La Stampa, 18 marzo 2017
«Non hanno ascoltato le mie denunce contro il finto mago». Parla la nonna del ragazzo arrestato
«Ho scritto lettere anonime alla questura, mi sono rivolta ad un parroco, sono andata due volte dai carabinieri, ma nessuno mi ha mai dato retta. Nessuno. Era da anni che chiedevo aiuto. Poi, mentre andavo a fare delle cure, l’anno scorso mi sono fermata per caso nel commissariato di Barriera Nizza. Lì, finalmente, ho trovato una poliziotta che ha avuto la pazienza di ascoltarmi e di raccogliere tutto il mio dolore».
Nella storia del «santone in canottiera» di Moncalieri, Paolo Meraglia, arrestato nei giorni scorsi con il suo «apostolo» e l’assistente con l’accusa di violenza di gruppo su una minore, dei riti orgiastici nella mansarda di Mirafiori e di tutte le bestialità che questa inchiesta sta facendo emergere a poco a poco, c’è una donna di 77 anni che non si è mai arresa all’abisso. È stata lei a mettere in moto l’indagine. Ma in questa storia anche lei, in fondo, è vittima. Due volte. Perché è mamma della donna indagata come «vestale» della setta e nonna del ragazzo arrestato per esserne «l’apostolo».
Che cosa andava denunciando da anni?
«Che quell’uomo plagiava mia figlia e mio nipote, che si faceva dare soldi in continuazione. Quando veniva a casa nostra voleva essere chiamato “zio”. Non mi è mai piaciuto. Mi faceva schifo. Ero convinta che picchiasse mia figlia, perché a volte lei non si faceva vedere per giorni, per non mostrare i segni delle violenze. L’ha trasformata in una schiava. Lei non mi diceva mai niente e se la assillavo di domande mi rispondeva che non capivo niente, che mi sbagliavo. Ero da sola a combattere. Perché fin che mio marito è stato in vita, dovevo occuparmi contemporaneamente anche di lui, molto malato».
Sapeva che Paolo Meraglia era una sorta di mago?
«Sapevo che leggeva le carte, perché le faceva anche in casa nostra. Insegnava a mio nipote come leggerle, fin da quando era piccolo. Diceva sempre di aiutare tante persone, ma non immaginavo fosse un mostro così. L’ho capito dopo, quando mia figlia ha deciso di parlare, raccontandomi quelle brutte cose che si leggono oggi sui giornali».
Si sente in colpa?
«Non voglio arrendermi, sono una persone onesta e perbene. Non posso farmi calpestare dal mondo. Devo difendere la mia famiglia, perché anche noi siamo vittime di quell’uomo malvagio. Lo sono mia figlia e mio nipote. Mia madre diceva “chi ha figli non vada in piazza a ridere”. Nel senso che non si sa mai che cosa ti riserva la vita quando hai dei figli».
Dalle indagini, emerge che anche in casa vostra sono stati fatti dei riti.
«Si chiudevano nella stanza di sopra, ma non mi sono mai accorta di nulla. Dicevano che dovevano lavorare ad un progetto. Credevo alle loro parole. Una volta ho sentito urlare. Quando ho chiesto a mia figlia che cosa fosse successo mi ha detto che ero matta. Se solo avessi immaginato che cosa stava succedendo in casa e negli altri posti non l’avrei mai permesso. Avrei agito in altro modo. Non pensavo che la situazione fosse così grave».
Aveva paura?
«Eccome. Dopo aver fatto denuncia ho consegnato alla polizia una lettera che tenevo da tempo in casa. Lì sopra avevo riassunto tanti episodi, aggiungendo che se mi fosse successo qualcosa avrebbero dovuto chiederlo a Meraglia».