Corriere della Sera, 17 marzo 2017
L’ora del verde. Jesse: «Sono il nuovo JFK. Sogno un Paese giusto e libero dalla finanza»
UTRECHT I «Verdi di Sinistra» olandesi, i GroenLinks, stanno di casa in una palazzina a tre piani affacciata su un canale da favola a Utrecht, 20 minuti di treno da Amsterdam. Iscritti e deputati ci arrivano a piedi, in bicicletta o canoa. Per le riunioni, in mancanza di stanze libere, possono scendere sulla banchina e sedersi attorno ad un grande tavolo da picnic. Tutto molto, moltissimo olandese. Come il giovane leader, Jesse Klaver, che ha trascinato il partito ad un’affermazione record passando da 4 a 14 seggi. Lui che di olandese ha solo un nonno su quattro, gli altri sono marocchini e indonesiani. Quando compare in corridoio sembra a malapena un leader studentesco. È fresco, energico, circondato da amici che lo adorano, non da concorrenti che vorrebbero soffiargli il posto.
«Chi siamo? Quelli che cambieranno i Paesi Bassi», dice al Corriere. L’entusiasmo non manca e neppure l’audacia. In cima al programma, i GroenLinks hanno un attacco frontale alla finanziarizzazione dell’economia. «I Paesi Bassi sono un paradiso fiscale per le multinazionali. E queste aziende non portano lavoro, mentre noi paghiamo le imposte che ci spettano». Quindi tasse sulle rendite finanziarie, stop al salvataggio dei banchieri, normativa del lavoro più garantista, pari opportunità a scuola, Sanità di nuovo gratuita e Welfare più generoso. «A questa parte sociale bisogna aggiungere il programma ecologico: energie rinnovabili, tasse sull’uso delle auto e agricoltura ecocompatibile». Con idee così, da Stato pesante e regolatore, sarà difficile entrare in coalizione con il premier in pectore Mark Rutte, tutto privatizzazioni e concorrenza.
«Difficile, com’era difficile fermare la marea populista che minacciava di travolgere anni di tolleranza, libertà e convivenza. E invece gli olandesi ce l’hanno fatta. Bisogna sognare nella vita, altrimenti come si realizzano i sogni? Non per niente – ride – mi chiamo JFK, Jesse Feras Klaver, praticamente come il presidente americano John Fitzgerald Kennedy».
Klaver è stato il più votato nella città cosmopolita, ricca e colta di Amsterdam. In più sarebbe andato a lui almeno il 30% dei voti persi dai laburisti tra i dipendenti pubblici. I ceti intimoriti dalla globalizzazione, gli operai del Nord che vedono le fabbriche chiudere, hanno capito meglio il messaggio del populista Geert Wilders sugli immigrati che rubano il lavoro e l’Europa che usa i soldi olandesi per salvare la Grecia. «Chi ha scelto Wilders non è razzista – sostiene il trentenne rosso-verde —, è solo preoccupato del futuro. Lo sono anch’io, perché vedo crescere il divario tra ricchi e poveri. Dobbiamo ritornare ad una società più equa».
Klaver è iscritto di diritto nella nuova sinistra del primo Tsipras, di Podemos, di Corbyn, di Sanders, ma da buon olandese sembra già pronto al compromesso, ad un pragmatismo rispettoso dei principi.
Un esempio? È diventato segretario scavalcando i vecchi dirigenti del partito fermi a un ecologismo poco entusiasmante perché patrimonio dell’intera politica nazionale, come fare la coda o non rubare. Invece il trentenne non biondo parlava in modo convincente anche di immigrazione ed eguaglianza. Scommessa vinta.
Nella notte elettorale, prima ancora del discorso da vincitore, ha abbracciato un signore di mezza età, con le guance rubizze che se ne stava nell’angolo, Bram van Ojik, l’ex segretario che gli ha lasciato la poltrona. Inclusivo, dialogante, Klaver è pronto anche a sporcarsi le mani in un governo, non solo a sognare.