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 2017  marzo 13 Lunedì calendario

«Laboratorio Rotterdam» Che succede nella città ideale?

«Sabato notte sono rimasto sveglio per seguire in televisione le immagini degli scontri tra la nostra polizia e i partigiani del presidente turco Erdogan. Non siamo abituati a vedere violenze per le strade. A Rotterdam poi, una città aperta, tollerante dove un abitante su due ha origini straniere, vedere i cani, i feriti tra i poliziotti e i manifestanti. Ventiquattro ore di follia. È stato uno choc». Un po’ urbanista, un po’ sociologo, l’architetto Bart De Joong lavora da anni alla riqualificazione del porto di Rotterdam, secondo al mondo dopo Shanghai, e del suo centro storico. Ha contribuito a cambiare volto alla città. In meglio. L’ha vista ingrossare, trasformarsi da reperto industriale svuotato dal trasferimento manifatturiero in una città colorata, vivibile, ambita proprio perché multietnica e tollerante, capace di guadagnare premi su premi come modello di inclusione sociale degli immigrati. Poi però con gli attentati islamisti a Parigi e in Belgio, il calo dei sussidi per l’integrazione sociale, l’alleggerimento delle borse di studio e degli assegni di disoccupazione il clima è cambiato.
«È arrivata la paura, la sensazione che ognuno, invece che pensare alla comunità, avrebbe fatto meglio a pensare a se stesso». E così è stato. Con l’appoggio alla chiusura della rotta balcanica per i siriani in fuga dalla guerra, con l’opposizione al Quantitative Easing della Banca Centrale europea la politica olandese ha virato verso posizioni isolazionistiche. «Più il governo si spostava a destra, diventando meno solidale e umanitario e molto più euroscettico e più la destra si faceva xenofoba, intollerante». Chi sta personificando la metamorfosi è Geert Wilders, l’uomo che immagina che, una volta al governo, potrà non solo vietare il Corano ma anche uscire dall’Europa. Una corsa a chiudersi tra i biondissimi «Ingrid e Henk» come dice Wilders.
«Ma io non mi rassegno – assicura De Joong —. Elsevier è una delle testate olandesi più prestigiose. Vietato dai nazisti durante la Guerra mondiale, ha il pedigree giusto per indicare l’“olandese dell’anno” e in prima pagina è arrivato Ahmed Aboutaleb, musulmano, figlio di musulmani marocchini, sindaco di Rotterdam. Se una città così è capace di produrre un uomo come questo non può chiudersi al mondo».
In un clima da guerra di civiltà, «nazisti» contro «dittatori», improvvisamente, si è trovato proprio Aboutaleb, il sindaco che ha formalmente sbarrato la strada al ministro degli Esteri di Ankara. Se c’è ancora qualcuno che cerca un «islamico moderato», una storia di «integrazione di successo», un esempio di conciliazione tra Corano e valori democratici può chiedere di Heer Aboutaleb in municipio. Fino alla vigilia di questa infuocata campagna elettorale si parlava di lui come della speranza del partito laburista. Invece Aboutaleb è rimasto a Rotterdam, ma al centro della più grossa crisi diplomatica degli ultimi anni. «Cosa sarebbe successo – ragiona De Joong – se i partigiani del presidente turco si fossero scontrati con i suoi avversari? Tutti cittadini olandesi, ma con passaporto turco, che usano le strade e gli autobus olandesi per fare una politica che passa sopra la testa dell’Olanda. Sono scenari da Sottomissione, il romanzo di Houellebecq».
C’è stato imbarazzo al municipio? Per nulla. Aboutaleb era stato chiaro anche dopo gli attentati terroristici del 2015 a Parigi. «Gli immigrati che non sanno accettare un giornale satirico come Charlie Hebdo possono anche andare a...», rot toch op, si dice a Rotterdam. Forse non è la tolleranza il modello Aboutaleb, ma l’assimilazione. «Liberi di esprimere opinioni – dice il sindaco —, basta che lo facciano pacificamente, secondo civiltà». Olandese.