La Stampa, 18 marzo 2017
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Una maxi comunità che fattura 30 miliardi «Ma ci discriminano»
«Agli occhi dei tedeschi noi siamo gli ebrei del 2017». La preghiera del venerdì è appena finita e Ismail Arslan, un autista di limousine di 45 anni avvolto in un lungo cappotto nero, se ne sta davanti alla moschea Mevlana a Kreuzberg, mentre accanto a lui un ragazzo distribuisce volantini che invitano a votare «Evet» (Sì) al referendum costituzionale in Turchia. «Vince il nostro Paese. Vince la Turchia», c’è scritto a caratteri cubitali sui volantini, che riportano, minuscolo, il simbolo dell’Akp, il partito di Erdogan. «Il nostro futuro non dipende dalla Germania, mentre il loro dipende da noi: se ce ne andassimo perderebbero i 30 miliardi di fatturato che generiamo noi turchi», spiega Arslan. Molti, intorno a lui, gli danno ragione. «Erdogan non è un dittatore, non ha ucciso nessuno», sbotta Yasar. «Tutta Europa è contro di lui perché per decenni ha trattato la Turchia come una marionetta e ora ha paura di non poterla più controllare», protesta Nihat. Adnan, che lavora per un corriere espresso ed è da trent’anni a Berlino, ha una teoria tutta sua su Deniz Yücel, il corrispondente della «Welt» agli arresti a Istanbul perché accusato di far propaganda per il Pkk: «Se il nostro presidente lo accusa di essere un terrorista allora vuol dire che lo è».
Qualche decina di metri più in là Okuduci se ne sta seduto nel suo ufficio vicino Kottbusser Tor e scuote la testa. Okuduci, un assistente sociale che lavora per la comunità curda a Berlino, è fuggito 30 anni fa per motivi politici dalla Turchia. Oggi è lui a ricevere dalla Turchia e-mail di persone che gli chiedono consigli per lasciare il Paese. Tra loro: traduttori e docenti universitari. «Viviamo una situazione pericolosa: da quando è al potere, Erdogan non ha fatto nessun passo verso la democrazia e, se vincesse il sì, soffocherebbe ancora di più le minoranze, non solo etniche ma anche religiose», afferma.
Sono 3 milioni i turchi che abitano in Germania. Soltanto a Berlino le persone di origini turche sono circa 300.000. «È una comunità profondamente spaccata: molti hanno paura di tornare nel Paese o temono per i loro parenti in Turchia», racconta Erol Özkaraca, avvocato e fino al 2016 deputato regionale a Berlino per la Spd. Alle ultime elezioni del 2015 il 59,7% degli 1,4 milioni di turchi-tedeschi con diritto di voto scelsero l’Akp. Un bacino di voti che, in vista del referendum, fa gola a Erdogan. «Molti turchi non si sentono ancora perfettamente accettati in Germania, Erdogan fa appello proprio a questo sentimento», nota Özkaraca. Per capirlo basta spostarsi all’affollato «Mercato dei turchi» sul Maybachufer, ormai un’istituzione a Berlino. Anche qui vengono distribuiti gli stessi volantini per il «Sì». Qualche metro più in là l’imprenditore turco Zaver Akkus, attivo nell’edilizia e nei servizi, allarga le braccia: «Impiego 40 persone, tra cui 26 tedeschi, eppure raramente qui mi vedono come un datore di lavoro, bensì come un peso per la società», lamenta Akkus, che pure non suona come un fervente sostenitore di Erdogan. «Negli ultimi anni ci sentiamo sempre meno benvenuti, sono deluso». La sua previsione per il referendum? «La maggioranza qui voterà sì».