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 2017  marzo 13 Lunedì calendario

I fantasmi di Ravenna. «Non dimenticate quei tredici operai inghiottiti dalla nave»

«Da trent’anni mi perseguita un solo pensiero: impedire che quei tredici uomini asfissiati nella sentina di una nave siano dimenticati. Spiegare che quella cosa ci riguarda tutti. Noi e i nostri figli». Umberto Laureni non si dà ancora pace. Perito di parte civile nel processo per quello che resta il più grave incidente sul lavoro nell’Italia del dopoguerra, non smette di combattere la congiura del silenzio che avvolge quanto accadde il 13 marzo 1987 a Ravenna nella stiva della “Elisabetta Montanari”.
A scuotere non è solo la dinamica dell’evento. L’agonia interminabile, i tentativi inutili di uscire dalla trappola, l’impreparazione dei soccorsi, la criminale incuria del cantiere dove la nave è in riparazione. È anche il finale all’italiana, con condanne ridicole e nessun giorno di galera per i responsabili. Una tragedia che, dopo aver scioccato l’Italia, ha tuttora uno spazio infimo sul web: meno della nube tossica di Seveso. Come se nelle navi non si morisse ancora.
Ravenna dunque, marzo 1987. La gasiera “Elisabetta Montanari”, iscritta al dipartimento di Trieste, va a rimettersi in sesto nel cantiere della Mecnavi a Ravenna, ditta in posizione dominante, circondata da una galassia di imprese minori. Il lavoro più delicato sta sotto gli immensi bomboloni coibentati per il trasporto del gas liquido a bassissima temperatura, nel doppio fondo della stiva. Una tomba – alta novanta centimetri e divisa in un labirinto di loculi comunicanti – che va ripulita dai residui di nafta, per evitare miscele esplosive nel successivo momento del taglio e della saldatura.
È un compito sporco, per il quale non servono dipendenti o lavoratori qualificati. Così, nei giorni precedenti all’inizio dei lavori, gli intermediari delle ditte in subappalto (leggi “caporali”) entrano in azione per reclutare lavoratori avventizi (leggi “precari”). Alcuni vengono ingaggiati nei paesi dei dintorni il giorno stesso della vigilia. Certi sono minorenni, e vedono nell’offerta l’occasione per farsi un po’ di soldi e portar fuori la ragazza. Un gruppetto va a festeggiare al bar. Non sanno che quel primo giorno di lavoro sarà anche l’ultimo della loro vita.
Si chiamano Alessandro, Antonio, Domenico, Filippo, Gianni, Marcello, Marco, Onofrio, Paolo, Vincenzo. Ci sono due Massimi, uno di Imola e l’altro di Cervia, e un Mohamed nato al Cairo. Si presentano al cantiere. Ricevono stracci, secchielli, palette, poi scendono nello spazio fetido e male illuminato senza avere avuto nessuna istruzione. Non viene detto loro che in un’altra parte della stiva, teoricamente priva di infiltrazioni di morchia, si è già iniziato a tagliare le prime lamiere con la fiamma ossidrica. Ripulitori e saldatori, separati da una paratia, cominciano a lavorare nello stesso ambiente chiuso, senza sapere l’uno dell’altro.
Così succede che, a contatto con le lamiere surriscaldate dalla fiamma acetilenica, un imprevisto ristagno di nafta nella stiva evapora e si incendia. I saldatori cercano di spegnere le fiamme, ma gli estintori non si trovano. Il comandante della nave, senza avvertire nessuno, li ha tolti per farli ricaricare. I saldatori tentano di bloccare il fuoco con stracci e con i guanti, ma è inutile. L’incendio si espande e va a liquefare il catrame con poliuretano che riveste i sovrastanti bomboloni, sviluppando gas altamente tossici che, misti al fumo, trasformano i doppi fondi in roventi, venefiche canne fumarie e i boccaporti in coperta in sfiati infernali.
Fuori, tutta Ravenna vede una triplice nube nera levarsi dal cantiere. Dentro, nella nave, è il film di una morte da topi. Il cantiere toglie subito la corrente elettrica alla gasiera per evitare esplosioni, ma l’effetto è di precipitare nel buio assoluto i lavoratori tombati nelle sentine, privi di istruzioni su come mettersi in salvo in caso di emergenza. Quando arrivano, i Vigili del fuoco non sanno come entrare in quella corazza d’acciaio rovente. Sentono solo colpi – richieste d’aiuto – provenire sempre più debolmente dall’interno. L’agonia da acido cianidrico, fumo e calore durerà 45 minuti e sarà più lunga che nelle camere a gas di Birkenau.
E qui accade una cosa ancora più atroce. Mentre all’inferno si muore, i responsabili del cantiere, invece di intervenire per il salvataggio, cercano di mettere al sicuro se stessi. Improvvisamente veloci come il vento, senza dire cosa accade, contattano le famiglie dei “condannati” per farsi consegnare il libretto di lavoro e regolarizzare la posizione degli avventizi in modo da non pagare il conto della tragedia. Poche ore dopo saranno estratti i cadaveri. Otto su tredici di quelle vite andate risulteranno assunte in nero. «Non ho visto i corpi – racconta Laureni – ma solo i contorni in gesso tracciati sul ferro dalla polizia. Bastò a sconvolgermi. Dodici erano ammonticchiati come stracci in basso. Uno tracciava il profilo di un uomo aggrappato a una scaletta d’uscita». E aggiunge: «Ricordo che, all’arrivo della notizia, si bloccarono all’istante tutti i cantieri navali della nazione. Eravamo increduli. La tragedia aveva messo a nudo un sistema di lavoro senza regole nel cuore dell’Emilia rossa, forse il territorio più avanzato d’Italia quanto a tutela dei lavoratori». Al processo, i 22 legali degli accusati furono abilissimi. Scrive Rudi Ghedini nel libro- inchiesta Nel buio di una nave che essi spostarono la discussione sulla durata dell’agonia per oscurare la vera causa dell’ecatombe, che fu «l’abbattimento dei costi di sicurezza e l’assunzione di manodopera inesperta e ricattabile». Caporalato allo stato puro. Nella terza fase del dibattimento, in Cassazione, saranno condannate solo otto persone per un totale di ventidue anni di carcere.
Un iter interminabile, umiliante per i parenti delle vittime e persino per il sindacato, che verrà respinto come parte civile. Col tempo l’evento si smaterializzerà, diverrà rapporto, scartoffia, assimilandosi al concetto di catastrofe, come un terremoto o un’alluvione. Il resto lo faranno l’umana voglia di dimenticare dei parenti e la storica propensione dell’Italia al fatalismo e alla rimozione. Oggi i lavori sporchi li fanno gli immigrati. E la Mecnavi opera ancora, senza problemi. Le è bastato cambiare nome.