Corriere della Sera, 16 marzo 2017
Rita, nipote ugandese di Reagan
Rita Mirembe Revell ha vissuto come minimo quattro vite. A due anni abbandonata in una strada di Kampala. Fino agli otto in orfanotrofio, prima di volare dall’Uganda alla California con i genitori adottivi e un visto da studente. La nipotina adorata di Ronald Reagan, che nella piscina della villa di Bel Air le ha insegnato a nuotare. Incrocio imprevedibile: il vecchio presidente con l’Alzheimer e una bambina nata in Uganda. La cosa che rendeva più felice Ronny, raccontava la moglie Nancy, era stare con Rita tra gli spruzzi. Si sentiva utile. La malattia aveva polverizzato e oscurato il passato: a chi gli ricordava che era stato presidente, lui rispondeva: «Com’è possibile?». Il presente, con Rita intorno, gli è stato lieve e limpido.
Per lei crescere non è stato così semplice come per il nonno declinare: la madre Maureen, figlia di Reagan e dell’attrice Jane Wyman, è morta di tumore nel 2001. Aveva 60 anni. Rita sedici: il giorno del funerale è stata l’occasione per l’ultima uscita pubblica. Soltanto poche settimane prima, il Congresso aveva concesso alla nipote di Reagan la residenza permanente (a casa propria). Per l’adozione, la famiglia sarebbe dovuta volare in Uganda. Ma la malattia di Maureen rendeva il viaggio impossibile. E così i parlamentari hanno reso Rita una cittadina degli Stati Uniti attraverso un «private bill», una sorta di legge ad personam. Da allora si sono perse le tracce della «nipote ugandese del presidente». Eleanor Clift, per The Daily Beast, ha raccontato dei vani tentativi di contattarla per farla parlare dei migranti di oggi. Niente da fare: il padre adottivo Dennis Revell ha fatto sapere che non sono interessati. Comprensibile: Rita Mirembe Revell sta vivendo la sua quarta vita. Una donna di 32 anni, con il suo bravo profilo Facebook e il diritto sacrosanto all’anonimato.
Eppure sarebbe stato interessante osservare il presente, l’era in cui l’America chiude tante porte a chi viene e a chi è venuto da fuori, attraverso la finestra aperta di un’esperienza straordinaria come quella di Rita, la bambina venuta dall’Uganda. Eleanor Clift lascia intendere che oggi non sarebbe così facile, nemmeno per una famiglia con i contatti giusti come quella di un ex presidente, ottenere il diritto di vivere negli States. Figuriamoci per le famiglie più «normali». È una questione di «atmosfera», di spirito del tempo, oltre che di «legislatura». Eppure, per quanto unica e dorata, la storia del vecchio presidente malato di Alzheimer che insegna il nuoto a una bambina orfana partita dall’Uganda indica qualcosa di prezioso. Di perduto?