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 2017  marzo 17 Venerdì calendario

APPUNTI PER GAZZETTA - L’INCONTRO MERKEL-TRUMPREPUBBLICA.ITWASHINGTON - La cancelliera tedesca, Angela Merkel, è arrivata alla Casa Bianca

APPUNTI PER GAZZETTA - L’INCONTRO MERKEL-TRUMP

REPUBBLICA.IT
WASHINGTON - La cancelliera tedesca, Angela Merkel, è arrivata alla Casa Bianca. Scesa da un’utilitaria nera, è stata accolta dal 45esimo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump sulla porta dell’ala ovest della residenza, dove si trova il suo ufficio. Il tycoon le ha stretto la mano mentre usciva dal veicolo e i due leader hanno quindi chiacchierato brevemente, sorriso ai fotografi senza rispondere alle domande, poi sono entrati nella residenza presidenziale.

Parleranno nello studio Ovale, il clima è cordiale ma apparentemente freddo, sul tavolo l’Unione europea, i rapporti con la Russia e gli interessi degli investitori tedeschi negli Usa. Sono due anni che Angela Merkel non vola negli Usa, e quello di oggi è il primo incontro con Trump, sarebbe dovuta arrivare il 14 marzo, tre giorni fa, ma il viaggio è stato posticipato a causa del cattivo tempo. Il ciclone ’Stella’ ha fatto attendere la Germania. 
  Usa: Angela Merkel alla Casa Bianca per il primo faccia a faccia con Trump Condividi  
La cancelliera è accompagnata dai numeri uno di tre grandi aziende tedesche, la Siemens, la Bmw (due aziende che, insieme, danno lavoro a 120mila persone negli Stati Uniti) e la Schaeffler, produttrice di componenti auto. Il programma previsto, stando a quanto riferito dalla Casa Bianca, è di 15 minuti di colloquio faccia a faccia tra i due e a seguire un incontro di 45 minuti anche in compagnia delle rispettive delegazioni; successivamente una riunione con imprenditori Usa e tedeschi. Merkel e Trump terranno poi una conferenza stampa congiunta, alle 13,20 ora di Washington (18,20 In Italia), seguita da un pranzo di lavoro sempre alla Casa Bianca.

L’incontro è atteso, dopo George W. Bush e Barack Obama Trump è il terzo presidente statunitense a incontrare Merkel, leader più longevo d’Europa. Donald Trump nel tempo ha definito la cancelliera il suo leader mondiale "preferito" nonostante l’accusi di aver rovinato la Germania con il "suo catastrofico errore" sulla questione dell’accoglienza dei migranti e sul libero scambio di merci tra Usa e Europa.

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Dal canto suo, Merkel finora è riuscita a evitare accuratamente ogni confronto con il presidente Usa, promettendo di giudicare Trump sulle sue azioni più che sulle sue parole. In preparazione il mese scorso ha incontrato il vice presidente Mike Pence a Monaco di Baviera. Si dice abbia anche consultato il primo ministro canadese Justin Trudeau per i suggerimenti su come trattare con lui in persona e secondo quanto riporta il Daily Telegraph, i suoi collaboratori dicono abbia letto qualsiasi intervista rilasciata dal presidente, compresa quella su Playboy e che sia in grado "di citarlo a memoria".
  "Merkel perderà più di un semplice amico": l’ultima visita di Obama a Berlino Navigazione per la galleria fotografica 1 di 22 Immagine Precedente Immagine Successiva Slideshow La speranza è che Merkel e Trump possono trovare un terreno comune su alcune questioni chiave. Il futuro delle relazioni transatlantiche su  cinque settori chiave: commercio, immigrazione, cambiamento climatico, politica estera e della difesa. Merkel: "Quando Trump sarà in carica vedremo come potremo collaborare" Condividi  
Commercio. Trump, promotore del concetto "America first", ha minacciato di imporre dazi del 35% sulle case automobilistiche tedesche che producono in Messico le auto per il mercato statunitense. A poche ora dalla visita alla Casa Bianca, la Germania ha minacciato un ricorso presso l’Organizzazione del commercio mondiale (Wto) contro gli Stati Uniti se entrerà in vigore la ’border tax’ promessa dal presidente Usa Donald Trump, in particolare sulle auto prodotte in Messico. Lo ha detto alla radio tedesca la ministra dell’economia Brigitte Zypries. Nel 2016 la bilancia commerciale tedesca è stata da record con un avanzo pari a 252,9 miliardi di euro, nuovo primato dal dopoguerra. Al top le esportazioni, con 1.207,5 miliardi di beni venduti (+1,2% sul 2015), contro 954,6 miliardi di euro di importazioni (+0,6%). A gennaio un consigliere economico di Trump aveva accusato la Germania di sfruttare un’euro "molto sottovalutato" per esportare di più, critica respinta al mittente dalla cancelliera Merkel. Secondo Berlino infatti il surplus tedesco è il risultato della capacità delle aziende tedesche di competere sui mercati globali grazie all’innovazione e alla governance aziendale.

Immigrazione. Lo scontro è stato sempre diretto, Merkel aveva espresso "rammarico" sul Muslim Ban, Trump, da parte sua, ha definito catastrofica la politica della porta aperta della Merkel sui rifugiati, un errore che avrebbe indotto altri Paesi a seguire l’esempio della Brexit. Durante una telefonata a gennaio, la cancelliera ha detto al presidente che la Convenzione di Ginevra obbliga i suoi firmatari, compresi gli Stati Uniti, ad accogliere i rifugiati di guerra per motivi umanitari.

Difesa. Trump ha criticato Berlino perché non spende abbastanza per la difesa (solo l’1,2%, contro l’obiettivo del 2% per ogni membro della Nato). Il presidente, ha anticipato la Casa Bianca, vuole approfittare del faccia a faccia per stabilire una relazione "personale" con Merkel e chiederle consigli, a partire dalla sua esperienza, su come comportarsi con il presidente russo Vladimir Putin. In particolare, Trump vuole conoscere il punto di vista della cancelliera sul ruolo che gli Usa possano avere nella ricerca di una soluzione al conflitto in Ucraina e per l’applicazione degli accordi firmati a Minsk a febbraio del 2015.

TONIA MASTROBUONI
BERLINO - Stamane la ministra dell’Economia tedesca, Brigitte Zypries, si è concessa un’ardita fuga in avanti, sugli incontri washingtoniani tra Donald Trump e Angela Merkel, rinviati qualche giorno fa per il maltempo. Nello scenario peggiore, se Trump dovesse confermare una tassa sulle importazioni ritenuta illegittima, potrebbe scattare la denuncia degli Stati Uniti all’organizzazione mondiale per il commercio, il Wto. "Negli accordi Wto - ha spiegato - è chiaramente scritto che non si possono introdurre dazi superiori al 2,5% sulle auto". Da Washington arrivano minacce molto diverse sulla possibile tassa sulle importazioni: i Repubblicani parlano di un 20%, Trump si è spinto a minacciare il 35%.
 
Merkel incontra oggi a Washington per la prima volta il presidente americano in un’atmosfera di incertezza senza precedenti, stando agli sherpa. Sul tavolo, oltre al tema centrale del commercio, ci sarà anche quello degli impegni sul fronte della Difesa e della Nato. Secondo una fonte governativa, la cancelliera ha intenzione di spiegare al presidente americano che l’incremento della spesa promesso al vertice Nato di Cardiff - il 2% del Pil entro il 2024 - va interpretato. La Germania ha aumentato enormemente la quota di investimenti per la Difesa: oggi è l’1,23%. E Merkel intende spiegare che a quella quota andrebbero aggiunte le spese per le missioni internazionali di peacekeeping - l’esempio classico è l’Afghanistan, dove i tedeschi sono ormai presenti da 16 anni - e persino quelle per la cooperazione internazionale, gli impegni militari e finanziari in Africa, volti anche a frenare le spinte migratorie. 
 
Nella conferenza stampa a Berlino, ieri sera, il segretario al Tesoro Mnuchin è stato ancora una volta abbottonato sul tema che sarà al centro dei colloqui tra la cancelliera e il presidente americano, quello del libero scambio. Ha solo confermato che c’è una riflessione sui dazi alle frontiere. Un punto che sta infiammando anche i colloqui tra gli sherpa riuniti oggi per il G20 finanziario a Baden-Baden. Contro la vecchia formulazione della necessità di uno scambio "basato su regole" e "multilaterale" la pretesa americana di un commercio internazionale "equo".
 
A Washington, con Merkel ci saranno tre big dell’industria tedesca che viaggeranno con lei per illustrare i pregi del sistema di formazione duale tedesco, brancolano nel buio. Joe Kaesar (Siemens), Harald Krueger (Bmw) e Klaus Rosenfeld (Schaeffler) incontreranno i boss di Dow Chemical, Ibm e salesforce.com. Ma la presenza ai colloqui del Rasputin dell’amministrazione trumpiana, il capo stratega Stephen Bannon, fa pensare a un incontro difficile. Secondo fonti industriali citate dalla Sueddeutsche Zeitung, "c’è la speranza che un tema positivo come la formazione e l’apprendistato possa unire".

L’INCONTRO FRA MERKEL E PENCE A MONACO DI BAVIERA
TONIA MASTROBUONI
MONACO DI BAVIERA - Il sollievo tra i diplomatici e gli strateghi militari è palpabile. Ma gli interrogativi restano. Un ambasciatore americano riassume, a microfoni spenti: "Trump non ha mai usato un linguaggio del genere nei confronti degli alleati della Nato in tutta la campagna elettorale". Il tour europeo di alcuni rappresentanti di spicco della nuova ammministrazione statunitense ha avuto una missione evidente. In linea con il segretario di Stato Tillerson e il collega alla Difesa Mattis, che nei giorni scorsi hanno rassicurato dal G20 di Bonn e dalle riunioni della Nato a Bruxelles i partner europei sulla fedeltà di Washington, anche il vicepresidente Pence parlando alla Conferenza per la sicurezza di Monaco di Baviera ha speso parole calorose per l’Alleanza atlantica. Tuttavia, aggiunge il diplomatico di lungo corso che preferisce parlare off the record, "è ancora presto per capire se questa è davvero la linea di Washington".

Mike Pence ha rassicurato infatti gli alleati sulla "incrollabile fedeltà" degli Stati Uniti alla Nato, anche a nome di Donald Trump, e ha promesso di incalzare la Russia sul dossier ucraino. Ma qualcuno ha pure notato, come il ministro degli Esteri francese Ayrault, che "non ha detto una parola sull’Europa". Il francese si aspetta dunque che lunedì prossimo Pence spenda qualche parola più chiara sul Vecchio continente, dopo le parole sprezzanti di Trump.

Inoltre, dettagli che hanno sollevato più di un interrogativo nella platea della Conferenza per la sicurezza, Pence ha esortato i partner della Nato a rispettare gli impegni finanziari e ha usato parole durissime contro l’Iran, l’altro grande capitolo su cui gli europei si aspettavano un chiarimento: "È lo sponsor principale del terrorismo", ha scandito il vice di Trump. Quanto al terrorismo islamico, Pence ha usato un’espressione piuttosto forte: "Lo ridurremo in cenere".

Pence ha avuto anche un colloquio con la padrona di casa, Angela Merkel. Stamane la cancelliera era stata molto netta sull’Ucraina e la Russia. Senza mai citare Donald Trump, ha messo in chiaro che gli accordi di Minsk vanno rispettati e che l’integrità territoriale è uno dei pilastri dell’ordine mondiale ed europeo emerso dalle ceneri della guerra ed è dunque "inviolabile". In campagna elttorale, Trump aveva persino paventato la possibilità di riconoscere la Crimea ai russi. E dopo il bando di Trump contro i sette Paesi musulmani affossato dai tribunali americani, Merkel ha anche sottolineato che nella lotta contro il terrorismo "la collaborazione con gli Usa è importante, ma anche con i Paesi musulmani".

LA POLITICA DI TRUMP
PAOLO MASTROLILLI SULLA STAMPA

«Questo è il bilancio dell’hard power, invece del soft power». Così il Budget Director della Casa Bianca, Mick Mulvaney, ha spiegato durante un briefing con i giornalisti la filosofia della «finanziaria» da 1,1 trilioni di dollari presentata ieri dall’amministrazione Trump. In altre parole, meno soldi al dipartimento di Stato e più al Pentagono. Una scelta in linea con gli slogan elettorali e il bando per l’immigrazione dai paesi islamici, che però ha subito una nuova bocciatura dai tribunali.  

 

Il governo ieri ha presentato lo «skinny budget», cioè la versione leggera del vero bilancio, che arriverà a maggio e includerà i temi delicati di Social Security, Medicare e Medicaid, cioè pensioni e sanità. Nel frattempo la Casa Bianca ha indicato le sue priorità, e il messaggio è chiaro nei numeri. Tagli del 29% al dipartimento di Stato e del 31% all’Epa, l’agenzia per la protezione dell’ambiente, sommati a riduzioni anche per Onu, Banca Mondiale, programmi di finanziamento della cultura come il National Endowment for the Humanities, e della ricerca scientifica come l’Nih. Aumenti del 10% per i fondi del Pentagono e del 7% per la Homeland Security, oltre a circa 3 miliardi stanziati per cominciare la costruzione del muro lungo il confine col Messico. 

 

Il «soft power» a cui si riferiva Mulvaney è quello teorizzato dall’ex assistente segretario alla Difesa e professore ad Harvard Joseph Nye, secondo cui il potere degli Usa nel mondo era proiettato non solo dalle armi atomiche, ma soprattutto dalla sua diplomazia, gli aiuti tipo il Piano Marshall, la cultura, la protezione dell’ambiente, il modello di società aperta offerto a chiunque volesse seguirlo. Finora questo strumento era stato usato per completare «l’hard power», cioè la forza militare, ma l’amministrazione Trump non lo ritiene più utile come una volta. Anzi, per certi versi è deleterio, perché proietta debolezza, promuove cause che il nuovo Presidente non condivide come quella ambientalista, e toglie risorse da impiegare invece all’interno. Le obiezioni al nuovo approccio sono venute in parte dalla stessa amministrazione, col capo del Pentagono Mattis che ha avvertito: «Se investiremo meno per la prevenzione delle guerre, dovremo spendere di più per i proiettili necessari a combatterle». La linea dell’economia nazionalistica però è stata tracciata dal consigliere di Trump Steve Bannon, era al cuore della sua campagna elettorale, e non può essere tradita. Per trovare i soldi indirizzati al Pentagono, alla Homeland Security, ai veterani, alla costruzione del muro, bisogna risparmiare da qualche altra parte, e la scelta non poteva che cadere sul «soft power». È curioso che i tagli colpiscano anche i progetti per le infrastrutture o la ricerca scientifica, da sempre colonna portante della potenza globale americana, ma Trump vuole avviare il suo piano da un trilione di dollari per ricostruire il Paese, e forse pensa che il progresso tecnologico e medico possa essere delegato con più successo e meno costi ai privati.  

 

Il problema ora è se questa «finanziaria» passerà al Congresso, dove è già in corso la battaglia per la riforma sanitaria promossa dallo Speaker della Camera Ryan, che ha un gradimento popolare limitato al 34% ed è osteggiata anche da parecchi repubblicani. I tagli proposti nel bilancio toccano pure gli interessi di alcuni parlamentari del Gop, e quindi ora comincerà il negoziato. 

 

Questa sfida congressuale comincia mentre la Casa Bianca continua ad essere distratta anche da quella giudiziaria sul bando all’immigrazione da sei paesi islamici. Un magistrato delle Hawaii e uno del Maryland hanno bloccato anche la seconda versione, perché ritengono che discrimini su base religiosa e quindi violi la Costituzione. Trump ha risposto che sono sentenze politiche, e lui le sfiderà portando fino alla Corte Suprema la disputa, recuperando la versione iniziale del suo decreto.