la Repubblica, 16 marzo 2017
Radici indonesiane e retorica d’odio, da piccolo lo chiamavano «negro»
L’Aia. Si racconta che Geert Wilders si tinga i capelli di biondo platino perché se non lo facesse, lui che ha radici indonesiane, non sembrerebbe abbastanza olandese. Non a caso, nella sua città natale, la cattolica Venlo, quand’era ragazzo lo chiamavano “negro”. Ma per capire il suo odio per i musulmani, lui che è sulla lista nera sia di Al Qaeda sia dello Stato islamico, bisogna tornare al 2004, quando il regista Theo van Gogh fu assassinato da un estremista islamico, come ritorsione contro alcune immagini mostrate nel suo film Submission. È da allora che Wilders vive sotto scorta 24 ore su 24 e che esce di casa soltanto circondato da una falange di guardaspalle. Per il leader ossigenato del Partito della Libertà, il PVV, la notorietà giunse nel 2008 con il film Fitna, un documentario-manifesto contro l’Islam che gli costò un divieto, poi revocato, a recarsi in Gran Bretagna.
In realtà il PVV è un partito personale le cui finanze sono tenute segrete, e che si regge solo sulla condanna senza mezzi termini dell’immigrazione e dell’Europa, da cui il suo capo dice che l’Olanda dovrebbe uscire prima possibile. Quanto al suo programma di de-islamizzazione, questo prevede la chiusura di tutte le moschee e la messa al bando del Corano che paragona al Mein Kampf di Hitler. Molti lo descrivono come il Donald Trump olandese, anche per via dei suoi tweet che come quelli del nuovo presidente statunitense sono intrisi di veleno. Ha 53 anni ed è sposato con la diplomatica ungherese Kriztina Marfai Arib, con cui, per ragioni di sicurezza, ha deciso di non avere figli. I suoi sodali stranieri sono gli euroscettici e anti-immigrati d’Europa, fra cui Marine Le Pen del Front National, il tedesco Frauke Petry di Alternativa e il leghista Matteo Salvini.
Molti i processi a suo carico. L’ultimo per avere incitato la folla contro i marocchini dalla sua roccaforte di Schilderswijk, quartiere popolare dell’Aia con una forte percentuale d’immigrati: un’arringa razzista per la quale il 9 dicembre scorso è stato riconosciuto colpevole d’incitazione alla discriminazione. Ma per non farne un martire in campagna elettorale i giudici non l’hanno condannato né ai 24 mesi di galera né a una multa di 20mila euro richiesti dal pubblico ministero.