la Repubblica, 15 marzo 2017
Galles e Nord Irlanda, nuovi ribelli anti-Londra
LONDRA «La Brexit vale la disunione britannica?» A porre il quesito è un columnist del Financial Times, ma la domanda di colpo è sotto gli occhi di tutti: uscire dall’Unione Europea vale la dissoluzione del Regno Unito? Lunedì la Scozia ha annunciato che vuole fare un secondo referendum per l’indipendenza, dopo quello ( fallito: prevalsero i no 55- 45 per cento) del 2014. Ieri lo Sinn Fein, il partito indipendentista dell’Irlanda del Nord, vincitore morale delle elezioni del mese scorso, ha dichiarato che si deve organizzare «al più presto» un referendum sull’unità dell’isola, ovvero sulla riunificazione fra la parte settentrionale, rimasta alla Gran Bretagna, e la repubblica d’Ir-landa. Poco dopo anche Plaid Cymru, il partito nazionalista del Galles, si è unito al coro sostenendo che per la più piccola delle quattro regioni in cui è suddiviso il Paese è venuto il momento di «dibattere la questione» dell’indipendenza alla luce di quanto sta avvenendo.
Quello che sta avvenendo, naturalmente, è la Brexit: ottenuto, dopo qualche resistenza alla camera dei Lord, il via libera del parlamento britannico, a fine mese Theresa May invocherà l’ormai proverbiale articolo 50 del trattato europeo che regola la secessione dalla Ue, dando il via a due anni di negoziato sul “divorzio” da Bruxelles e facendo seguito al referendum del giugno scorso in cui i no all’Europa unita superarono i sì 52- 48 per cento. Ma quello fu il risultato a livello nazionale. In Scozia vinsero i sì alla Ue, con il 62 per cento; in Irlanda del nord idem, con il 56 per cento. Restare in Europa è il mantra dei ribelli: agli scozzesi offre l’opportunità di coronare il sogno di Braveheart, ai nord- irlandesi la possibilità di riunificare l’isola.
«Se la Scozia vota per l’indipendenza, si ritroverà fuori dalla Ue», ammonisce il giorno dopo alla camera dei Comuni la premier May, aggiungendo di non avere percepito «alcun entusiasmo» per l’indipendenza scozzese fra gli altri 27 leader dell’Unione all’ultimo summit (ultimo in tutti i sensi: forse non ci andrà più). È un messaggio in codice alla terra al di là del Vallo di Adriano: non provateci nemmeno. Le indiscrezioni dicono che la leader conservatrice potrebbe vietare alla Scozia di fare il referendum. «Non accetteremo diktat da Downing Street, spetta al parlamento scozzese decidere come, in che data e con che quesito organizzare il referendum», risponde da Edimburgo Nicola Sturgeon, premier del governo autonomo e leader dello Scottish National Party.
Preoccupata di non dare un esempio alla Catalogna, la Spagna si schiera con Londra: «La Scozia dovrà mettersi in coda, se vuole iscriversi alla Ue», commenta Madrid. E il portavoce della Commissione Europea, per ora, conferma. Ma il rischio che la Brexit trasformi il Regno Unito in Regno Disunito esiste, come sottolinea il Financial Times. E come avvertiva in copertina l’Economist alla vigilia del referendum. Con il titolo: «Great Britain or Little England?».