La Stampa, 18 marzo 2017
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Né ghetti né banlieue ma la vera integrazione qui è ancora un’utopia
Non è un caso che gli scontri più accesi, lo scorso week-end, siano scoppiati proprio a Rotterdam. È qui che la ferita per la crisi diplomatica tra l’Aja e Ankara più si è fatta sentire. La città che ha respinto la ministra della Famiglia, Fatma Betul Sayan Kay, è infatti quella che ospita la comunità turca più grande di tutta l’Olanda. Oltre 43 mila, circa un decimo di quelli presenti nell’intero Paese. Alle elezioni di mercoledì, le urne hanno mandato un messaggio chiaro: Denk, il partito degli «immigrati», o «il partito dei turchi» come l’hanno ribattezzato, ha incassato l’8% dei voti. Più dei laburisti, che avevano nella città portuale la loro roccaforte: cinque anni fa erano al 32%, quest’anno sono piombati al 6%.
Denk – fondato e guidato dai turchi Tunahan Kuzu e Selçu Ozturk, fuoriusciti dai laburisti – è considerato un partito filo-Erdogan. Del resto già le elezioni del 2015 avevano mostrato chiaramente qual è la preferenza dei turchi-olandesi: su 240 mila elettori, circa il 70% aveva scelto l’Akp. Questo spiega le tensioni in seguito ai comizi negati ai ministri di Ankara. Ma Denk non ha sfondato solo a Rotterdam: anche all’Aja, altra città di solito guidata dai laburisti, il Pvda è finito dietro al partito degli immigrati. Ad Amsterdam ha preso il 7,5%. E così è riuscito a mettere piede in Parlamento eleggendo tre deputati.
Trovare dei turchi a Rotterdam è facilissimo, trovare «quartieri turchi», un po’ meno. Girando a Feyenoord e Crooswijk, due tra le zone con la più alta densità di olandesi con origini turche, ci si rende presto conto che non esistono aree ghetto. I campanelli sulle porte delle case ordinate alternano i Demir con i Van Hoof. Vero, i negozi con la bandiera della mezzaluna e i ristoranti che propongono le «meze» non mancano. Ma l’immagine delle banlieue di altre città europee è lontana anni luce. «Questo è il modello olandese – spiega Servaas Van Der Laan, giornalista del principale settimanale Elsevier che vive proprio a Crooswijk -, gli alloggi sociali assegnati alle famiglie in difficoltà vengono distribuiti nella città. Proprio per evitare concentrazioni». Un modello che ha evitato la creazione di quartieri mono-nazionali, ma questo non vuol dire integrazione. Tutt’altro. «Buona parte dei turchi in Olanda – continua Van Der Laan – compra solo in negozi turchi, si sposa con altri turchi, ha contatti solo con altri cittadini di origine turca e parla praticamente sempre in turco. Alcuni hanno difficoltà a parlare l’olandese, anche ragazzi di terza o quarta generazione».
Le difficoltà linguistiche sono spesso una delle ragioni che sbarrano la strada a molti olandesi di origine turca nella ricerca del lavoro. La disoccupazione è a livelli più alti della media nazionale. E questo aumenta l’insofferenza verso il Paese ospitante. Ma la comunità si regge su una fitta rete di legami, soprattutto basati su base famigliare, che formano una sorta di Stato sociale nello Stato. Cosa che non succede, per esempio, a olandesi di origine marocchina, arrivati nei Paesi Bassi da soli e senza vincoli. Le cronache dicono che è questa la comunità che crea maggiori problemi di criminalità. Ed è con loro, infatti, che Wilders se la prende da sempre.