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 2017  marzo 15 Mercoledì calendario

L’oligopolio delle 7 sorelle: la crisi bancaria fa felici solo i big della consulenza

È il grande business delle banche in crisi. Dal 2008 i salvataggi in Europa sono costati alla collettività 213 miliardi di euro, tra ricapitalizzazioni a fondo perduto, nazionalizzazioni, separazioni degli attivi tra “good bank” e “bad bank” da liquidare. Il calcolo, che riguarda la parte andata perduta dei 747 miliardi messi nelle risoluzioni bancarie, l’ha fatto il centro studi olandese Transnational Institute (Tni) che, in una ricerca pubblicata a febbraio, segnala come in questo disastro ci sia qualcuno che ci ha guadagnato: le società di consulenza e revisione. Sono sette società di superpagati “esperti”: Ernst & Young, Deloitte, Kpmg, Pwc, le “quattro sorelle” della revisione, che nel 2015 hanno realizzato 115,5 miliardi di fatturato globale, più Mckinsey, Bain & Company e Boston Consulting, le tre grandi firme della consulenza, indisponibili però a fornire dati sul giro d’affari.
In Italia, dove le reti di relazioni contano più della competitività, si spartiscono l’80% del mercato. I servizi che offrono, stando ai risultati, non sono però di grande aiuto. Le banche europee salvate sono 150, di nessuna le società di revisione avevano segnalato problemi, mentre i piani industriali segnalavano fantasiosi recuperi di redditività. Il problema è che dietro l’alone di prestigio e di calvinista dedizione al lavoro, la loro attività spesso si limita a brillanti presentazioni in power point di banalità aziendali e, ancora più spesso, a dare una facciata di strategia agli interessi dei vertici. “Scrivono quello che il committente gli chiede”, spiega Gian Gaetano Bellavia, commercialista milanese esperto di reati finanziari e perito per diverse Procure: “Non sono professionisti, non sono soggetti ad alcun ordine e deontologia, quello che conta, e per cui sono pagate, è il marchio”.
 
Disastri non annunciati, le quattro “good bank”
Un esempio da manuale è quello di Banca Marche, una delle quattro banche locali finite in bail in nel 2015 (la “good bank” dovrebbe ora essere rilevata da Ubi Banca). L’esposizione in crediti deteriorati era triplicata, da 760 milioni a 2,4 miliardi nel solo 2012, ma la Pwc, poi sostituita da Deloitte, ha continuato ad avallare i bilanci senza segnalare irregolarità e rischi. Intanto la banca chiedeva nuovi soldi ai risparmiatori. Alla Pwc Banca d’Italia ha chiesto 182 milioni di danni. Non sono stati invece chiesti danni a Bain & Company, che nel piano industriale del 2013 prevedeva 104 milioni di utili al 2016, né alla Kpmg, chiamata a dare il suo parere dopo le ispezioni di Bankitalia; un parere in cui si evidenziava più che altro la “troppa prudenza” nella valutazione dei crediti. Pwc era revisore anche per Banca dell’Etruria. Anche qui mentre gli amministratori erano indaffarati a buttare denaro e i revisori a confermare che era tutto ok, c’era chi si occupava di confezionare una retorica d’accompagnamento. Nei documenti si legge: “Con il nuovo piano industriale realizzato in collaborazione con Bain & Co Italy, Banca Etruria punta a sviluppare maggiore redditività ed efficienza operativa…”. Bain & Co, insieme a McKinsey, sarà poi tra i consulenti dei fondi americani interessati ad acquistare le banche locali una volta ripulite a spese di risparmiatori e sistema bancario. Prezzo offerto: 500 milioni, rispetto agli 1,4 miliardi che Banca d’Italia si aspettava di ricavare. Come consulente per la vendita di 10 miliardi di sofferenze delle quattro banche, assieme a JP Morgan c’è la Kpmg. Kpmg ora assiste la Bper per l’acquisto di Cariferrara a un euro e ripulita dai crediti deteriorati. I bilanci di Cari Ferrara erano certificati da Deloitte, anche a lei Banca d’Italia ha chiesto i danni.
 
Mps e le Venete: soliti nomi e zero trasparenza
Kpmg ha certificato anche i bilanci della Popolare di Vicenza, andata in dissesto l’anno scorso. Per quello del 2015, e per consulenze, è stata pagata 2,7 milioni di euro. Alessandro Penati, l’economista alla guida del Fondo Atlante, diventato proprietario della banca dopo il quasi azzeramento delle azioni, gli ha annullato il contratto. Dal canto loro gli azionisti di Vicenza e della Vento Banca, bilancio certificato da Pwc, hanno chiesto l’azione di responsabilità contro i revisori. Sono solo alcuni esempi, ma la madre di tutte le operazioni di salvataggio è quella del Monte dei Paschi, un banchetto. Il salvataggio architettato nel 2016 sarebbe costato 448 milioni, più o meno il valore di mercato della banca. Piano industriale e consulenze annesse, redatto da un pool capitanato da McKinsey e costato 8 milioni, avrebbe dovuto attirare fior di investitori. Non si è presentato nessuno. Gli stessi consulenti sono al lavoro su un nuovo piano industriale, tanto i soldi ce li metterà lo Stato.
“È praticamente impossibile conoscere le parcelle delle società di consulenza – dice ancora Bellavia – di solito si fanno pagare un tanto all’ora, e l’unica indicazione di raffronto è quella delle tariffe dei revisori di bilancio: un partner (la carica più alta, ndr) costa 500 euro l’ora”. A parte Boston Consulting, che però non ha fornito al Fatto alcun dato, né Bain, né McKinsey, che pure hanno un’organizzazione stabile in Italia, depositano bilanci alla Camera di Commercio. Evidentemente la trasparenza non paga.