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 2017  marzo 13 Lunedì calendario

Il mistero di quei lampi radio. «Spingono astronavi aliene»

ROMA Altro che le fantomatiche scie chimiche: sono le scie spaziali, oggi, ad appassionare gli scienziati, anche perché a lasciarle potrebbero perfino essere – come ipotizzano due serissimi astrofisici di Harvard – gli extraterrestri. Al cuore della suggestiva ipotesi ci sono i “lampi radio veloci” (fast radio burst), onde elettromagnetiche che attraversano il cosmo arrivando a intense ma brevissime folate – da 1 a 5 millisecondi – sulla Terra.
Dal 2007, anno in cui sono stati osservati per la prima volta dal radiotelescopio australiano Parkes, sono ancora un enigma. A gennaio il radiotelescopio Karl Jansky Very Large Array ha scoperto la sorgente di uno di questi “lampi”: una galassia nana a 3 miliardi di anni luce da noi.
Ma cosa li origina? «Nello studio Fast radio bursts from extragalactic light sails (Lampi radio veloci da vele fotoniche extragalattiche) che stiamo pubblicando su Astrophysical Journal Letters, io e Avi Loeb ipotizziamo che i lampi derivino da un sistema di propulsione simile a quello, già noto e testato, delle vele solari» dice Manasvi Lingam, ricercatore dello Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics. «È un esercizio mentale, ma d’altra parte le ipotesi concepite sinora – enormi stelle a neutroni, esplosioni di raggi gamma e eruzioni stellari – non soddisfano». Innanzitutto perché i lampi sono troppo “caldi”: «Se fossero naturali, questi lampi radio dovrebbero essere emessi da una superficie con una temperatura di 10 elevato a 37 gradi: non conosciamo oggetti astronomici naturali con temperature così alte» spiega Lingam. «Se invece di potersi muovere in maniera indipendente, come avviene nei corpi celesti naturali, gli elettroni fossero invece incanalati da un’antenna, allora non servirebbero temperature così folli» osserva Avi Loeb.
«Un altro aspetto singolare è che i lampi si ripetono in maniera irregolare. Quando invece i corpi celesti o emettono onde senza ripetizioni, oppure con ripetizioni periodiche. E c’è un ultimo aspetto “artificiale”: i lampi radio si concentrano intorno a una sola frequenza radio. Emittenti naturali come i pulsar non si comportano così».
Omini verdi a parte, il sistema di propulsione a vela fotonica non è fantascienza. Lo hanno provato con successo sonde come la giapponese Ikaros (arrivata vicino a Venere nel 2010) o l’americana “LightSail-A”(in orbita terrestre nel 2015). Entrambe vele romboidali che sfruttano la quantità di moto che i fotoni provenienti dal Sole trasferiscono quando colpiscono la loro superficie riflettente. Questa “pressione del Sole” che spinge le vele solari è un concetto introdotto già da Keplero, quando notò che le code delle comete vanno in direzione opposta al Sole, come se spinte, appunto, dalla pressione della luce solare.
Ma i fotoni necessari alla spinta possono essere prodotti anche dall’uomo: già nel 1984 il fisico – e scrittore di fantascienza – Robert Forward ipotizzò che con un potente laser terrestre, e una gigantesca lente di 1000 km di diametro, si potesse spingere una navetta interstellare. L’idea è stata rilanciata nel 2016 da Stephen Hawking e dal miliardario russo Yuri Milner con il progetto “Breakthrough Starshot”, iniziativa da 100 milioni di dollari con “nano-navicelle”, ossia minuscoli chip dal peso di un grammo, spinte da una batteria lunga un chilometro di laser a 100 Gigawatt. Così si raggiungerebbe Alpha Centauri in soli 20 anni andando al 20% della velocità della luce. «Siamo coinvolti come consulenti in quel progetto» rivela Lingam. Ma a ritenerlo non utopistico sono anche scienziati esterni, come il fisico René Heller del Max Planck Institute.
Resta un dubbio: quale strumento artificiale servirebbe a E.T. per emettere i lampi radio veloci che captiamo oggi? «Un cannone laser con diametro doppio rispetto a quello terrestre, e avrebbe bisogno – se alimentato a energia solare – di una distesa di pannelli pari alla superficie della Terra» spiega Avi Loeb. Ma del resto lo spazio è spazioso.