ItaliaOggi, 16 marzo 2017
La rabbia non serve per cambiare. Intervista a Francesco Pugliese
«Sa che cosa mi preoccupa? La rabbia. Non la si governa con l’interruttore della luce. Accendi e spegni qui non funziona». Francesco Pugliese, classe 1959, tarantino verace, è un manager della grande distribuzione – amministratore delegato e direttore generale di Conad, gruppo da 12,5 miliardi di euro di giro d’affari nel 2016 (+2,6% sull’anno precedente) – ma anche un uomo attento alla società e a ciò che la muove.
Su Twitter lo puoi cogliere mentre si occupa di immigrazione o di innovazione, oltre che della liberalizzazione dei farmaci in fascia C, di cui ha fatto una bandiera. Nel suo ufficio bolognese, una palazzina in zona Fiera, niente scintillio di certo mondo cooperativo, e in cui in sala d’aspetto, trovi gli aspiranti fornitori con cartoni di mozzarelle «a filiera corta», nel suo ufficio bolognese, dicevamo, Pugliese si appassiona alla discussione, accende più volte il toscano, gesticola. Malgrado abbia fatto, una carriera tutta a nord, iniziando giovanissimo, dalla Barilla alla Yomo, e malgrado viva a Parma, l’inflessione è quella di chi è cresciuto fra lo Ionio e il Mar Piccolo.
Domanda. Perché la rabbia?
Risposta. L’altro giorno guardavo Piazza Pulita in giardino.
D. Avrà fatto freddo.
R. Che vuole, i miei, dentro, seguivano Masterchef e io, quando uscivo a fumare il sigaro, accendevo il fungo (stufa da esterni, ndr) sotto il gazebo, e mi guardavano La7 in streaming, sul tablet.
D. Che cosa l’ha colpita?
R. C’è una grande libertà nell’usare le parole. Sentivo Mario Giordano, un suo collega, che partiva da concetti sani arrivando a conclusioni pericolose.
D. Per esempio?
R. Parlava dello scandalo dei vitalizi, dei diritti acquisiti dei consiglieri regionali valdostani, diritti acquisiti che si erano scritti loro, figurarsi. Dunque aveva ragione, in via di principio.
D. E dove sbagliava?
R. Quando diceva che, per cambiare queste cose, è necessaria la rabbia della gente. Se il Paese non si incazza, sosteneva, non si provoca mai cambiamento. Ecco, questi appelli mi preoccupano non poco.
D. Rischiosi?
R. La rabbia è un sentimento che si autoalimenta e, anziché fermarsi, cresce sempre di più. Una modalità di guardare alle cose che mi preoccupa. Qui non si tratta di ottimismo o pessimismo.
D. Lei è ottimista.
R. Io sono realista. Viviamo in un Paese che ha tanti problemi, bisogna avere una visione dei processi in cui occorre il cambiamento. E si deve fare un pezzo per volta: con spirito di realismo e riformismo. Voler aggiustare tutto, è la maniera per non cambiare niente, alimentando una rabbia che non sappiamo dove possa sfociare.
D. Qual è il tema vero, Pugliese?
R. Faccio un esempio che riguarda le imprese e l’economia. Il reverse-charge.
D. La cosiddetta inversione contabile: si paga direttamente l’Iva allo Stato e non a chi ci vende un prodotto. Una misura anti-elusione fiscale.
R. Qualche giorno fa, ho ospitato qui il colleghi di Edeka, una «aziendina» da 54 miliardi di fatturato. C’era anche il loro ceo, Markus Mosa, a cui spiegavo appunto il meccanismo del reverse charge.
D. E lui?
R. E lui mi risponde così: «Francesco, e che problema c’è? La paghi dopo o la paghi prima, tanto si deve farlo» E io, di rimando, gli ho chiesto in quanto tempo gli rimborsassero l’Iva in Germania.
D. Risposta?
R. Trenta giorni nella normalità che possono scendere a 15, in casi di necessità. Lei capisce: se qui avessimo l’Iva rimborsata in un mese, non ci sarebbe problema. Invece formalmente occorrono fra gli 8 e 12 mesi, che poi, in realtà, salgono a 18-24.
D. Lo spread sta anche in questo.
R. Non solo. Se l’Agenzia delle entrate le contesta la fattura, tutto il rimborso viene bloccato. L’altro giorno mi sono fatto un paio di calcoli.
D. Ce li racconti.
R. Per un gruppo come il nostro, significa che, nell’arco di cinque anni, ci troveremmo ad anticipare fra 600 milioni e 1,2 miliardi di euro. Vogliamo dire che sono 900 milioni? In una realtà come la nostra, ci sarebbero cooperative che non avrebbero affidamenti bancari sufficienti e dovremmo fare intervenire altre cooperative. Ma quel che è peggio...
D. Ma quel che è peggio?
R. Dovremmo accantonare tutto il nostro piano di investimenti decennale, perché bruceremmo tutta la cassa.
D. Quindi è contrario?
R. No, ben venga se serve contro l’evasione, però i rimborsi Iva passino a un mese. Sennò siamo di fronte a uno Stato vessatorio. E poi le faccio un altro esempio.
D. Avanti.
R. Il possibile aumento di Iva. Ormai è certificato che ogni punto che viene innalzato non ritorna in gettito, perché i consumi si contraggono immediatamente. Un gatto che si morde la coda. Se si aumenta di due-tre punti l’aliquota del 10% e altrettanti quella del 22, avremo una previsione di 20 o 30 miliardi di gettito, ma in realtà ne avremo molto meno.
D. Deprimendo ulteriormente i consumi.
R. Siamo qui tutti speranzosi di vedere questo bambino appena nato, una creatura, ossia un 0,7% di crescita di Pil, muovere i primi passi. Così gli taglieremmo le gambe ancora prima di imparare a camminare.
D. Pugliese, lei è una persona piuttosto franca. Sputi il rospo: dov’è il problema?
R. Io vedo un problema generale di mancanza di classe dirigente.
D. «Servono classi dirigenti concrete e orientate al futuro», ha twittato giorni fa. È un problema della politica?
R. No, non solo. La classe politica è figlia delle lacune di questo Paese. Io parlo di classe dirigente in generale, nonché voglia assolvere la politica, intendiamoci. È che qui siamo immediatamente orientati al soddisfacimento del singolo.
D. Facciamo un esempio.
R. Sto nel mio mondo: l’altro giorno ero a una riunione dell’associazione della grande distribuzione organizzata. Tutti d’accordo sull’aumento dell’Iva, ma come si parlava di apertura domenicali, ecco le grandi strutture favorevoli e quelle medio-piccolo contrarie.
D. E lei?
R. Ho detto che bisognava cominciare a fare un discorso maturo, di non cercare singole soluzioni invece di guardare il complesso delle cose. Se con il reverse charge si rischia che alcune imprese falliscano, guardiamo a quello, e non al particolare. I problemi non vanno visti dal proprio giardino...
D. Ma?
R. Ma salendo di cinque piani, da dove si vede il quartiere. Non si può tenere in ordine il giardino quando nel rione cresce la monnezza.
D. Torniamo alla politica, Pugliese. Voi insistete sulle liberalizzazioni e partite da una realtà piccola, i farmaci di fascia C, ossia quelli non mutuabili, oggi vendibili sono in farmacia: voi li vorreste poter vendere nelle vostre parafarmacie.
R. La nostra è una battaglia di principio.
D. Non le crederanno.
R. Quei farmaci per noi valgono come il due di coppe quando briscola è spade, siamo ultimi di mano e non possiamo fare la presa.
D. Le organizzazioni che rappresentano le farmacie non ci stanno.
R. Talvolta dicendo cose non vere, come se a vendere i medicinali, da noi, fossero i banconieri della macelleria: seppur inseriti in un supermercato, si tratta di negozi a se stanti. E c’è sempre un farmacista a vendere. Invece...
D. Invece?
R. Invece perché queste associazioni non si oppongono all’affermarsi delle catene di farmacie che creeranno condizioni di monopolio? A gestire le catene sono le grandi aziende distributrici di farmaco. Il sistema di pessimo pagamento dello Stato sta mettendo in difficoltà il singolo farmacista. Eppure gli ordini dei farmacisti, anziché preoccuparsi dei monopoli, si preoccupano dei 100 milioni che potrebbero arrivare alle parafarmacie su un mercato di fascia C che vale 3,1 miliardi. Pensi alle farmacie di campagna.
D. Ossia?
R. Ci sono aree rurali del Paese dove il farmacista, ancor prima del medico di base, offre un servizio di prima assistenza. Farmacie che sono a rischio. Eppure ci si preoccupa delle parafarmacie.
D. In fatto di liberalizzazioni, non ci sono solo i farmaci.
R. Ci sono anche i carburanti: abbiamo 37 impianti di distribuzione, ognuno dei quali eroga 12 milioni di litri all’anno, con un sconto medio per gli automobilisti di 8,5 centesimi al litro. Sa quant’è l’erogato medio degli altri distributori?
D. Me lo dica?
R. Un milione è mezzo a pompa. Perché il sistema non è efficiente: troppe pompe e spesso con strutture arretrate. Liberalizzare significa aumentare la concorrenza e dare efficienza a un sistema. Come il Paese richiederebbe, perché comunque l’Italia è fatta di persone che, per la maggior parte, guardano più al futuro che al passato. Anche per come la gente va a votare.
D. Per il 4 dicembre scorso, al referendum, è sembrato più un voto rivolto al passato.
R. Guardi, io sono uno dei pochi manager che si è esposto, dichiarando di votare Sì. Però molti, non fidandosi più di una visione vera di futuro, hanno preferito il No.
D. La visione di Matteo Renzi non ha convinto?
R. Il disegno e il sogno sono venuti a mancare. Resta la necessità di un cambiamento, con chiunque lei parli. Sotto referendum, organizzai una cena con un gruppo di amici di mio figlio e da quella chiacchierata ho imparato molto.
D. Ossia?
R. Tutti che volevano cambiare, tutti a definire l’Italia un Paese vecchio, ma poi, alla domanda su cosa avrebbero votato al referendum, tutti mi rispondevano No.
D. E lei?
R. Io mi sono messo ad affrontare punto per punto la riforma, chiedendo poi il parere in merito. Ed erano d’accordo. Allora gli ho rifatto la domanda: perché votate No? Risposta: perché Renzi vuol comandare.
D. Lei come se lo spiega?
R. Che con il web e i social, informarsi è diventato più difficile. Ma lui, Renzi, ha soggettivizzato troppo, ha portato tutto troppo sull’io. Da ragazzo, era il 1977, tempi di barricate, andavo al bar, c’erano quelli, quasi 80enni, che ti dicevano: «Credi a me».
D. Soggettivizzavano anche loro.
R. Già ma, alla fine, prendevi per buone quelle ragioni, perché la sua credibilità l’avevi toccata con mano. Oggi, sulla Rete, il leader che parla e poi non fa crea un problema di affidabilità. E in un momento come questo bisogna fare attenzione a quello che si dice e si promette, perché le cose da fare sono tante e non hanno soluzioni tali che i risultati li vedi il giorno dopo.
D. Si riferisce alle slide di Renzi?
R. Tutti mi hanno detto che ero renziano, si figuri. Due anni fa ho scritto un libro in cui dicevo cosa pensavo di lui, della sua leadership, così come trattavo di Enrico Letta, Pier Luigi Bersani e anche di Beppe Grillo. E non ho cambiato idea. Gli strumenti di comunicazione sono potentissimi, ma se non dai continuità e solidità a ciò che fai, nel tempo necessario, rischi moltissimo. Questo è accaduto al governo Renzi, che ha fatto molte cose, i cui effetti vediamo più ora di quando lui fosse a Palazzo Chigi.
D. Per esempio?
R. Il Jobs Act non ha prodotto gli effetti sperati ma tutta la riforma del costo del lavoro è stata importante. Così la riforma della Pubblica amministrazione, malgrado gli intoppi che ha avuto, era in una buona direzione. La stessa riforma costituzionale aveva notevoli elementi di innovazione, forse non risolutivi del tutto, ma poneva i presupposti per fare le ulteriori riforme. Snellire il sistema bicamerale, anche se sarebbe stato meglio abolire il Senato, toglieva molti alibi. Per non parlare del Titolo V.
D. Parliamone invece.
R. Ma le pare normale che, nel commercio, si possano fare tre operazioni di sottocosto all’anno con 50 prodotti e si debba chiedere l’autorizzazione a ogni singolo Comune, consegnando la lista dei prodotti. Pensi a noi che siamo presenti in 110 province e in 1.456 comuni, quando facciamo la un’operazione nazionale...
D. Il giro di carte è impressionante.
R. Bravo. Ma questo è niente, perché poi ti arriva Amazon che, siccome sta nella Rete, s’inventa il black friday, il venerdì nero, e può vendere sotto costo non 50 prodotti ma 5 mila o quanti ne vuole. Perché quella è la Rete. Si diceva di presente e futuro, ma qui siamo nel passato profondo: siamo a norme che ancora danno il potere al singolo sindaco. O anche peggio.
D. Cioè?
R. Cioè quando c’è stata la liberalizzazione degli orari e poi un governatore, vicesegretario del Pd.
D. Quindi parliamo di Debora Serracchiani, presidente della Regione Friuli.
R. Esatto. Noi, come associazione della gdo, pensammo di aprire lo stesso, pagando tutte le multe del caso, pur di far scoppiare il caso, e inondare il Tar del Friuli di ricorsi. Per fortuna della Serracchiani ne arrivò una sola di multe, perché un solo sindaco aveva preso di punta la cosa; gli altri erano stati illuminati dal Padreterno. Però, onestamente, le pare possibile?
D. Effettivamente...
R. Così come è possibile che l’energia costi diversamente da una regione all’altra? O che cambi la normativa per far i lavori dell’Alta velocità da una regione all’altra? Mi lascia fare un altro esempio?
D. Prego.
R. La sanità. Perché in Veneto si può andare a fare una Tac alle 22 e altrove, un lavoratore dipendente deve prendere un permesso? Luca Zaia ha fatto una cosa intelligentissima: se ho il radiologo per le urgenze in sede e lo devo pagare, perché non fargli fare anche degli esami?
D. Senta ma lei guida un gruppo che ha radici nella cooperazione, si ritiene ancora una uomo di sinistra?
R. (pausa). Sì. Difficile capire cosa sia la sinistra oggi. Io sono in Conad da 13 anni, ho fatto due terzi di carriera in aziende tradizionali, vengo da una famiglia di sinistra senza aver mai fatto politica attiva.
D. Ma per lei cosa dovrebbe essere la sinistra oggi?
R. Dovrebbe essere più sociale. Io sono un gran privilegiato, guadagnerò dieci volte quello che guadagnava mio padre, che faceva il funzionario del ministero della Difesa all’Arsenale di Taranto, ma non può andare bene a nessuno un mondo in cui ci siano troppi che stanno male. Un riequilibrio ci vuole, sennò finiremo come in Messico, dove i benestanti stanno in quartieri residenziali con mura di cinque metri e guardie private col giubbetto antiproiettile e mitra. Io poi sono cattolico.
D. Si traduce politicamente questa sua fede?
R. La mia visione forse oggi sarebbe stata quella della sinistra Dc.
D. Un moroteo di oggi, tanto per stare a un che fu suo corregionale. E di questa babele Pd ed ex-Pd, che mi dice?
R. Vedo differenze di uomini e non di idee. Ed è una contesa di uomini.
D. Alcuni più pugliesi di altri.
R. Io vado d’accordo con tutti: sono buon amico di Michele Emiliano, a cui lei si riferisce, ma conosco Letta, Dario Franceschini, lo stesso Bersani, così come Luca Lotti.
D. Renzi, no?
R. Renzi frequentava pochi.
D. Aveva da governare, immagino. Non posso andarmene prima d’averle chiesto del suo Sud. Come farlo ripartire?
R. Far ripartire il Sud, significa far ripartire l’Italia. Il Paese è una piattaforma protesa nel Mediterraneo, verso l’Africa, l’area di maggior sviluppo per i prossimi 30 anni, così come è stata a lungo l’Asia. Il Sud sarà la porta verso l’Africa. Ci aggiunga il turismo, dove siamo tornati a crescere ma soprattutto per la paura del terrorismo e dobbiamo cominciare a fare qualcosa.
D. Che cosa?
R. Una volta, in un dibattito, dissi a Rosario Crocetta, governatore siciliano, che doveva impiegare le sue migliaia di forestali nella valorizzazione dell’immenso patrimonio culturale dell’Isola.
D. E lui che le rispose?
R. Scherzando, mi rispose: provi lei a fare l’assessore
D. Vabbé, avendone cambiati tanti, poteva starci anche lei.
R. (ride) Il tema è sempre quello: il progetto. Soluzioni semplici e continuative. E c’è una terza voce: infrastrutturare finalmente il Mezzogiorno, dando lavoro a molte persone. Il piano del governo Renzi andava bene; peccato non averlo fatto dal primo anno. In questo ci metterei il recupero della aree industriali col loro adeguamento alle normative ambientali.
D. Parla anche della sua Taranto, immagino.
R. Certo, non si può scegliere fra lavoro e salute. In Germania e altrove si è dimostrato che produrre acciaio senza inquinare si può fare. Da noi, abbiamo venduto l’Italsider senza controllare che chi aveva comprato producesse secondo le norme.
D. La politica, di nuovo.
R. Su situazioni come queste si vede la differenza fra un capo e un leader ossia uno statista. Il leader è quello che ha il coraggio di dire le cose come stanno, indipendentemente dal consenso immediato. Anche quelle scomode. C’è sempre un costo, in operazioni di modernizzazione del Paese come queste, che va valutato e ridotto, ma che c’è.