema e l’Italia da quel 10 ottobre 1958, “il giorno in cui ci siamo conosciuti. Ancora festeggio la data”.
Come è andata?
Una festa. Quella sera ero insieme a Massimo Girotti, mio fidanzato di allora, e Umberto Orsini. A un certo punto mi avvicino al tavolo delle ostriche, di fronte c’era Sergio, non ci conoscevamo, e senza dirci nulla iniziamo una sorta di gara a chi ne mangiava di più. Quindi inizia a prendermi in giro, caso rarissimo, tutti mi trattavano in maniera seria anche perché io giocavo il ruolo della vamp. Non con lui. Siamo scoppiati a ridere, mi ha smontato.
E poi?
Mi fa: “Sono venuto qua con una signora”. Io con due, rispondo. “Molliamoli e andiamocene insieme”. Siamo scappati sulla sua macchina, un’orrenda Lancia bicolore, dopo poco allunga il braccio destro per metterlo sulle mie spalle, si distrae e prende un marciapiede in pieno.
Marco Giusti parla di suo marito come uno dei più grandi registi.
Lo considera anche superiore a Sergio Leone, lo stesso dice Quentin Tarantino.
Non a caso ha girato il remake di Django.
E in quel caso ha ingaggiato lo stesso musicista di Sergio e dentro ci sono ben dieci citazioni. Però, insomma, la maggior parte delle persone giudica Leone migliore. Però i due erano molto amici.
Differenze tra i due?
Mio marito era più brillante, Leone più lento; il mio accettava tutto, mentre l’altro si prendeva molto sul serio e veniva pagato di più. Comunque anche allora li confondevano. Una sera andiamo a casa di Marchini con Antonello Trombadori e per la prima volta incontriamo Renato Guttuso. Appena quest’ultimo ci vede, scatta in piedi, viene verso di noi e quasi si inginocchia senza dire una parola. Sergio capisce subito e gli dice: “Guardi che non sono Leone, sono solo Corbucci”. Per scusarsi Guttuso ci ha regalato un disegno con dedica.
Interessato di politica?
Era a sinistra ma senza particolare coinvolgimento, ha sempre votato o comunista o radicale, mentre io solo radicale, ancora oggi ci credo e finanzio la radio. Ah, Craxi lo voleva candidare come parlamentare, ma lui parafrasando Groucho Marx, rispose: “Non vorrei mai far parte di un partito dove uno dei deputati sono io”.
Discutevate per la scelta dei copioni?
Eccome, e spesso, io ero più snob, ma aveva ragione lui. Tutti i registi che hanno puntato solo su pellicole artistiche hanno lasciato le mogli in difficoltà economiche, io no. Ancora oggi mi mantiene lui, per questo mi sento una delle persone più fortunate al mondo. Non ho mai dovuto realmente lavorare, giusto dei lavoretti sul set di mio marito, ma era solo una scusa per stare insieme, per lui a volte ho recitato delle piccole parti, in altre ero la costumista.
Ha conosciuto tutti i più grandi attori italiani, a partire da Totò: quest’anno sono 50 anni dalla sua morte.
Però non ha girato i suoi migliori, Totò era già anziano e ci vedeva poco, ma restava un vero principe, frequentava solo aristocratici, solo grandi signori, quando andavo sul set si alzava per il baciamano; poi era un tipo generoso, da lui arrivavano dei regali enormi. Amava scegliere le parole, e parlava di Totò in terza persona, diceva di non amarlo ma di rispettarlo perché gli dava da mangiare, gli consentiva la bella vita.
Fuori dal set esisteva solo il principe Antonio de Curtis…
Solo lui. Diventava Totò da mezzogiorno, prima non si alzava, fino alle cinque del pomeriggio quando emetteva un fischio tipo da usignolo, era il segnale dello “stop alle riprese”, nessuno diceva niente, ma da qual momento tornava il principe.
Con Totò ben sette film in due anni.
Sergio li girava in un mese, le sceneggiature erano dei canovacci, poi Totò improvvisava.
Il suo rapporto con Sergio?
Era il tipo alla Clark Gable, l’uomo che ti abbraccia e ti dice “non ti preoccupare piccola, ci penso io”, mi ha ovattato la vita, mi ha lasciato i miei tempi, mi chiedeva solo di cucinare. Poi gli curavo le pubbliche relazioni, era sbadato, in qualche modo rispecchiava il clichè dell’artista, di quelli con la testa altrove, che non conoscono il valore dei soldi, anzi i conti li tenevo io, quando aveva bisogno di qualcosa veniva da me, come i bambini: “Nori, mi dai diecimila lire?”.
E lei?
Prima gli domandavo come doveva utilizzarli, ero terrorizzata che servissero per acquistare del cibo, in realtà ci andava a comprare i fumetti o dischi jazz. Un collezionista. Quando è morto, sia Renzo Arbore che Lino Patruno mi hanno chiesto in regalo la raccolta, alla fine l’ha presa Patruno, ma solo perché è arrivato per primo.
Il cibo era la sua debolezza…
Con Bud Spencer, durante le pause sul set, si chiudevano in roulotte e mi dicevano: “Scusa, dobbiamo leggere la sceneggiatura”. Ma quale sceneggiatura! Si preparavano chilate di pasta, mangiavano in continuazione, due goderecci, dalla roulotte vedevo uscire il fumo degli spaghetti scolati. E io fuori, terrorizzata che si potesse sentire male.
Sempre preoccupata per il peso…
Una lotta perenne. Paolo Villaggio mi spediva delle lettere anonime con su scritto: “Cara signora, ho incontrato suo marito in una rosticceria, aveva un panzerotto in mano, una crocchetta nelle tasche e stava ordinando una pizza. Io le do un consiglio: stia attenta. Firmato: un amico”.
Lei sapeva che era Villaggio?
Sì, tipico suo. Da tutto il mondo ci spediva delle cartoline con torte grondanti di cioccolato. Una sera a Lugano, mentre giravamo A tu per tu, era notte, già dormivamo, bussa un cameriere alla porta dell’albergo, aveva in mano un vassoio di cioccolatini: “Un ammiratore le manda questi”. Paolo era simpaticissimo, negli anni è peggiorato.
Da quando?
Dal momento in cui ha iniziato a lavorare meno, lì si è incattivito troppo. A dire il vero non è mai stato un buono, con lui si rideva sempre sulla cattiveria, ma allora eravamo tutti un po’ cinici, compreso mio marito.
Il cinismo andava di moda…
Allora non c’era pietà per gli altri, si voleva ridere sempre, di tutto e a prescindere. Mi ricordo una sera quando abbiamo riso per un comico che imitava un anziano zoppo. Eravamo delle carogne. Villaggio era il più feroce, poi anche Gianni Boncompagni e subito dopo mio marito. Ma ripeto, era un’altra epoca, ed è quasi impossibile ridere sul buonismo. Oggi me ne vergogno.
La vita dopo la morte di suo marito…
Anche in questo caso ho avuto fortuna, io volevo morire. Mi svegliavo la mattina con l’angoscia di aver aperto gli occhi, non mi interessava nulla.
E come ne è uscita?
Grazie agli amici. Non mi hanno mai mollato, piangevo, eppure stavano al mio fianco, con Marta Marzotto che dormiva con me, non mi voleva lasciare sola. Poi lui è morto il 4 dicembre, il 18 il nostro gruppo di amici partiva per passare il Natale a casa di Krizia, così mi chiama Francesco Rosi e mi dice: “Vieni”. Rifiuto. Impossibile. Avevano già organizzato. Non solo. Al ritorno, ed era il 7 gennaio, mi affaccio dal balcone e guardo giù, non avevo il coraggio di buttarmi di sotto. All’improvviso sento squillare il telefono, era Renzo Arbore: “Nori, io e Mara (Venier) abbiamo pensato che domani mattina ti veniamo a prendere e vieni a lavorare con noi”. Per due anni sono stata con loro.
Le è piaciuto lavorare?
Neanche un po’. Però mi ha salvato la vita nel periodo più complicato, quando non vedi i colori, quando tutto è grigio, quando senti il sapore dell’acciaio in bocca.
Mentre le piaceva stare sul set…
Tantissimo, anche perché mio marito girava quasi tutti i film in esterna, quindi stavamo perennemente in viaggio. Poi il regista è una delle figure più viziate, tutto quello che chiede gli viene immediatamente concesso.
Capita anche agli attori.
Molti di loro sono delle vere primedonne, e penso a Franco Nero: quando Sergio girava con lui, a un certo punto delle riprese, era matematica una sua telefonata di notte nella quale chiedeva un primo piano degli occhi, e mio marito rispondeva: “Senz’altro”, poi attaccava il telefono e se ne fregava.
Gli attori preferiti?
Jean-Louis Trintignant e Marcello Mastroianni erano i migliori. Leggevano, studiavano la sceneggiatura, silenziosi, seri, a volte sofferenti, ma non domandavano mai nulla, non rompevano, due signori. Anche Vittorio Gassman era così.
Non ha detto Franco Nero…
Non paragoniamolo a Mastroianni e comunque non l’ho visto per anni, si è rifatto vivo con la storia di Tarantino.

Django
è stato da subito considerato un film troppo violento.

Visto da dentro non mi è sembrato così brutale, una pellicola nata per un favore di Sergio al produttore, gli chiese di girarlo gratis con una percentuale sugli incassi.
E accettò…
Sì, però mentre girava in Spagna si svegliava con l’angoscia e mi diceva: “Oddio, è il film più brutto della mia vita”.
Invece fu un successo…
Lo hanno proiettato anche nello Yemen, Pasolini ci chiamava: “Ovunque vado vedo i cartelloni con questo Django”. Era vero. Un film nato fortunato.
Ma dopo averlo terminato a suo marito è piaciuto?
No, mai. Amava solo la trovata della bara, una pellicola girata con mezza lira, pensi che la sabbie mobili sono state realizzate con del sughero, ogni volta che vedevamo quelle sequenze soffrivamo, eppure non se n’è mai accorto nessuno.
Ma a Tarantino lo ha detto?
No, per carità.
Definire Corbucci come “regista eclettico” è quasi riduttivo, è passato da film come Django ad altri come Rimini Rimini.
Se è per questo ha fatto di peggio, e penso a porcherie tipo Sing Sing, ma era così, amava stare sul set.
Pure Sono un fenomeno paranormale con Alberto Sordi non è proprio un capolavoro.
E lo credo, ma in quel caso è colpa mia: sono una ricercatrice spirituale, interessata al mistero, e spesso ne parlavamo. Ma ha realizzato un’accozzaglia.
Una volta in Spagna avete avvistato un enorme disco volante.
Vero. Sergio stava girando un film, a un certo punto vediamo un enorme oggetto volante, ci giriamo, fotografiamo e filmiamo, ma dopo poco il direttore di scena si scoccia e in perfetto romano fa: “Vabbè, avemo visto l’Ufo, ricominciamo a lavorà”. Siamo scoppiati a ridere, il cinema non si ferma davanti a nulla.
Il film preferito di suo marito?
Sono tre: Il grande silenzio, Giallo napoletano e La mazzetta. Per quest’ultimo ci ha scritto anche Giulio Andreotti, evidentemente Sergio aveva raccontato la verità. Sa cosa mi stupisce? Un tempo Sergio non veniva considerato dai critici, e lui ne soffriva, oggi quando trasmettono i suoi film i giornali gli assegnano tre o quattro stellette. Potere del tempo.
Era geloso…
All’inizio, quando andavamo alle feste, gli stavo sempre attaccata, anche perché era il più divertente della serata. Un giorno, con garbo, mi dice: “Nori, non devi stare sempre con me, parla con gli altri, è meglio”. Da quel momento ho iniziato ad andare alle feste e a non badare a lui, e gli uomini mi si avvicinavano, eccome! Così vedevo Sergio che allungava il collo, controllava e non diceva nulla. Dopo un po’ di tempo: ‘Nori, non puoi stare sempre con gli altri, e non con me. Una giusta via di mezzo”. Tutto era tornato al suo posto.
Lei è stata corteggiata da Alberto Sordi.
Prima di conoscere Sergio. Una persona straordinaria, mi voleva sposare senza conoscermi.
Sulla parola?
Era fidanzato con una mia amica e coinquilina, ragazza bellissima, aveva anche ispirato Michelangelo Antonioni. Insomma, Alberto veniva a casa per giocare a canasta, e io cucinavo per tutti. Lui mi guardava ma non diceva nulla. Dopo un po’ inizia a farmi telefonare dal suo segretario: “Il signor Sordi la vorrebbe vedere da sola”. Rifiutavo, “sono amica della sua fidanzata”. Niente, insisteva. Dopo qualche anno gli ho chiesto il motivo: “Ti volevo sposare, perché cucinavi bene ed eri rassicurante, ho capito da subito che non mi avresti messo le corna”.
Dopo aver distrutto la leggenda del Sordi allergico ai rapporti con le donne, almeno manteniamo quella del suo essere parsimonioso?
Ma neanche un po’! Un uomo generoso, l’unica verità comune è che non faceva entrare nessuno in casa, la sua villa era avvolta nella leggenda, solo Silvana Mangano riuscì a varcare il cancello e tutti noi a chiederle come era da dentro. Era innamorato della Mangano, il suo unico e vero amore.
Lei quando parla di amore ogni volta sospira.
Sergio è passato direttamente dal sonno alla morte, non si è accorto di nulla. Però sa una cosa? Il tempo non allevia le ferite, il tempo aiuta solo a gestire il dolore. (Si alza, va in un’altra stanza, dopo poco torna con un album. Lo apre. Sono tutte le lettere ricevute dal marito). Non riesco a leggerle, però guardi la grafia e i disegni, sembrano realizzate da un bambino (Cuoricini, pupazzetti, scritte. L’ultima poco prima di morire).

Lei rispondeva?

No, non potevo, le trovavo già allora troppo belle. E non ero all’altezza di quelle parole…
Twitter: @A_Ferrucci