Libero, 11 marzo 2017
«Largo ai ricchi, i poveri non creano lavoro»
Che poi la babbuccia di Flavio Briatore non ti dà mica quell’idea di dinamismo. In fondo è una pantofola. Agile, certo. Ma che c’azzecca con la rapidità?
La domanda resta senza risposta. Quel che è certo è che l’unico che poteva riuscire nell’impresa di far assurgere la babbuccia a status symbol è Mister Billionaire. Con buona pace della rapidità. Un concetto, quest’ultimo, che lo attanaglia.
Il tempo. Dopo un articolato Risiko di telefonate, chiacchiere e mediazioni, la chiave per accedere al fu ragazzo di Verzuolo è la frase «Le rubo meno tempo possibile».
«Hello», dunque, «non seguo troppo le vicende italiane», ma poi e subito nei fatti si smentisce da solo. Senta un po’, che ne pensa della flat tax per attirare i ricchi in Italia? «Una cosa giusta. Porta soldi, gente che spende. Non c’è un downside. Solo upside». Che sarebbero svantaggio e vantaggio. L’inglese, dal suo “office” di Londra, ogni tanto tira una carenata all’italiano e gli sgorga dalla bocca.
Pollice su, allora, per la tassa unica a 100 mila euro. «È gente che non sarebbe mai venuta in Italia: iraniani, pachistani, indiani. Bene!». Gente ricca, ricchissima. «Di poveri in Italia ce ne sono già parecchi e non creano ricchezza».
Una frase, ribadita in altre sedi, che ieri ha scatenato la rivolta pauperista degli indignati speciali sul web. Ma sulla querelle, Briatore, non aggiunge altro. Ad alimentare la polemica non ci tiene. «Tornarci io in Italia? Non penso proprio, sto bene in Inghilterra. Quando avevo il salario da capo della Benetton, in Formula 1» ah, la velocità «qui pagavo il 30% del salario. E tutto ciò che produci fuori, al fisco inglese non interessa».
Se associ alla flat tax le parole “evasione” o “paradiso fiscale” si ferma un attimo, si distrae con la tv e risponde un po’ storto: «Tutte stronzate. Guardi che in Spagna e Portogallo esiste da tempo. Stamattina sentivo una trasmissione, non le dico quale, avevano idee strane. Molto strane». Mister Briatore, da London City, la tv italiana la guarda ancora. Prima cosa buona del governo Gentiloni? «Non è Gentiloni, ma Matteo Renzi. Mica nasce ieri ’sta cosa della flat tax, eh. Se ne parlava già cinque o sei mesi fa».
Rapido. Dritto al punto: Renzi. Che un po’, a lui che lo aveva benedetto in tempi non sospetti, gli è rimasto nel cuore. «Matteo credo sia ancora il migliore che abbiamo in Italia. Per adesso. I figli di Berlusconi non stanno nascendo». E non se ne vedono all’orizzonte, aggiungo. Ecco, «Matteo», o meglio il babbo, ha vissuto periodi migliori. Consip. L’indagine. «Andrà a finire come molte inchieste: in niente», la sentenza tranchant.
Già, c’è di mezzo il pm Woodcock... «Non so chi ci sia di mezzo, ma da quel che sento mi sembra aria fritta. Where is the beef?». Nuova spallata dell’inglese: dov’è la ciccia? «Le inchieste vanno sui giornali, sputtanano la gente poi si sgonfiano. Condanne zero». Una frase che ti aspetti, da chi ti ha appena lasciato intendere che il migliore è Matteo soltanto perché i pargoli del Cav latitano.
«Contro Renzi c’è un accanimento mediatico bestiale». Una strepitosa perdita di tempo, a suo parere. Sempre il tempo. «Il referendum, no? Non si è mica parlato di riforme, ma solo se stare con o contro Renzi. Abbiamo perso sei mesi. Governo immobile, riforme ferme per decidere se si odiava oppure no Matteo. Roba da terzo mondo».
Ecco, la paralisi: ma non è che anche Matteo ha qualche colpa? «Ha sbagliato. Ha preso due sberle e gli hanno fatto bene. Non può mica fare la guerra da solo contro Grillo e il centrodestra. Ma il fatto che abbia sbagliato lo ha reso più umano e simpatico. Deve andare avanti». E in effetti non si è granché fermato. La guerra continua e miete altre vittime: D’Alema e Bersani, raus. Il sospetto è legittimo: non è che non vedeva l’ora di cacciarli? «Non lo so se ha da guadagnarci, ma il mondo è cambiato, i comunisti che mangiano i bimbi non ci sono quasi più. Bersani e D’Alema sono parte del passato. E quando li vedi lo capisci».
Il partito Briatore è strutturato. Quando gli chiedi se vuole far politica ti risponde con una pernacchia, non ci ha mai pensato e mai lo farà. Ma la casta la brutalizza e ci prova gusto. «I nostri che durante le elezioni si fanno vedere, poi non li vedi più. Bussano alla porta, promettono qualunque cosa e dopo il voto se ne dimenticano». E perché allora lei... no, meglio non insistere. Sarebbe superfluo. Anche se, si ribadisce, il partito Briatore ne ha di argomenti. Mica soltanto economia e politica. Mettici i temi etici. Mettici Dj Fabo, per esempio. «Se stai male, se soffri ma sei lucido è meglio morire». Pane al pane. «Se fossi paralizzato, se sapessi che le speranze sono zero, chiederei di smettere di vivere, assolutamente. Ma che vita è? Per te, per la famiglia, gli amici».
Già, ci vorrebbe una legge. «Figurarsi... le robe che servono non le fanno».
Colpa della Chiesa? «Mannò...». Tutta colpa del tempo (sprecato). «Perdono sei mesi per il referendum, due per l’Italicum, ora buttano via un altro anno per le elezioni, hanno già iniziato. E alle cose che servono alle gente non pensano. Prenda Trump...».
Fulmineo, ti vola
da piazza Colonna
alla Casa Bianca, dal
grigio Gentiloni all’improbabile ciuffo
biondo del Donald,
il «vecchio amico»:
«Noi ci stupiamo
perché sta facendo
esattamente quello
che ha promesso
agli americani. Gli
hanno dato fiducia
e lui delivery (testualmente “consegna”) quello che ha promesso. Ci stupiamo, mentalmente pensiamo che sia uno scandalo ciò che fa. Ma lo aveva detto». C’è da vedere, però, quanto resisterà alla shit storm (stavolta l’inglese scappa a me, per la “tempesta di cacca”) che, copiosa, lo sta travolgendo. Giornali, televisioni, governi, pensatoi: tutti contro di lui. «Ha otto anni di tempo».
Celere Briatore, snocciola la certezza. Non solo resisterà, ma rivincerà.
«Sì, sicuro. Ero negli States la settimana scorsa, la maggioranza degli americani sta con lui». Casini in politica estera e guerre ne teme? «Ma no, poi noi non è che contiamo molto, all’Italia non succederà nulla». Ridacchia. E quando gli si ricorda che era tra i pochi italiani all’insediamento del nuovo presidente, tradisce un pizzico di orgoglio. Il tono della voce. «Sì, credo di sì. Di italoamericano c’era Zampolli. Ma di italiano...». C’era anche Tremonti, suggerisco, ma un aneddoto di quella giornata lo rivela? «No, le dico un’altra cosa: ho letto sui giornali che Renzi è stato in America e mi avrebbe chiesto di fargli incontrare Trump. Tutte balle». Eppure la voce avrebbe anche potuto inorgoglirlo, ma «bisogna dire la verità, non voglio prendermi meriti né demeriti».
L’onore del merito, invece, lo concede al Cavaliere. Che lo sport, per un uomo reso celebre dallo sport come lui, è roba seria. «Ma come si fa a criticare Berlusconi? Ha fatto la storia del Milan, ci ha sempre messo i soldi e ora per competere dovrebbe investire cifre enormi. Giusto che provi a passare la mano». Però la cessione ai cinesi non sembra un capolavoro. «Infatti con questi cinesi non so quanto duri...».
Pensate che Briatore suggerisca di scaricarli? Siete fuori strada. La dritta è il guizzo. Toh, la rapidità. «Passano anche un po’ per scemi quando vanno in giro a comprare cose che sono di molto superiori al prezzo di mercato», tipo il Milan. «Finché dura, approfittiamone». Trattativa perfetta, insomma, l’unico errore è non consegnare il pacco rossonero, e subito. Rapidità.
Allora, giusto per parlare ancora di velocità, una battuta sulla Ferrari? «Hope». Altra carenata inglese. «Speranza»: «Hope che sia una bella giornata, hope che il lavoro funzioni, hope che sia l’anno buono». Ma riponetele pure nel cassetto, le speranze: «La Mercedes dominerà molto più dello scorso anno. L’unica cosa che è cambiata in Ferrari è che non ci sono stati proclami». Ogni riferimento a Marchionne è tutt’altro che casuale. Poi, senza chiedergli nulla, racconta che «l’altra sera a Londra ho organizzato una cena a sorpresa per Bernie Ecclestone». C’erano Luca di Montezemolo, Marco Tronchetti Provera, Piero Ferrari, Niki Lauda, Toto Wolff, Max Mosley. La vecchia guardia. «Un tributo a Bernie, visto che i nuovi signori della Formula 1 (gli americani che hanno comprato il circus) lo hanno scaricato come un ferro vecchio». Le manca quel mondo o sbaglio? «Oggi è una roba per costruttori e ingegneri. Mi manca la Formula 1 dei piloti». Lo prendo come un sì.
Il tacco della babbuccia tamburella a terra. Rapido. Le dita sulla scrivania pure. Il tempo è finito. Ci sarebbe solo un’altra domanda. «Rapida». Rapidissima. Senta, la Brexit si farà davvero? «Non lo so, guardi, han fatto un gran casino». Scettico. E veloce. La ringrazio. «A lei».