il Fatto Quotidiano, 18 marzo 2017
Causa miliardaria al fantasma fascista croato
Sette discendenti delle vittime del regime di Ante Pavelic, appartenenti alle comunità serba, ebraica e rom, chiedono un risarcimento pari a 3,5 miliardi di dollari alla Repubblica di Croazia, per la morte dei loro parenti all’interno di campi di concentramento e per la confisca di beni mai restituiti. La richiesta parte da un tribunale di Chicago e arriva al ministero degli Esteri croato: a renderlo noto è il quotidiano zagabrese Vecernji List.
La Croazia è considerata erede legittima, e la sola legalmente riconosciuta, del regime di Pavelic, attivo tra 1941 e 1945: o almeno questo è quello che contestano dall’America.
Ante Pavelic è stato fondatore del movimento nazionalista degli Ustascia e dell’autoproclamato Stato di Croazia (Ndh), alle strette dipendenze della Germania nazista e dell’Italia fascista.
Perno centrale del regime era la difesa dell’etnia croata, in virtù della quale attuò una dura repressione nei confronti di minoranze, soprattutto zingari, ortodossi, comunisti ed ebrei. Fu creata una rete di campi di sterminio, tra cui il più noto è quello di Jasenovac, in cui si stima siano morte 80 mila persone. Una vera pulizia etnica con oltre 700.000 vittime.
Il ministero degli Esteri croato ha assicurato che l’azione legale non avrà seguito e il ministro Davor Ivo Stier lo ha definito un atto “insignificante” dal momento che la Repubblica di Croazia, a cui si contesta il fatto, è nata nel 1991, decenni dopo il regime di Pavelic. Ma più che su un dato cronologico, il ministro Stier punta sulla costituzione croata per sollevarsi da qualsiasi responsabilità: “La sovranità croata si fonda su quanto espresso dalla decisione di Zavnoh – per cui si intende il Consiglio antifascista croato – e non sull’istituzione del Ndh”.
Probabilmente si concluderà in un nulla di fatto ma un’occasione simile darà la possibilità di riaprire l’importante dibattito sull’enorme valore di beni confiscati, ancora non restituiti.
Questa ennesima grana arriva dopo una lunga polemica che ha visto contrapposti governo e comunità ebraica lo scarso anno e si è amaramente conclusa da meno di due mesi. Il ministro della Cultura croato, Zlatko Hasanbegovic, fu accusato di “revisionismo e simpatie fasciste” a seguito di una sua dichiarazione circa una “manipolazione” del numero di vittime del campo di Jasenovac. Il ministro rispose condannando Ante Pavelic come il “più grande fallimento morale di questo paese” e si appellò a una campagna di diffamazione.
In occasione della giornata della Memoria il coordinamento delle comunità ebraiche croate si è rifiutato di prendere parte alla commemorazione annuale: a pochi giorni dall’evento è stata rinvenuta, nei pressi del campo di Jasenovac, una targa con su scritto “Pronti per la patria”, motto tipico ustascia. Ad affiggerla non fu certo il governo ma la comunità ebraica lamentò l’assenza di una dura condanna di quest’ultimo nei confronti delle destre, invitando a prendere esempio dal comportamento della Germania odierna.