la Repubblica, 13 marzo 2017
Nel Canada senza muri. «Per noi migranti la vera America è qui»
CHAMPLAIN La via per il nuovo American Dream è questa strada di campagna, con ancora qualche traccia di neve, e un cartello da non prendere alla lettera: “Passaggio vietato”. A Roxham Road nella cittadina di Champlain, stato di New York, finiscono gli Stati Uniti e comincia il Canada. Qui non ci sono muri, caselli autostradali. Solo una barriera arrugginita – e aperta – e un piccolo obelisco in pietra. Questa strada è diventato negli ultimi mesi il passaggio dei migranti clandestini che delusi dall’America, cercano il sogno oltre la frontiera. Un taxi si ferma, scendono un uomo con due trolley e una donna con un bambino in braccio. Una poliziotta intima: “Stop”, ma è solo un attimo poi cambia atteggiamento, si china per accarezzare il piccolo imbacuccato in un piumino verde e accompagna i tre alla macchina. Da qui in poi per loro forse comincia una nuova vita.
I clandestini arrivano sempre in piccoli gruppi, famiglie soprattutto. I tassisti fanno la spola dalla stazione ferroviaria, a volte dall’aeroporto di Plattsburgh, venti miglia più a Sud. Portano con sé le loro valigie, camminano lentamente sulla neve per non scivolare, con i figli in braccio. Sono migranti, richiedenti asilo o in attesa dello status di rifugiato che si avvicinano al confine tra Stati Uniti e Canada in numero sempre crescente. Chi attraversa illegalmente a piedi la frontiera trova la polizia, a volte le manette. Vengono arrestati interrogati e registrati dalla polizia di confine canadese e affidati alla Canadian border agency, l’ufficio del governo che si occupa di migranti.
Non è chiaro perché proprio questo punto sia diventato quello più affollato (arrivano fino a venti persone al giorno) della lunga frontiera tra i due Paesi. Probabilmente conta la vicinanza di Montreal, a meno di un’ora da qui. Forse solo perché il tratto è più breve. Nelle scorse settimane due ragazzi africani che cercavano di passare il confine in Minnesota erano stati fermati con un principio di congelamento. La polizia non ha ancora cifre da fornire ufficialmente, si limita a dire di aver registrato un numero in forte crescita di stranieri che passano il confine illegalmente. Il Québec è la prima meta, poi la regione di Manitoba e la British Columbia. Nelle ultime due settimane sono stati registrati numerosi ingressi di famiglie dal Sudan e dalla Turchia. L’incremento è cominciato alla fine del 2016, per ragioni «che potrebbero essere legate all’elezione di Trump», spiega un portavoce della polizia canadese, e al suo bando su sette paesi musulmani – poi ridotti a sei nella seconda versione del decreto, dopo lo stop di alcuni tribunali americani – e della sospensione dell’ingresso di rifugiati siriani. «Li arrestiamo perché è un crimine», spiega un ufficiale, «come si fa con chi ha bevuto troppo, lo facciamo per questioni di sicurezza, anche la loro». Gli agenti aspettano educatamente al di là della linea di confine. E chi li vede è contento di affidarsi a loro. È il primo passo del percorso verso la vita che sognavano.
Stati Uniti e Canada hanno un accordo bilaterale sui rifugiati che impone di registrare la richiesta nel primo paese dove si è messo piede. Ma le procedure negli Usa sono diventate lente, il clima è cambiato, chi proviene dai sei paesi messi al bando teme la deportazione. Ma in generale molti preferiscono ora tentare la sorte in un altro Paese. Il Canada ha procedure molto più rapide per l’assegnazione dello stato di rifugiato (4 mesi in media, contro anni negli Usa) e ha una politica sui migranti molto più aperta. «La diversità è la nostra forza, vi accoglieremo a prescindere dalla vostra fede», ha dichiarato il premier Justin Trudeau che in questi mesi è stato in aperta polemica con gli Stati Uniti. Un numero su tutti: gli Usa hanno accolto 12mila siriani dell’ultima ondata della guerra civile; il Canada 40mila. L’arresto sul suolo canadese, di fatto, azzera l’accordo. Quindi anche chi aveva già fatto richiesta negli Usa può ripresentarla in Canada. Dopo l’arresto, un breve interrogatorio e la registrazione, normalmente la polizia li rilascia con in mano un biglietto dell’autobus per Montreal. Qui vengono accolti con l’assistenza di numerose associazioni e firmano le carte che lo porta verso lo status di rifugiati.
Tra l’altro il Canada negli ultimi anni è diventato un Paese più appetibile per molti motivi. Li spiega Scott Gilmore, ex diplomatico, in un saggio appena uscito e che ha avuto risalto sui media americani: accesso più facile al sistema scolastico (il 59% dei canadesi ha una laurea contro il 46% degli americani), il sistema sanitario è abbordabile, il clima politico è pro-accoglienza. Senza contare che le statistiche dicono che negli Usa la possibilità di essere arrestati è sei volte maggiore. Il Canada è persino un paese più felice secondo, gli indici internazionali e dove si vive anche in media 2,5 anni di più che negli Usa. Chi attraversa lo fa in silenzio, non c’è voglia di raccontare. I residenti di Champlain, contea di Clinton (proprio così, e qui Hillary ha surclassato Trump) osservano pazienti e un po’ incuriositi dal trambusto che si è creato sulla loro strada, deserta fino a poche settimane fa. Il passaggio avviene in pochi minuti, con una procedura semplice, ma evidentemente studiata. La donna che ha appena varcato il confine, mormora parole in tono gentile agli agenti. Sembrano quasi delle scuse, poi si avvia scortata verso il nuovo “american dream”.