La Stampa, 17 marzo 2017
I populisti di Wilders non si arrendono. «Nessuna sconfitta, pronti a lottare»
Dal soffitto penzolano festoni colorati e palloncini rosso-bianco-blu, come la bandiera olandese. Sui tavoli torte, confetti, coriandoli e mazzi di fiori avvolti nella carta rosa. Geert Wilders stappa tre bottiglie di Champagne, alza il bicchiere e brinda con gli altri deputati del Partito della Libertà. Fermi tutti: non era lui il grande sconfitto di questa tornata elettorale?
«Ma quale sconfitta! Da oggi siamo più forti: abbiamo preso 1,3 milioni di voti. Eravamo il terzo partito del Paese, siamo diventati il secondo e al prossimo giro saremo il primo!».
Nella «Fractie» del Pvv, la sala del partito alla «Tweede Kamer» (la Camera bassa), i parlamentari seduti ai tavoli disposti a ferro di cavallo si alzano in piedi. Parte un applauso. «Non ci fermeranno». È vero, le aspettative erano altre, ma gli uomini e le donne di Wilders vedono il bicchiere delle elezioni mezzo pieno. E svuotano quello con lo Champagne.
Strappare un commento ai deputati del Pvv è come lanciarsi contro un muro di gomma. Con i giornalisti – quando ne ha voglia – parla solo lui. La linea politica la decide solo lui. Il partito è lui. Martin Bosman, l’ex giornalista considerato «la mente» del Pvv, rimane dietro le quinte con la bocca cucita. L’unico che fa una piccola eccezione e si concede al taccuino è Barry Madlener: «Sono molto orgoglioso di questo risultato. Voi dite che abbiamo perso: ma siamo il secondo partito. In Parlamento guadagniamo otto seggi rispetto ai dodici della scorsa legislatura: è una grandissima conquista». Alle elezioni del 2012, però, il Pvv aveva eletto 15 deputati. «Sì, ma tre se ne sono andati tre anni fa. Ora siamo in venti».
Madlener, 48 anni, fa politica da una vita. In passato è stato molto legato a Pim Fortuyn, poi si è unito al Pvv di Wilders. Tra il 2009 e il 2012 ha guidato la delegazione all’Europarlamento e si era beccato le accuse di razzismo da Martin Schulz per aver detto che «l’Olanda non ha alcuna voglia di mantenere i disoccupati polacchi e i criminali romeni». È uno dei big, eppure anche lui quando si tratta di ragionare sugli scenari futuri fa un passo indietro. Il Partito della Libertà è disposto a sostenere un governo guidato da Rutte? «Geert ha detto che è disponibile a negoziare». Geert ha detto che. La parola passa al capo. «Siamo il secondo partito – spalanca gli occhi Wilders – Rutte non ci può ignorare. Ma se non ci vogliono, allora siamo pronti a lottare contro il governo per il resto della legislatura».
I dati finali dicono che il Pvv si è fermato al 13,1%, oltre otto punti in meno rispetto ai liberal-conservatori di Rutte. Però in alcune zone del Paese è la prima forza. Soprattutto a Sud, nel Limburgo. Wilders ha vinto a Venlo, la sua città natale, e ancora una volta in una delle città simbolo dell’integrazione europea: Maastricht. Qui, dove nei mesi scorsi i vertici Ue hanno festeggiato un po’ in sordina i 25 anni del Trattato, nel 2010 il Pvv era diventato il primo partito. Due anni dopo, il crollo e l’exploit dei laburisti. Oggi di nuovo in testa. Le analisi del voto dicono che il partito di Wilders va forte tra la popolazione sottoscolarizzata, mentre i Verdi e i liberali di sinistra D66 fanno breccia tra i giovani e tra chi ha un titolo di studio elevato.
Ma ieri all’Aja non c’era troppo tempo per fare la radiografia del voto. I rappresentanti dei tredici partiti che sono entrati in Parlamento (su 28 in lista) si sono messi attorno a un tavolo della «Tweede Kamer» per la prima riunione della nuova legislatura. C’era anche Wilders, seduto alla destra di Rutte. C’è da mettere insieme una coalizione che sfondi quota 76 seggi, la maggioranza dei 150 totali. I negoziati partiranno ufficialmente nei prossimi giorni e a condurli non sarà Mark Rutte ma Edith Schippers, la sua ministra della Salute che ha ricevuto l’incarico di fare «scouting», le consultazioni. Giovedì prossimo ci sarà il primo dibattito in Aula.
Mark Rutte ha due-tre piani in testa, ma per ora regna l’incertezza. Sommando i seggi del suo Vvd (33), dei cristiano-democratici (19) e di D66 (19) il pallottoliere segna 71, ne mancano cinque. Esattamente quelli che potrebbero offrire i Cristiani Uniti. Ma una maggioranza sul filo è considerata troppo rischiosa. Ci sarebbero i 9 deputati laburisti, che però sono scettici se accettare un altro bacio della morte. L’alternativa è allargare la coalizione ai Verdi (14 seggi), i quali intendono mettere paletti ben chiari e imporre nell’agenda del governo alcuni punti del loro programma. Che è diametralmente opposto a quello dei partiti di centrodestra.