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 2017  marzo 18 Sabato calendario

L’obbligo di ridurre il debito

Il debito pubblico italiano è eccessivo, sia per l’Europa sia per i mercati. I quali sono calmierati dagli acquisti della Bce, che diminuiranno e poi cesseranno. La situazione politica rimarrà fragile e incerta almeno per un altro anno rendendo difficili misure correttive credibili e durature. Rischiamo di ridurci a improvvisare con tasse su tabacco e benzina.
Le riforme strutturali di Renzi si sono quasi bloccate, mesi prima del referendum. L’attuale governo ha ovvie difficoltà a rimetterle in cammino. Rischia anzi, come coi voucher, di far marce indietro. Senza un buon programma di riforme il problema del debito pubblico viene considerato più grave. Lo scambio fra più riforme, che migliorano la crescita, e più gradualità nell’aggiustamento dei conti pubblici, i cui squilibri si misurano rispetto al Pil, è possibile, ma l’Italia non ne approfitta.
Rischiamo di giungere al vertice di Roma per l’anniversario dei Trattati in una condizione di debolezza, mettendo in pericolo l’idea di rilancio dell’integrazione con l’Europa a più velocità, a cerchi concentrici.
Perché l’idea ha poco senso se manca la prima velocità, il cerchio centrale; e in prima velocità devono esserci almeno Germania, Francia e Italia.
Se in Francia si confermasse la previsione di una presidenza Macron, fortemente europeista, poiché dalle elezioni tedesche non potrà che uscire una Germania più esplicitamente favorevole all’integrazione comunitaria, la questione italiana diverrebbe cruciale per l’Unione. Ma l’Italia starà avviandosi a elezioni incerte, con importanti partiti euroscettici, gravata dal debito e inceppata nelle riforme: avrà poca influenza sull’Ue e molta probabilità di venir accusata di mettere in pericolo l’euro.
I partiti sono incapaci di guardare più lontano del prossimo voto, di mirare a successi duraturi convergendo in maggioranze sufficienti per varare misure e programmi indispensabili ma politicamente costosi. Invece si dividono, per litigarsi un elettorato disorientato, che non capisce bene il problema del debito: altrimenti negherebbe consensi ai partiti che non programmano misure chiare e quantificate per ridurlo davvero nei prossimi anni.
È un panorama che porta a considerare l’opportunità di sottoporci ufficialmente alla cosiddetta disciplina esterna. La quale arriverebbe prima o poi dagli attacchi dei mercati. È possibile prevenirli, chiedendo fin d’ora aiuti europei. Che sono disponibili se condizionati da impegni controllati dalle autorità comunitarie con speciale severità. Le forme di aiuto possibili sono diverse. Le peggiori sono quelle inevitabili con una crisi del debito pubblico, se gli spread sui tassi di interesse si ingigantissero come nel 2011-2 : le nostre politiche sarebbero allora tutte eterodirette, come in Grecia con la «troika».
L’alternativa è giocare d’anticipo chiedendo aiuto in forma più leggera e mirata. L’articolo 15 del Meccanismo Europeo di Stabilità contempla aiuti speciali per «l’assistenza finanziaria per la ricapitalizzazione» delle banche. Abbiamo alcune banche in manifesta difficoltà e altre in sospetta difficoltà; per evitare che esse contagino la grande parte sana del sistema bancario si tentano da tempo operazioni acrobatiche, con denari privati e pubblici. C’è il rischio che non vadano a buon fine. Il problema delle banche è legatissimo a quello del debito pubblico, sia perché una gran parte del debito è detenuto dalle banche, sia perché i salvataggi delle banche in crisi richiedono anche denari pubblici e quindi nuovi debiti. L’aiuto europeo, che non graverebbe sull’erario, sarebbe dunque prezioso.
Se bussassimo all’articolo 15 dovremmo legarci le mani sottoscrivendo un protocollo d’intesa che trasferirebbe alle autorità europee disegno e controllo dei provvedimenti necessari. Si tratterebbe di limitarlo il più possibile a misure attinenti alle ristrutturazioni e ricapitalizzazioni delle banche. Ma anche se, per aiutarci con le banche, l’Europa ci chiedesse qualche impegno più vincolante su debito e riforme di altro tipo, sarebbe una via più dolce, tecnica, specifica – rispetto al salvataggio da una crisi diretta del debito pubblico – per ottenere insieme aiuti e disciplina esterna.
franco.bruni@unibocconi.it