Libero, 12 marzo 2017
L’Indonesia sprofonda nel fanatismo
Suonano sempre. Sono i metal detector di Giacarta, li devi superare quando entri in albergo, quando vai in un supermercato, in qualunque ufficio pubblico o privato.
Ma la cosa strana è che, dopo alcuni giorni in cui diligentemente posi gli oggetti metallici nell’apposito cestino, ti rendi conto che, se anche passi con il telefono in tasca facendo suonare il minaccioso bip, nessuno ti ferma, anzi, il più delle volte, ti sorridono simpaticamente.
Paradossi di Giacarta, megalopoli ufficialmente di una decina di milioni di abitanti che diventano quaranta se si considerano le periferie, enorme agglomerato di un’isola, Giava, dove sono concentrati 150 dei 260 milioni di abitanti dell’Indonesia, quarto paese più popolato al mondo e primo paese musulmano per numero di abitanti.
L’islam è infatti la
religione dominante di questo arcipelago di 17.600 isole,
un islam che sorride, almeno cosi viene a volte dipinto. In realtà c’era poco da sorridere nel gennaio scorso, quando un gruppo di sette persone inneggianti ad Allah entrava sparando all’impazzata in uno Starbucks del quartiere finanziario della città, facendo una strage tra coloro che stavano bevendo tranquillamente un caffe. L’Indonesia non è nuova ad attacchi jihadisti, anche in tempi in cui l’Isis non esisteva; in molti ricordano l’attentato di Bali del 2002 che fece più di 200 morti. E nel nord di Sumatra, dove in alcune aree è in vigore, seppur con una minor rigidità rispetto ad altre zone del mondo, la Sharia, la tensione è alta; a fine agosto un aspirante kamikaze è entrato in una chiesa con uno zainetto pieno di esplosivo, nella zona di Medan, neutralizzato dopo aver ferito un prete. Si stima che da qui siano partiti circa 400 combattenti alla volta della Siria.
LA CAPITALE BLINDATA
Giacarta negli ultimi anni non è stata immune dal terrorismo islamico, con attacchi ad alcuni dei grandi alberghi del distretto economico, dove militari e a volte mezzi blindati presidiano, insieme alla polizia, la tranquillità degli uomini d’affari che transitano per la capitale indonesiana.
Uomini d’affari, perché in questa città non ci sono turisti, non c’è niente da visitare, a differenza delle bellezze sparse nell’arcipelago indonesiano, per cui chi frequenta questa città lo fa per qualche business, in un paese che cresce a ritmi impensabili per i nostri parametri ormai asfittici, anche se in rallentamento negli ultimi tempi; il 2015, si è chiuso con una crescita del 4,8%, la più bassa dal 2009, mentre per il 2016 la stima è del 5,3%. Per sostenere l’economia, il governo concentrerà la spesa pubblica su infrastrutture e trasporti, riforma della burocrazia, assistenza sociale e decentralizzazione fiscale. Nei progetti del governo c’è la realizzazione di 35mila megawatt di capacità di generazione elettrica, mille chilometri di strade a pedaggio, 3.258 chilometri di ferrovie, 15 aeroporti e 24 porti. Quando si parla di spesa pubblica e di investimenti da queste parti si fa sul serio. Qui, cosi come in altri paesi asiatici, crescono e si concentrano ricchezze incredibili. Ricchezze concentrate nel quartiere finanziario della capitale, pochi metri quadrati che racchiudono ambasciate, sedi di grandi società e grandi alberghi; fuori da qui comincia greater Jakarta, dove puoi rimanere bloccato nel traffico per ore e ore per fare pochi chilometri.
Stanno costruendo la metropolitana, che dovrebbe alleggerire la vita di questa città. Squadre di operai si alternano giorno e notte nel cantiere di Plaza Indonesia, il cuore della città. Osservarli da un ponte provvisorio che li sovrasta ci trasmette alcune sensazioni di questo paese.
Uno splendido caprone legato a un caterpillar attira la mia attenzione. Dopo le preghiere il mio cupo presentimento si avvera, l’animale viene sgozzato e appeso a testa in giù per poi essere fatto a pezzi e distribuito agli operai in festa. È un sacrificio beneaugurale per il proseguimento dei lavori, mi viene detto in seguito da alcuni poliziotti che incrocio sul ponte. Il giorno successivo gli stessi operai, in ordinate file, mi riportano in Asia, tutti intenti a fare ginnastica prima del lavoro, sotto la direzione del capo cantiere che nell’occasione si trasforma in un preparatore atletico. Questa attenzione al corpo è diffusa in questo paese e anche nel più remoto angolo di Sumatra o del Borneo, non è raro vedere squadre di poliziotti, di qualunque età, correre per la strada, tutti assieme, in uno spirito di corpo che mi viene automatico osservare con ammirazione.
MODERNI ESTREMISTI
Il richiamo del muezzin risuona forte nell’alba di Giacarta, capitale di un Paese che mi sembra lanciato verso la solita caotica modernità asiatica, e che non capisco ancora come collocare in un mondo sempre più confuso tra nazionalismi, egoismi ed estremismi. L’estremismo islamico sembra lontano qui, sembra piuttosto una area del mondo dove il post islamismo, e cioè una secolarizzazione della società, cominci a crescere in maniera decisa. Sempre possibili bruschi cambi di rotta, come la Turchia di Erdogan sta purtroppo dimostrando, e anche qui ovviamente non mancano segnali contrastanti.
Nelle telenovela in stile bollywood, sono sempre di più le attrici con il velo; mi dicono che è una moda, ma una moda inevitabilmente che crea un modello, un proselitismo che rischia di far partire un meccanismo che si sa dove comincia ma non si sa mai dove possa andare a finire.
È vero, i veli di questa parte del mondo sono spesso colorati e molto costosi, lontani anni luce da quei veli arabi che annientano qualunque femminilità. Ma è anche un mondo, dove ancora oggi sul passaporto è indicata la religione, dove, le giovani, una volta sposate, tornano spesso a indossare il velo e si fanno paladine dei valori islamici, magari dopo che per anni non hanno nemmeno considerato i precetti islamici.
Un mondo complesso, quello indonesiano, che cambia profondamente a seconda delle zone. Fa un certo effetto vedere, nei villaggi di Sumatra, bambine di cinque o sei anni con il velo; poi navigando lungo i fiumi del sud, non incontrare neanche una donna velata nei poveri villaggi su palafitte che vivono di sussistenza, come se la mancanza di controllo sociali e liberasse le donne, già alle prese con una vita difficile e faticosissima, dai fardelli religiosi. Così le vedi lavare i panni nel fiume, camminare con i bambini e accudire gli animali come qualunque donna italiana nelle nostre campagne fino a non molti decenni fa. Sumatra è meno popolata di Giava, anche se il governo sta promuovendo una trasmigrazione da per alleggerire la pressione demografica su questa isola. E così anche a Sumatra il dinamismo economico non manca. A Palembang si stanno preparando agli Asean Games, una specie di olimpiade del continente, del 2018, e arrivando in città vedi i lavori per lo sky train in fase molto più avanzata rispetto a Giacarta. Ma qui, ancor più che nella capitale, gli occidentali sono pochissimi, i grandi lavori sono spesso appaltati ai cinesi, e l’occidentale viene ancora visto come un corpo estraneo, in un Paese dove non esiste praticamente immigrazione (il reato di clandestinità è punito con cinque anni di reclusione) ed è un evento straordinario incontrare volti dai lineamenti occidentali.
Ma qui si incrociano ancora per le strade vecchi personaggi che sembrano usciti da vecchi film con i loro rickshaw, che da un lato mi affascinano, dall’altro mi creano disagio, nel pensare a queste persone, che da noi sarebbero magari pensionati alla bocciofila, sfinirsi in un clima tropicale, come se fossero cavalli da soma.
È l’Asia che sopravvive a fatica nella globalizzazione economica, cosi come quella che incontri a Pekanbaru, nel cuore di Sumatra, dove matrimoni e concorsi di bellezza ti mostrano costumi tradizionali colorati e sfarzosi, anche qui così lontani dal cupo oscurantismo islamico che aleggia in alcuni Paesi arabi, tra l’altro alleati dell’Occidente in una vergognosa ipocrisia utile solo a pochissimi interessi specifici.
Ma l’Asia romantica dei viaggiatori della prima metà del Novecento è quasi scomparsa in buona parte dell’Indonesia, soprattutto nelle due isole maggiori, Giava e Sumatra, quest’ultima fino a vent’anni fa una distesa infinita di foreste con tigri, elefanti e rinoceronti, sacrificate in larga parte all’industria dell’olio di palma, della gomma e della carta. Alcune iniziative interessanti finalizzate a fermare la deforestazione e addirittura a ripristinare alcuni territori ci sono, sfide difficili in un paese come questo, cosi popolato e che vede la conservazione spesso come un retaggio del passato.
Anche il caffè Luwak, prodotto tipico indonesiano, è diventato una catena di montaggio con un povero animaletto obbligato a ingurgitare chicchi di caffè in continuazione che poi vengono raccolti, lavorati e distribuiti come se fossero raccolti in foresta da animali in libertà.
Ma è difficile coniugare modernità, tradizioni, pressione demografica, conservazione e sviluppo. Questo paese potrebbe essere un laboratorio di convivenza, con le sue enclavi induiste come Bali, ormai congestionata come Giacarta, come Flores in prevalenza cattolica a due passi dall’isola di Komodo, dove vivono i famosi draghi, lucertoloni lunghi tre metri e dal peso di circa settanta chili, che sembrano uscire dalla preistoria. Sono tutelati dal governo, che li considera un patrimonio nazionale, cosi come le tigri di Sumatra; è un popolo orgoglioso quello indonesiano, con una lingua lontana dai ceppi asiatici, a cavallo tra l’Asia e l’Oceania, un mondo di frontiera cosi poco conosciuto a queste latitudini.
CONFUSO ORIENTE
Se ne parla poco dell’Indonesia, un quasi continente dalle enormi ricchezze naturali e dai grandi contrasti, dove incontri gruppi con la stessa divisa in aeroporto in procinto di partire per la Mecca a pregare e locali in cima ai grattacieli che potresti trovare a New York o a Milano. Locali alla moda dove è facile incontrare topi che ti attraversano la strada verso l’ingresso, in una città dove la raccolta dei rifiuti, così come in tante altre nuove megalopoli del mondo è complicata e inefficiente, dove il tassista ti racconta dei quattro motorini che gli hanno rubato negli ultimi due anni e ti dice di non avventurarti in giro per la città dopo le 11 di sera, perché per i pochissimi stranieri è pericolosa. Una città in cui i musulmani si lamentano degli induisti, accusati di lavorare poco, di pregare troppo e di inquinare l’aria con i loro incensi troppo profumati. Una città dove cani tenuti in gabbia, vengono utilizzati con aria feroce, per identificare possibili esplosivi nelle auto, e dove, superato il ringhiare di questi poveri animali, oltrepassi l’ennesimo metal detector, che suona, e ti sorride.