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 2017  marzo 13 Lunedì calendario

Quello che Renzi non ha detto 
su Ue, giustizia, sicurezza e conti

Fra i primissimi a prendere la parola la domenica mattina al Lingotto in attesa del discorso finale di Matteo Renzi alla corrente dei suoi fedelissimi c’è una vecchia gloria del partito, che in pochi si sarebbero aspettati da quelle parti. È Luigi Berlinguer, cognome che conta e racconta una tradizione antica. Ha mestiere da comiziante, e il pacioso ex ministro dell’Istruzione quando sale sul palco e trova il microfono si sente a suo agio. Parte piano e cresce con sapienza. Arringa la folla, talvolta perfino urla. E quelli sembrano elettrizzati, si spellano le mani. Così il Berlinguer convertitosi a Renzi piazza l’affondo: «Devo confessare che il comunismo lo sento dentro, non quello che è fragorosamente caduto, ma quello ideale». Ecco, la parola comunismo così orgogliosamente rivendicata da chi aveva il cognome e può farlo racconta però che anche questa non è riuscita a Renzi fino in fondo. Nonostante la sua storia, nonostante la scissione, nonostante le battute sferzanti, i comunisti sono ancora qui. Dentro il Pd. Addirittura dentro quel correntone che è il più a destra nella corsa alle primarie. E Berlinguer mica è il solo lì in mezzo. Così quando qualche ora dopo prendendo la parola Renzi gigioneggia sugli ultimi fuoriusciti (Roberto Speranza, Pierluigi Bersani) e sfodera una raffica di battute come «non è andando sul palco con i pugni chiusi e cantando Bandiera rossa che si aiutano i cittadini, quella è un’immagine da macchietta non da politica», evidenzia una volta in più la differenza fra la sua favella colorita e immaginifica e la realtà, così diversa da come il giovane ex segretario ama raccontarla e forse anche raccontarsela. 
OCCASIONE PERSA 
La tre giorni torinese doveva essere l’occasione della sua ripartenza, o almeno del suo tentativo di ripartire archiviando gli errori dell’ultimo anno. In archivio in realtà Renzi ha messo soprattutto i guai delle ultime settimane, e le spine pungenti della inchiesta Consip che a dire il vero è assai lontana dall’essere archiviata da chi ne ha i poteri istituzionali (i giudici). Ma
del passato e di
quella parola
che ancora adesso fatica a pronunciare come il
Fonzie di Happy
Days («Ho sbagliato»), Renzi
non ha quasi parlato. Lo ha citato
con la sicumera
e la sfrontatezza
di sempre, quelle che all’inizio piacevano e poi però con il tempo sono diventate il suo principale problema, ostacolo non da poco nel rapporto con la gente. Se l’è cavata con orgoglio: «Nelle scorse settimane qualcuno ha cercato di distruggere il Pd perché c’è stato un momento di debolezza innanzitutto mia. Ma non si sono accorti che c’è una solidità e una forza che esprime la comunità del Pd, indipendentemente dalla leadership: si mettano il cuore in pace, c’era prima e ci sarà dopo di noi e ora cammina con noi». Ecco, davanti ai guai c’è questa sola novità in Renzi: overo il «noi» che sostituisce l’«io». Quanto ne sia convinto nel profondo è imperscrutabile, secondo molti dei suoi assai poco. Lo si è capito ieri anche dall’intervento di Matteo Richetti, che lo ha incitato a una condivisione vera nel bene come nel male, evidentemente fidandosi assai poco di quel che aveva sentito. Chi si aspettava oltre al riconoscimento degli errori e la loro correzione anche un Renzi pieno di contenuti da seminare nel tentativo di riscalare prima il Pd e poi Palazzo Chigi, è restato sicuramente deluso. Qualcosina è arrivato da altri interventi, perfino da Tommaso Nannicini che è stato il pensatore e organizzatore della tre giorni, e che ha sfoderato un notevole mea culpa sul job act, svolta culturale ma non sostanziale perché non ha funzionato come si sperava. Ma da Renzi nulla di tutto questo. Bravo a parlare, pieno di immagini ad effetto, pronto a toccare le corde del pubblico, a sfottere l’avversario politico (non ha mai parlato di Consip e degli indagati, ma ha detto «voglio mandare un grande abbraccio di solidarietà a Virginia Raggi, indagata, ma noi siamo al suo fianco, il garantismo vale per tutti, non a giorni alterni, il garantismo non vale solo per i tuoi e non per gli altri»), a pungere chi ha sbattuto la porta andandosene via. A toccare anche i sentimenti dei militanti. 
Però quando si è andato al sodo, poco o nulla. Renzi ha avuto più passaggi sui temi della giustizia, ovviamente provati sulla pelle della propria famiglia in questi tempi. Lui che non poche volte era sembrato giustizialista ha corretto ora la linea: «Un cittadino è innocente fino a sentenza e questo sempre. I processi si fanno nei tribunali e non sui giornali, le sentenze le fanno i giudici e non i commentatori». Ma oltre le belle parole, nulla. Non una proposta di riforma della giustizia, non un’idea di sistema diverso con le sue regole e le sue penalità per essere conseguenti a quel che stava dicendo. 
ZERO PROPOSTE 
Stessa cosa sull’Europa, dove è continuato il cahiers du doleance di Matteo. Ma poi ce la si è cavata con «l’idea di dire che il prossimo presidente del Consiglio europeo non verrà scelto nel buio delle stanze ma dalle elezioni è un passaggio rivoluzionario della politica europea e questa battaglia noi la vinceremo e dal 1 ̊ maggio chiederemo questo ai compagni di viaggio del Partito socialista europeo», come se tutti i problemi svanissero il giorno in cui francesi tedeschi e Paesi del Nord a maggioranza votassero un capo della comunità europea: l’Italia conterebbe un fico secco come prima. 
E così su tutto. Anche sulla vicenda del Dj Fabo: «Sappiamo che, quando un ragazzo quarantenne muore in Svizzera perché non ce la fa più a vivere, è un problema enorme e terribile e facciamo di tutto per trovare una soluzione che nasca da un confronto e non da uno slogan». Ma appunto dire questo non va oltre lo slogan. Belle parole anche a difesa di Salvini contro De Magistris: «Quando un sindaco di una delle città più belle si schiera al fianco di chi non vuole far parlare qualcuno e sfascia la città è allucinante. Quando un parlamentare chiede di parlare, anche se dice cose che non stanno né in cielo né in terra, noi del Pd lo lasciamo parlare», ma anche qui non si va oltre l’effetto e non c’è proposta su legalità, sicurezza ed ordine pubblico.