il Fatto Quotidiano, 18 marzo 2017
Il governo riesuma Profumo per liquidare Finmeccanica
La ricetta dello spezzatino è già scritta. Gli elicotteri Agusta all’americana Lockheed-Sikorski, l’aeronautica di Alenia e i missili all’Airbus franco-tedesca, le tecnologie spaziali ai tedeschi, l’elettronica per la difesa ai francesi della Thales. È questo il mandato che il governo sta affidando al banchiere Alessandro Profumo per la Leonardo-Finmeccanica.
Quindici anni fa, quando guidava Unicredit, Profumo annunciò che la maggiore banca italiana avrebbe smesso di finanziare le armi. Da allora pacifisti e profeti della finanza etica non smettono di dubitare che il nobile proposito sia mai stato messo in pratica. Ma l’idea che il banchiere “etico” si proietti alla guida di una delle maggiori fabbriche di armi del mondo (12 miliardi di fatturato) suscita qualche interrogativo. I casi sono due. O l’etica di Profumo è a geometria variabile, oppure accetta l’incarico offertogli da Pier Carlo Padoan su indicazione di Matteo Renzi nella certezza che di armi ne venderà ben poche. Siccome il curriculum del 60enne banchiere ligure non è macchiato da precedenti che mettano in dubbio la sua coerenza, la seconda ipotesi dev’essere quella giusta. E infatti tutto il settore industriale italiano per la difesa è in fibrillazione, come pure le alte gerarchie militari e lo stesso ministro della Difesa Roberta Pinotti. Il timore è che Profumo sia stato scelto per pilotare Finmeccanica verso l’esito già impostato da anni: la sostanziale liquidazione.
La discussione sulla scelta del successore di Mauro Moretti si è svolta per settimane e in maniera riservata nel governo. Il premier Paolo Gentiloni, il ministro dell’Economia Padoan (azionista di controllo del gruppo quotato in Borsa) e il loro capocorrente Renzi hanno trattato il dossier come fosse un affare privato, mentre le scelte di queste ore riguardano il destino di una grande azienda, di decine di migliaia di tecnici super specializzati e in definitiva della stessa industria italiana. Quando Moretti è stato messo fuori gioco dalla condanna per la strage ferroviaria di Viareggio nessuno si è disperato: i risultati dei suoi tre anni alla guida del gruppo tecnologico sono considerati deludenti. A fronte di brillanti risultati di bilancio c’è infatti un drastico arretramento nella capacità di portare a casa commesse importanti, strategiche per chi produce oggetti complessi, costosi e lunghi da realizzare. Oggi Finmeccanica ha un portafoglio ordini che le garantisce solo due anni di vita. Poco per chi vive di progetti a lungo termine.
Tutti gli interessati sembravano convergere sulla scelta di un “interno”, cioè di un manager di esperienza che conoscesse bene il gruppo e i suoi mercati, e il nome giusto sembrava (anche ai militari) quello di Fabrizio Giulianini, capo della divisione dell’elettronica per la difesa, uno dei pochi esperti e capaci rimasti dopo che Moretti ha pressoché azzerato le prime linee dirigenziali del gruppo. All’ultimo momento, giovedì sera, è spuntato il nome di Profumo. Come nasce l’idea di mettere alla testa di una complessa azienda manifatturiera uno che nella vita ha visto solo banche? Nessuno ha dato risposte convincenti. L’unico argomento noto è che Finmeccanica ha bisogno di una guida di forte caratura internazionale, che sia già conosciuto in giro per il mondo. Per esempio Profumo è molto noto in Kazakistan, dove nel 2007, secondo la ricostruzione di Paolo Mondani per Report, andò a comprare la banca Atf per 2 miliardi di euro per fare un favore al dittatore Nursultan Nazarbayev. Avrebbe risolto così, su richiesta del premier Romano Prodi, un serio problema dell’Eni, nel cui cda il governo lo ha poi sistemato. Il manager ha anche guai con la giustizia: ha in corso due udienze preliminari per la bancarotta dell’azienda Divania (bancarotta) e per i bilanci di Mps. Le Procure hanno chiesto il processo.
Con un know how del genere e un’esperienza così affilata non sarà un problema per lui attuare la strategia che Matteo Renzi ha impostato nei suoi tre anni di governo. Diversi autorevoli addetti ai lavori sono convinti che dietro la nomina di Profumo ci siano intese tessute da Renzi con i principali partner europei e con gli Stati Uniti. Non è un mistero che i fratelli-coltelli del settore aeronautico e militare hanno apprezzato negli ultimi anni l’incapacità di Finmeccanica di essere un concorrente pericoloso sul mercato internazionale delle armi. E che da tempo scambiano segnali sul governo italiano sulla possibilità di accasare le indebolite aziende pubbliche in gruppi più solidi e meglio proiettati internazionalmente. Cioè di prendersi tecnologie e quote di mercato a prezzi di saldo.
Se il mandato di Profumo è la bancarella della tecnologia italiana, è sicuramente una delle persone più adatte. L’abilità di trattare buoni prezzi non gli manca, ed è essenziale oggi che pezzi ex pregiati come Agusta, l’americana Drs e la stessa Alenia sono ai minimi del loro valore visto che non vendono più niente.
Quanto al futuro dell’industria italiana, dipende dai gusti. Chi ritiene che un Paese civile non debba andare a vendere armi in giro per il mondo potrà applaudire. Chi pensa che le tecnologie militari siano l’eccellenza che diffonde competitività su tutta l’industria nazionale (a partire da un indotto di dimensioni non trascurabili) e l’unico volano occupazionale di qualità per ingegneri e tecnici specializzati si sta già disperando. Colpisce che tutto questo, che riguarda le grandi scelte sul futuro dell’Italia, si decida in gran segreto nel retrobottega di riunioni di partito. Anzi, di corrente.