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 2017  marzo 16 Giovedì calendario

Il caso del blog ripudiato, l’imbarazzo dei grillini per il capo che si defila

ROMA Alessandro Di Battista scappa verso l’aula: «Io mi occupo di reddito di cittadinanza». Il deputato Andrea Colletti scherza su un post Facebook che ha fatto arrabbiare alcuni amici: «Non l’ho scritto io, era a mia insaputa». L’avvocato Alfonso Bonafede promette di informarsi su chi sia davvero il responsabile del verbo a 5 stelle diffuso in rete fin dal 2005. Quello che ha dato vita al Movimento fino a farlo entrare nelle istituzioni.
Ci sono molte cose che non tornano, nel momento in cui Beppe Grillo – per difendersi da una querela per diffamazione da parte del Partito democratico – fa affermare ai suoi avvocati che lui «non gestisce, non dirige, non controlla né filtra gli scritti o messaggi che vengono pubblicati nel Blog o negli account Twitter né i tweet». E non torna nemmeno quando – proprio sul blog – spiega che «il pezzo oggetto della querela del Pd era un post non firmato. I post di cui io sono direttamente responsabile sono quelli, come questo, che riportano la mia firma in calce. Il Pd rosica per aver per il momento perso la causa». Prima di tutto perché quella causa non è stata persa. Il tesoriere pd Francesco Bonifazi mostra la sentenza che chiede al tribunale di Roma di assumerla al posto di quello di Genova. E Matteo Renzi rincara: «La risposta di Grillo è allucinante, presenterò querele corpose con richiesta di risarcimento danni contro chi ci diffama».
E poi perché, nella memoria difensiva, non si fa alcun riferimento a post firmati o meno. Si disconoscono tutti. Non solo: in un testo ancora visibile del 2 marzo 2012 Beppe Grillo scriveva tutto il contrario. Erano i giorni del meet up nazionale autoconvocato a Rimini, quello da cui partirono le prime espulsioni storiche per chi era accusato di voler trasformare il Movimento in un partito. «Vorrei ricordare ancora una volta – scriveva il fondatore che la responsabilità editoriale del blog è esclusivamente mia». E ancora, nello statuto dell’associazione Movimento 5 Stelle depositato dal notaio il 18 dicembre 2012 per potersi candidare alle elezioni, si affermava che «spettano al signor Giuseppe Grillo titolarità e gestione» non solo del simbolo, ma anche «della pagina del blog www.beppegrillo. it/movimento5stelle».
Il punto però non sono le scatole cinesi dietro cui il Movimento 5 stelle si nasconde da sempre (il dominio di proprietà di Emanuele Bottaro, l’author html del post incriminato riconducibile all’account Google plus di Grillo). Il punto è politico. E questo spiega l’imbarazzo dei parlamentari 5 stelle davanti a una semplice domanda: «Chi gestisce il vostro blog? Chi ne è il responsabile?». Perché quella pagina Internet, da statuto, è la sede legale del Movimento (che non ne ha di fisiche). E nella prassi, è il “comitato centrale” M5S. Quello in cui si decidono linea politica, espulsioni, programma, candidature. Il “capo politico” (parla sempre lo statuto) non può che esserne responsabile. Altrimenti vorrebbe dire che agli iscritti è stata raccontata una grande bugia.
Finora l’opacità della scrittura è servita a poter scrivere tutto e il contrario di tutto (post sessisti contro Rita Levi Montalcini o Laura Boldrini, difese a oltranza di leader come Viktor Orbàn, immigrati in città paragonati a topi e spazzatura). Nessuno doveva risponderne. I piccoli leader potevano dire agilmente: «Ma quello è il blog, noi non c’entriamo». E la macchina acchiappaconsenso funzionava a pieno ritmo. Da un po’ di tempo, le cose sono cambiate. «Ora i post non firmati non ci sono più», si difendeva ieri Luigi Di Maio a CorriereTv. E Alessandro Di Battista – secondo indiscrezioni – sarebbe stato protagonista di più di un match in cui chiedeva più responsabilità nella gestione del sito. Cambiano le ambizioni, e cambia l’organo politico del Movimento. Che un padre ce l’ha, benché – a volte – un po’ riluttante.