il Fatto Quotidiano, 15 marzo 2017
Il museo nel bunker: la memoria dell’orrore
C’è la stanza degli interrogatori. Non ha finestre, solo una luce fioca a intermittenza. Un tavolino al centro con sopra una macchina da scrivere, la sedia per il “verbalizzante” e quella per l’interrogato. L’ufficiale che faceva le domande, invece, era in piedi. Ritto e severo, immagine di un potere assoluto che decideva la vita e la morte tua e della tua famiglia. A rendere più soffocante l’atmosfera, il suono trasmesso dagli amplificatori: il ticchettio frenetico della vecchia macchina da scrivere e il battito del cuore della vittima.
Siamo a Tirana, al centro della città, a pochi passi dal ministero dell’Interno c’è “Bunk’art 2”, museo sugli orrori di quel comunismo stalinista e medievale che dal 1944 fino al 1990 ha tenuto l’Albania sotto il tallone di ferro di Enver Hoxha. Un regime spietato e paranoico, ispirato al più bieco isolazionismo.
Hoxha ruppe con la Jugoslavia di Tito, poi con l’Urss destalinizzata, si avvicinò alla Cina di Mao, ma presto troncò i rapporti anche con Pechino. L’ossessione dell’invasione portò il dittatore a costruire 175 mila bunker. L’ultimo, prima della sua morte, assicurava l’incolumità dei vertici del ministero dell’Interno e dei capi di Polizia e Sigurimi, il servizio segreto. Una costruzione sotterranea enorme protetta da 240 centimetri di cemento armato. Nome in codice “Objekti Shtylla”.
Ventiquattro stanze, un appartamento per il ministro, sale per riunioni e centri per le comunicazioni. Oggi, grazie alla tenacia di Carlo Bollino (giornalista ed editore tv, con un passato da direttore della Gazzetta del Mezzogiorno e inviato di guerra per l’Ansa), al lavoro di un gruppo di storici coordinati dalla giornalista albanese Admirina Peci e al sostegno della Ong Qendra Ura, è diventato un museo. Un luogo della memoria.
Ci sono i disegni fatti dagli internati nei campi di lavoro (50 mila albanesi) da far accapponare la pelle. Sono lager, dove a migliaia perivano di stenti e fatica i “nemici del regime”. L’ossessione a sapere tutto delle vite degli altri è rappresentata da un apparecchio che attraverso le mura dell’abitazione confinante consentiva di spiare la casa accanto.
Le foto dei cani della polizia di frontiera addestrati per azzannare i disperati che tentavano di passare nella Jugoslavia di Tito, parlano da sole.
Bollino e i suoi collaboratori hanno scavato negli archivi di Sigurimi e polizia per recuperare documenti e materiali originali.
Ci ha fatto sorridere la sedia da barbiere usata per tagliare i capelli ai pochi occidentali che volevano entrare in Albania da turisti. Dovevano adeguarsi allo stile imposto dal regime.
In un angolo c’è una scopa con microspia incorporata nel manico che nasconde una storia fantastica. Ce la racconta Carlo Bollino che ci fa da guida. “Nel dicembre del 1985, sei fratelli albanesi, la famiglia Tota, quasi miracolosamente varcarono il portone d’ingresso dell’Ambasciata italiana e chiesero asilo politico. Era la prima volta che accadeva una cosa del genere. Il regime e i vertici della polizia segreta impazzirono. Dovevano a tutti i costi capire cosa stava accadendo in quegli uffici. Piazzarono delle microspie all’interno dell’Ambasciata, ma erano uno specchietto per le allodole. I carabinieri le scovarono subito e le disattivarono. Il colpo di genio fu la microspia nel manico della scopa usata da una addetta delle pulizie”.
Verrebbe da sorridere, ma l’orrore raccontato nelle stanze di “Bunk’art 2” prende il sopravvento. Fin dall’ingresso del museo, dove le pareti sono interamente occupate dalle foto delle vittime. Religiosi (durante il regime furono uccisi 3 vescovi, 60 sacerdoti, 30 francescani, 13 gesuiti, 10 seminaristi e 8 suore), ma anche semplici cittadini e molti comunisti invisi al dittatore.
Un luogo della memoria nell’Albania che sta tentando con mille contraddizioni di costruire una società democratica. Il bunker-museo viene consigliato dalla Cnn come una delle mete al mondo da visitare, ma non è piaciuto alla destra estrema, tanto che durante una manifestazione è stato attaccato e bruciato.
Carlo Bollino: “Questo Paese non ha fatto ancora i conti col suo passato, ha preferito nasconderne le tracce. Il nostro obiettivo è quello di ricostruire la memoria, anche quella degli orrori. Il processo di riconciliazione in Albania è difficile, presto saranno pubblici i dossier della polizia segreta con i nomi dei persecutori della porta accanto, il vicino che ti spiava per conto del regime. Molti sono ancora vivi, altri hanno famiglie e figli. La domanda è duplice: può esserci riconciliazione senza una sanzione? Ed è giusto a più di vent’anni dalla fine del regime chiedere il conto a chi collaborava? Il nostro lavoro serve anche a dare una risposta a questi interrogativi drammatici”.