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 2017  marzo 19 Domenica calendario

Era il 1992: quando i barbari padani calarono su Roma

Sembravano un’armata Brancaleone, per farsi coraggio stavano sempre insieme, si muovevano in gruppo, come un branco. E non parlavano con i giornalisti”. Così le cronache parlamentari rievocano i giorni del 1992 quando in Parlamento entrò la prima nutrita pattuglia di leghisti: 55 deputati e 25 senatori che molti vedevano come i nuovi barbari calati su Roma. L’anno dopo un altro exploit: nel 1993 Marco Formentini viene eletto sindaco di Milano e il Carroccio pianta la sua bandiera su Palazzo Marino, in piena Tangentopoli. Nessuno avrebbe scommesso due lire sul futuro nazionale della Lega di Umberto Bossi, né sulla giunta guidata da un personaggio sconosciuto ai più, con un passato professionale nella Comunità europea. E invece il partito di Bossi seppe generare una classe dirigente che nel corso degli anni ha portato i lumbard ad amministrare decine di comuni del Nord, e oggi guida due importanti regioni come Lombardia e Veneto. Pure Formentini, che si era appena affacciato alla politica, riuscì a mettere in piedi una giunta con diverse personalità esterne al movimento, che lasciò traccia nella storia della città: il passante ferroviario, il polo museale, gli Arcimboldi come nuova Scala, i progetti Bicocca e Porta Nuova nacquero allora.
In questa fase di crisi delle élite e un vuoto di classe dirigente politica – che oggi tocca Renzi e Grillo – è utile ascoltare i protagonisti di quella stagione per capire com’è stato possibile che un movimento giovane e osteggiato da gran parte di media e opinione pubblica sia riuscito nell’impresa di attrarre o generare una classe dirigente politico-amministrativa. “Se un partito è un prodotto della società, è più facile che si crei una classe dirigente. Succede meno quando un partito è proprietà privata, come è stato con Berlusconi e sembra essere oggi con Grillo. Bossi era il padre padrone della Lega, ma sul territorio, da buon federalista, lasciava la massima autonomia ai suoi amministratori”, osserva Philippe Daverio, critico d’arte, che in quella giunta milanese fu assessore alla cultura.
L’indipendenza dalla Lega è stato il segreto della giunta Formentini? “Il sindaco riuscì a proteggere tutti i non leghisti della sua squadra, consentendoci di lavorare al meglio. Anche per questo accettai la sua proposta”, racconta l’economista Marco Vitale, all’epoca assessore all’Economia. “Quando le istituzioni chiamano, il mondo della borghesia e delle professioni deve rispondere, come nell’Atene di Pericle. Si chiama impegno civile. Ma oggi il mondo delle professioni è meno disposto a impegnarsi in politica”, continua Vitale.
Si è parlato molto della giunta di Virginia Raggi a Roma, il paragone sorge spontaneo. “A mio parere Formentini da una parte aveva maggiori capacità, dovute anche alla sua vita professionale, dall’altra era una persona completamente libera dal partito”, osserva Vitale. Anche per Formentini. Non fu tutto rose e fiori: si dimisero subito due assessori, dopo un anno lasciò lo stesso Vitale e negli ultimi due il sindaco fu costretto ad appoggiarsi a un pezzo della sinistra per continuare a governare. “Quando sento che per scegliere un assessore ci mettono settimane lo trovo lunare: che la Lega avrebbe conquistato Milano si sapeva da tempo, così mi organizzai, non arrivai impreparato. Ma Bossi mi lasciava ampia autonomia, oggi la Raggi mi sembra più bloccata”, spiega lo stesso Formentini.
Oggi l’ex sindaco ha 86 anni e, dopo un passaggio anche nel Pd, da tempo è fuori dalla politica: “Quella Lega fu attrattiva per molti professionisti disposti a impegnarsi in politica e Bossi aveva intelligenza e fiuto per scegliere i migliori”, continua Formentini. Che aggiunge: “Da quella fusione tra il barbaro di Varese e la borghesia del Nord si generò una classe dirigente che, a livello locale, governa da 25 anni. A livello nazionale è più difficile perché le persone diffidano della politica e chi ha successo nella vita ne sta alla larga. E la crisi dei partiti non aiuta”. Già, i partiti. “Ancora nessuno ha inventato dei validi sostituti che facciano da collante tra la gestione del potere e i cittadini”, osserva Vitale. “Eravamo una bella squadra”, ricorda Daverio, “tutti molto competenti nel nostro campo. Poi la Lega ha perso quella carica anarcoide e ha subìto una svolta neodemocristiana: forse è per questo che, dopo tanti anni, sta ancora a galla…”.