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 2017  marzo 15 Mercoledì calendario

Pissarro poeta della luce e della natura. «Tutto è bello, basta saperlo cogliere»

Il gallerista e mercante Paul Durand-Ruel, che sta organizzando una mostra a New York, chiede a Camille Pissarro una nota biografica per il pubblico americano. Il 6 novembre 1886, da Éragny-sur-Epte, il pittore gli risponde: «Nato a San Tommaso delle Antille, il 10 luglio 1830. Venni a Parigi nel 1841 per entrare a Passy, nella pensione Savary. Ritornai a San Tommaso alla fine del 1847 e mi impiegai in una casa di commercio, ma non cessai di disegnare. Nel 1852 abbandonai il commercio e con Fritz Melbye, pittore danese, partii per Caracas nel Venezuela, dove rimasi sino al 1885: da lì ritornai al commercio in San Tommaso e infine ripresi la via della Francia in tempo per godere gli ultimi giorni dell’Esposizione universale. Da allora sono rimasto in Francia. Quanto al resto della mia storia di artista essa si riallaccia a quella di tutto il gruppo degli Impressionisti». Poche righe per sintetizzare oltre mezzo secolo di vita di un pittore che Émile Zola considerava «uno dei tre o quattro del tempo», che sarà uno dei padri dell’Impressionismo e l’unico a partecipare a tutte le otto mostre del gruppo.
Dato di notevole interesse, il richiamo al viaggio che Pissarro ventiduenne intraprende dalla natia isola delle Antille (allora possedimento della Danimarca) con l’artista Fritz Melbye (1826-1869), di qualche anno maggiore di lui, di cui diventa allievo e amico. Spirito inquieto sempre in cerca di nuove avventure, Fritz era stato avviato alla pittura dal fratello Anton, seguace di Christoffer Wilhelm Eckersberg (1783-1853), uno dei maggiori artisti dell’Età d’oro danese, che a Roma aveva appreso a dipingere all’aperto. Tornato in patria, aveva rivoluzionato l’Accademia. Da Caracas, Melbye approda a New York e da lì, nel 1866, in estremo Oriente. Finirà i suoi giorni a Shanghai, a soli 43 anni.
Proprio al rapporto tra Fritz e Camille è dedicata la rassegna al museo Ordrupgaard di Copenaghen (sino al 2 luglio). Dipinti, acquerelli e disegni documentano gli influssi del giovane Melbye sul giovanissimo Pissarro. Il disegno ha una parte preponderante nel lavoro di Camille («È solo disegnando spesso, disegnando tutto, disegnando incessantemente, che un bel giorno scopri con tua grande sorpresa che hai realizzato qualcosa del tuo vero carattere»).
Altre due esposizioni monografiche di Pissarro a Parigi (sino al 2 luglio); l’ultima risale a 40 anni addietro. Un’antologica con 60 capolavori, al museo Marmottan Monet (otto esposti per la prima volta in Francia) e La natura ritrovata al museo del Luxembourg: un centinaio fra oli, disegni e incisioni, eseguiti dal 1884 al 1903 (anno della morte) nel villaggio di Éragny-sur-Epte, nei pressi di Pontoise, dove il cinquantaquattrenne Pissarro compra una casa, grazie a un prestito di Claude Monet, e vi si trasferisce definitivamente. Un’infezione agli occhi lo costringe a non lavorare più all’aria aperta. Il sole lo abbaglia. E così Pissarro dipinge ciò che vede dalle finestre: alberi, fiori, orti, paesaggi («Non avere paura della natura: devi essere audace e correre il rischio di restare deluso e di fare errori»).
Pittore degli aspetti rustici di una natura non convenzionale («artista contadino» lo definisce Nadar), temperamento generoso e modesto («umile e grandioso», Cézanne), Pissarro dipinge raccoglitrici di piselli o di mele, contadine che spingono le carriole, bambine che giocano con le barchette, persino il sottobosco («Tutto è bello, quello che conta è essere in grado di interpretarlo»). E ancora: stradine, periferie, valli, fiumi, porti e navi da carico a Rouen ( La Senna a Rouen, Rue de l’Épicerie, Il ponte Boieldieu ), vedute urbane di Parigi ( Boulevard Montmartre di notte e Boulevard Montmartre in primavera, La place du Théatre Français e l’avenue de l’Opera, effetto pioggia, Le Pont-Neuf dopo mezzogiorno ), Dieppe, Le Havre, Londra e Norwood (dove vive quando lascia la Francia, durante l’occupazione prussiana, e dove sposa Juliette Vallay, da cui avrà sette figli).
Impressionista, ma anche continuo sperimentatore («Ho cominciato a capire le mie sensazioni, per sapere quello che volevo, a circa quarant’anni. Ma solo vagamente»); nel 1885, per esempio, viene attratto dal puntinismo di Signac e Seurat e dipinge diverse opere ( La raccolta del fieno, Sole di primavera nel prato a Éragny ) anche se poi ritornerà allo stile impressionista. Qualcuno dice che guarda troppo a Jean-François Millet (pastorelle). «A ogni istante mi si rinfaccia la sua influenza – obbietta Pissarro —; ma Millet era un biblico e io, per essere un ebreo, lo sono anche troppo poco! È strano tutto ciò».
Col passare degli anni, a contatto con la natura, la tavolozza di Pissarro diventa sempre più luminosa. La luce registra il mutare di prospettiva con il trascorrere delle ore e il cambio delle stagioni (ricordate la cattedrale di Monet?). E nella luce viene assorbita la rivoluzione silenziosa e domestica di questo genio della tavolozza.