ItaliaOggi, 18 marzo 2017
L’uomo di Berlusconi a Palazzo Chigi
Marcello Fiori, coordinatore nazionale dei Club Forza Silvio, che si dice avranno un ruolo importante nella scelta delle nuove candidature, ha impiegato poco a divenire uno dei più stretti e ascoltati collaboratori di Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi, pur non risultando in alcun incarico formale.
Bella forza, già lo era. Vero e proprio trait d’union tra il premier e Silvio Berlusconi nella strana maggioranza di governo che va da Matteo Renzi a Pier Luigi Bersani passando appunto per il Cavaliere, è guardando a lui che il cosiddetto partito-azienda può affermare: questo governo è il nostro, purché duri.
Fiori è un dirigente pubblico di prima fascia da poco rientrato alla Presidenza del consiglio dei ministri, ufficialmente negli uffici in via della Stamperia al dipartimento degli Affari regionali e Autonomie, ma è ormai da tempo anche un politico a tutto tondo, tanto che periodicamente si fa il suo nome tra i veri possibili successori del Cavaliere. Certo, in passato si è occupato di Protezione civile con Guido Bertolaso, circostanza che gli viene costantemente attribuita per descrivere i natali della sua folgorante carriera. Ma non è di sicuro con l’uomo dei terremoti e delle alluvioni che è venuto fuori. In realtà, si è occupato di tante cose tra ambiente, energia, beni culturali ed eventi speciali. Non senza incidenti di percorso, come quando è stato nominato da Sandro Bondi commissario di Pompei e finì nella bufera per la sua gestione.
C’è dunque da credere ai berlusconiani quando dicono di avere un atout a palazzo Chigi. Fiori è legato a Gentiloni fin dai tempi in cui lavoravano assieme a Francesco Rutelli sindaco di Roma. Al Campidoglio l’attuale premier era il portavoce, Fiori il capo di gabinetto, ossia colui che si occupò materialmente del Giubileo del 2000, altra cosa rispetto alla versione sobria che si è tenuta con Papa Francesco. Il sodalizio con l’attuale premier culminò con la nomina di Fiori a direttore generale del ministero della Comunicazioni, proprio quando Gentiloni era il titolare di quel dicastero.
Passaggio cruciale per il sodalizio a tre. Lì, probabilmente e per evidenti interessi comuni sul settore, crebbe il legame con Berlusconi che oggi, se potesse, vedendo riprodursi la medesima situazione che c’era a Largo Pietro di Brazzà alla presidenza del consiglio dei ministri, farebbe durare questo governo ben oltre la scadenza naturale, magari fino al maggio del 2018. Tant’è che l’avrebbe già auspicato.