Libero, 12 marzo 2017
Bollini e certificazioni. Chi ci capisce è bravo
Nessuno scandalo. Nulla che possa essere catalogato nel novero, vastissimo, delle fregature. Ma i bollini che compaiono sulle confezioni alimentari, assieme alle certificazioni, rappresentano una giungla inestricabile. Ce ne sono di tutti i tipi, alcuni riconosciuti, altri apposti volontariamente dal produttore. Altri ancora frutto di fantasia e utilizzati praticamente come una leva di marketing per facilitare la vendita. Ma andiamo con ordine. Cominciamo da quelli ufficiali, riconosciuti e normati addirittura a livello comunitario.
DOP, IGP, STG E BIO
Al netto dei vini, gli unici contrassegni riconosciuti in tutta la Ue sono quelli che identificano le indicazioni geografiche. Dop, (Denominazione d’origine protetta) e Igp, (Indicazioni d’origine protetta. Cui si aggiungono le Stg, Specialità territoriali garantite. A vario livello si tratta di certificazioni che garantiscono il legame di un prodotto col territorio e con le sue materie prime (Dop), con i luoghi (Igp) o le tradizioni alimentari (Stg).
C’è poi una quarta tipologia di prodotti identificati da un unico logo. Quelli Bio, sulle cui confezioni compare la foglia composta da stelle bianche in campo verde. Al di fuori di questi segni, cui si aggiungono le fascette Doc e Docg per i vini, c’è una giungla fatta da contrassegni che in effetti certificano seriamente qualcosa, ad esempio la tracciabilità della filiera, confusi però in un mare di simboli capaci di evocare, nel consumatore, garanzie di vario tipo. Dalla genuinità alla salubrità. Fino alla qualità intrinseca del prodotto.
CACCIA ALLE «ISO»
Il paradosso è che delle certificazioni sulla sicurezza alimentare, la qualità dei processi produttivi e delle tecnologie utilizzate, se ne ha una vaga testimonianza in quanto i marchi «non sono previsti», come mi ha spiegato Accredia, l’ente italiano che certifica i certificatori. Ne esce un vero e proprio manicomio nel quale è praticamente impossibile orientarsi, perfino per chi come il sottoscritto abbia una certa dimestichezza con l’etichettatura dei cibi.
Ad esempio per trovare traccia della certificazione Iso 22005 (ognuna è identificata da una sigla astrusa) e cioè quella che identifica la rintracciabilità garantita in tutta la filiera, dal campo alla tavola, ho dovuto passare al pettine parecchi banconi dei supermercati. Salvo trovarla, stampata in piccolo, su una confezione di pasta Voi, Valori Origine Italiana, frutto della collaborazione tra Coldiretti e la catena Grande I.
LOGHI SOLO ITALIANI
In compenso nel mare magnum di simboli, ci si imbatte in marchi ufficialmente promossi da organismi nazionali che garantiscono, ad esempio, l’italianità del prodotto. Come nel caso delle tre cariossidi tricolori, rilasciate dall’Ente risi al cereale rigorosamente coltivato nel nostro Paese.
E poi c’è di tutto. Dal bollino «Coniglio italiano», promosso da 100 fra allevatori, macellatori e mangimisti, impegnati a garantire l’origine dei capi e le tecniche di allevamento, fino al bollino assegnato dall’International taste & Quality Institute, dopo il pronunciamento di una giuria fatta da chef e sommelier.
CERCATE SUL WEB
Orientarsi in questa giungla multicolore è impossibile. Chi volesse capirci qualcosa di più, non ha che uno strumento: internet. Non esiste, infatti, un repertorio ufficiale dei bollini utilizzati sui prodotti di consumo. Men che meno su quelli alimentari. Gli interventi delle Authority di settore si limitano quasi esclusivamente alla repressione delle frodi. Così le regole che governano questo ginepraio di simboli sono sostanzialmente quelle del marketing. Un po’ poco per affidarvisi ciecamente.