Libero, 17 marzo 2017
Tutti i Di Pietro del mondo scatenati contro i politici
Stavolta è bastato un giudice hawaiano a bloccare il secondo Muslim Ban di Trump, che doveva entrare in vigore alle 5 italiane di ieri mattina. Si chiama Derrick Watson il magistrato secondo cui il provvedimento rappresenterebbe una discriminazione religiosa, in violazione alla Costrituzione. «Un abuso di potere senza precedenti», ha commentato un furibondo Trump da Nashville.
Ma Donald sbaglia. Non forse nel dire che si tratti di un «abuso di potere», ma nel definirlo «senza precedenti». Mentre infatti il mondo era distratto dalle elezioni olandesi, di soppiatto in due tra le dieci maggiori potenze economiche mondiali i giudici menavano colpi micidiali contro i sistemi politici locali, senza troppe distinzioni tra sinistra, centro e destra. Da una pare la Francia, dove tutti i candidati nelle prime tre posizioni sono in questo momento colpiti da indagini.
TUTTI DENTRO
La più pesante è la situazione di François Fillon, che martedì è stato formalmente incriminato per appropriazione indebita in seguito allo scandalo «Penelopegate», con la storia degli impieghi fittizi a favore della moglie e dei due figli. Ma anche Marine Le Pen è stata raggiunta da una convocazione da parte dei giudici per la vicenda degli assistenti parlamentari che sarebbero stati pagati dal Parlamento Europeo e avrebbero invece lavorato per il partito. Pompato dalle disgrazie dei suoi concorrenti, Emmanuel Macron è balzato in testa. Ma non aveva finito di gioire che pure su di lui è stata aperta un’indagine preliminare, per un viaggio fatto a Las Vegas nel gennaio del 2016 da ministro dell’Economia. È sospettato infatti di aver fatto favoritismi in un evento per promuovere le imprese francesi al Ces, grande fiera di elettronica.
LE TANGENTOPOLI
Nel frattempo, in Brasile il procuratore generale Rodrigo Janot ha fatto la sua richiesta al Supremo Tribunale Federale, sui politici che dovranno essere posti formalmente sotto indagine per via dello scandalo Odebrecht: il colosso delle costruzioni i cui dirigenti hanno ammesso di aver sempre pagato mazzette per assicurarsi appalti. A tutti i partiti politici brasiliani e anche fuori dal Brasile, in almeno una dozzina di Paesi del resto dell’America Latina e anche in Africa. Qui il riferimento al precedente della Tangentopoli italiana è anche più stringente, per il fatto che il giudice Sérgio Moro è un noto ammiratore di Antonio Di Pietro, ed ha studiato a lungo i suoi metodi prima di scatenare l’inferno in patria. Sono infatti ben 83 i nomi per cui Janot ha chiesto il via libera. Tra loro gli ultimi due ex-presidenti: Luiz Lula da Silva e Dilma Rousseff, del Partito dei Lavoratori (Pt). Ma ci sono anche i senatori del Partito della Socialdemocrazia Brasiliana (Psdb) Aecio Neves e José Serra, loro avversari ai ballottaggi. E i senatori Romero Jucá e Renan Calheiros, del Partito del Movimento Democratico Brasiliano (Pmdb) del presidente Michel Temer. E i presidenti della Camera e del Senato, Rodrigo Maia e Eunicio Oliveira. E ben cinque ministri di Temer. Come ricordato, lo scandalo Odebrecht colpisce però in tutta la regione, e dopo che l’ex-presidente peruviano Alejandro Toledo è entrato in latitanza e si è scoperto che pure il defunto Chávez aveva preso soldi brasiliani anche il presidente colombiano e recente Nobel per la Pace Juan Manuel Santos ha appena ammesso di aver ricevuto a sua volta analoghi finanziamenti per la campagna elettorale del 2010. «Non lo sapevo e non lo ho autorizzato», si giustifica.
ANCHE IN COREA
Si dirà che l’America Latina non è mai stato un grosso esempio di politica onesta. Ma dall’altra parte del globo anche in Corea del Sud vediamo che la Corte Costituzionale ha appena confermato la deposizione del presidente Park Geun-hye. Va detto che in India il profilo forte di Narenra Modi ha un po’ rimesso al suo posto quel sistema giudiziario di cui al tempo del suo debole predecessore Manmohan Singh si diceva che aveva «trasformato l’India in una repubblica delle banane in cui la banana la pela il Tribunale Supremo». E che significhi dipendere dai giudici indiani, anche in Italia ne abbiamo appreso qualcosa per la storia dei marò.
Ma perfino un uomo forte come Trump negli Stati Uniti sembra faticare molto a superare i veti di anche un singolo giudice, e una donna forte come Theresa May nel Regno Unito per andare avanti con la Brexit ha dovuto conformarsi a quel che le ordinavano Alta Corte e Corte Suprema.
Insomma, l’arrivo dei partiti definiti populisti può essere visto come una manifestazione di crisi della democrazia, ma anche di sua vitalità: se i partiti tradizionali non riescono più a rispondere alle esigenze popolari, ne nascono di nuovi. Ma quando nei vuoti di potere si inseriscono i giudici, e magari sono gli stessi giudici e creare questi vuoti, la crisi della democrazia è crisi, e basta.