Il Sole 24 Ore, 18 marzo 2017
È la border tax il dossier più spinoso
La più grande preoccupazione dei tedeschi è che Donald Trump e la sua amministrazione vogliano liquidare i principi del libero scambio fino ad arrivare presto all’imposizione della ventilata border tax per arginare le importazioni, soprattutto dalla Germania. Una decisione che avrebbe effetti dirompenti per le relazioni commerciali mondiali ma anche una conseguenza finora poco esplorata: aumentare i flussi di investimenti tedeschi verso gli Stati Uniti, per evitare le eventuali tariffe.
Gli Usa sono il primo mercato estero di Berlino che l’anno scorso ha venduto merci e servizi per 107 miliardi di euro mentre ne ha comprati per soli 58. Un surplus, dunque, di poco inferiore a 50 miliardi di euro che ha spinto Trump, appena eletto presidente, a minacciare di introdurre una tassa del 35% sull’import delle automobili che Bmw produce in Messico. Nell’interscambio gli Usa sono il terzo partner della Germania, dopo Cina e Francia.
Lo scenario da incubo, poi, sarebbe l’uscita degli Stati Uniti dall’Organizzazione mondiale del commercio, quella Wto alla quale la Ue si rivolgerà – ha avvertito ieri Berlino – se Washington dovesse dare seguito al progetto della tassa di frontiera. Ma la sola ipotesi di un abbandono della Wto è prematura e per il momento «la Germania teme soprattutto l’imposizione di tariffe sull’import – spiega Thore Schlaak, analista dell’istituto Diw Berlin – che colpirebbe tutta l’industria tedesca. Questo scenario purtroppo è sempre sul tavolo». Tuttavia, aggiunge, «c’è la possibilità che l’amministrazione americana si renda conto di come un’opzione simile colpirebbe anche i consumatori statunitensi». Un report di Roland Berger, ricorda l’analista, ha stimato che i prezzi delle auto salirebbero in maniera consistente negli Stati Uniti in seguito all’introduzione di tariffe o tasse. Le proposte di border tax aumenterebbe i costi fino a 60 miliardi di dollari complessivi, ovvero 3.300 dollari per veicolo.
Una guerra commerciale non conviene a nessuno, dunque. È?questo il messaggio principale che Angela Merkel ha portato ieri al presidente. «Misure protezionistiche, come dazi punitivi, tasse sull’import o la denuncia dei trattati internazionali – ha sottolineato Bernhard Mattes, presidente della Camera di commercio americana in Germania – aiuterebbero l’economia statunitense solo temporaneamente» perché Washington ha registrato deficit commerciali quasi sempre negli ultimi 35 anni.
Un altro argomento a favore della Cancelleria è che le imprese tedesche creano ricchezza oltreoceano. Nell’incontro con Trump, Merkel ha potuto mettere sul tavolo i 224 miliardi di investimenti diretti cumulativi (al 2014) del suo paese che lo collocano al sesto posto. Le aziende tedesche, inoltre, danno lavoro a 750mila americani e da uno a due milioni di impieghi dipendono indirettamente dall’attività delle imprese tedesche negli Usa. Gli Ide per il momento non sono in agenda, dice Schlaak. «Naturalmente – aggiunge – specialmente nel lungo termine, gli investimenti dipendono dalla percezione delle prospettive di crescita del paese di destinazione, e ciò vale soprattutto per gli Stati Uniti, che sono una grande economia. Pertanto i flussi sono strettamente legati alle decisioni che verranno prese dall’amministrazione Trump». Per esempio gli Ide dalla Germania potrebbero aumentare perché i produttori di macchinari e di autovetture investiranno sempre più oltreoceano per aggirare tariffe o altre regolamentazioni sfavorevoli. Si tratta però di decisioni che prendono in considerazione un orizzonte di lungo termine.