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 2017  marzo 17 Venerdì calendario

Islanda, cresce 7 volte più di noi

L’Islanda vive uno stato di grazia. Ha svoltato dopo la crisi del 2008. L’anno scorso il pil è cresciuto del 7,2% e il governo ha annunciato che eliminerà le misure restrittive introdotte a suo tempo per controllare i capitali. Questo provvedimento arriva dopo una prima tappa di liberalizzazioni decise l’estate scorsa.
Questo significa il ritorno dell’Islanda sul mercato finanziario internazionale senza restrizioni, secondo quanto ha indicato un comunicato del ministero delle finanze e ripreso da Le Figaro.
La rinascita dell’Islanda parte da lontano. La piccola isola era molto dipendente da un settore finanziario ipertrofico, più di dieci volte il suo pil, e dopo il fallimento di Lehman Brothers nel 2008 si era ritrovata sull’orlo della bancarotta e costretta a fare appello al Fondo monetario internazionale. La corona islandese aveva perso più del 60% del proprio valore nei confronti dell’euro. E numerosi islandesi si ritrovarono super indebitati per aver contrattato prestiti in valute indicizzate sull’inflazione. Allora le autorità decisero di instaurare misure per ottenere uno stretto controllo dei capitali per l’urgenza di bloccare fughe massicce di capitali e che rischiavano di deprezzare ulteriormente la moneta nazionale.
Oggi la situazione è ribaltata. Il rischio è piuttosto l’inverso: quello di un afflusso di capitali esteri che cercano di approfittare dei tassi di interesse elevati (il tasso di riferimento della banca centrale è al 5%) mentre sono quasi nulli nella zona euro.

Se gli islandesi possono facilmente investire all’estero, sono state messe in atto garanzie per evitare l’ingresso di capitali speculativi. Le nuove regole inserite a giugno impongono agli investitori di depositare il 40% del montante in un conto speciale, non remunerato e bloccato per un anno. Il rischio, in un piccolo mercato di liquidità come l’Islanda, sarebbe stato quello di destabilizzare il settore finanziario.
Nella primavera del 2016, lo scandalo dei Panama Papers ha spinto alle dimissioni il primo ministro Sigmundur David Gunnlaugsson, accusati di avere una società in un paradiso fiscale.
Adesso, a distanza di otto anni dalla crisi l’economia islandese ha cambiato faccia. Il settore finanziario dopo una drastica ristrutturazione si è ridotto della metà.
Il principale motore di crescita viene dal turismo che rappresenta più del 20% del pil. La natura selvaggia dell’Islanda, isola in capo al mondo, le sue aurore boreali e le sue acque purificanti hanno attirato l’anno scorso più di 1,5 milioni di turisti (+30% sul 2015) su una popolazione di 332 mila abitanti. C’è di che dopare il settore alberghiero, della ristorazione e dei trasporti. E questo si traduce in un boom delle esportazioni e degli investimenti. Le spese in capitale fisso sono aumentate del 22% l’anno scorso, cosa mia vista negli ultimi dieci anni.
Un altro record sono le esportazioni di servizi che per la prima volta dal dopoguerra hanno superato quelle dei beni. Specialmente, da quando i due settori tradizionali, la pesca e l’alluminio, stanno patendo l’embargo russo e il ribasso dei prezzi delle materie prime. Se l’anno 2016 ha superato le previsioni (intorno al 4%) è anche grazie al boom della domanda interna. La situazione di piena occupazione e i salari in crescita spingono gli islandesi a consumare di più. Le spese sono cresciute del 6,9% l’anno scorso.