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 2017  marzo 13 Lunedì calendario

Il populismo «orange» dell’ex punk Wilders che minaccia l’Europa

IN tempi normali, pochi fuori dei Paesi Bassi avrebbero fatto attenzione alle elezioni politiche che si tengono questa settimana in Olanda. In tempi normali, chi ci fa attenzione si sarebbe aspettato l’ennesimo governo centrista. Perché la politica olandese è stata fin qui sempre dignitosa: e prevedibile.
Ma i tempi in cui viviamo non sono normali. Il populismo si fa sempre più strada in Occidente. E pur se differenti per molti aspetti, populisti di destra come Marine Le Pen in Francia e Geert Wilders in Olanda hanno in comune il disprezzo per l’Unione Europea e l’idea che immigrati e rifugiati musulmani minaccino le identità nazionali dei loro paesi. Per questo ciò che sta accadendo nei Paesi Bassi è un indizio di quel che potrebbe accadere in altre elezioni europee: e il simbolo di quanto il futuro dell’Unione Europea sia a rischio. Wilder, così come Marine Le Pen, ha infatti promesso di indire un referendum sulla permanenza nella Ue, versione olandese della Brexit. Vuole precludere ai musulmani l’ingresso nel Paese, deportarli se commettono reati, chiudere le moschee e mettere al bando il Corano, che paragona al Mein Kampf.
Stando ai sondaggi, il Partito per la libertà di Wilders mercoledì potrebbe uscire dalle urne come primo partito, seguito dal Vvd del premier Rutte: dunque va preso sul serio. Anche in caso di clamorosa vittoria, però, Wilders difficilmente diventerà primo ministro. In Olanda si vota con il sistema proporzionale, in corsa ci sono ben 28 partiti ed è improbabile che uno di loro possa formare da solo un governo. Dopo il voto ci saranno trattative e s’imporrà la coalizione più fattibile. Anche Rutte, che pure guarda sempre più a destra, ha escluso accordi con Wilders che ha dunque scarse possibilità di governare il Paese. E pensare che fino a qualche tempo fa Wilders sarebbe stato considerato un personaggio assurdo. Non solo perché è l’unico membro ufficiale del suo partito (espediente che gli assicura di mantenerne il controllo totale): le sue opinioni su immigrati, Islam e Unione Europea – per non parlare dello stravagante colore di capelli e dei suoi tweet volgari – lo avrebbero messo ai margini della società olandese. Un popolo che si considera con orgoglio tollerante, progressista e illuminato. Faro del multiculturalismo, paradiso delle droghe leggere, campione dei diritti gay e di quello all’eutanasia, aperto agli immigrati e ai rifugiati di tutto il mondo. La tolleranza è talmente parte dell’identità nazionale olandese, che Wilders usa i diritti omosessuali e l’uguaglianza di genere per dipingere i musulmani come intolleranti. Ma il populismo all’olandese si basa su un paradosso: mentre alcuni detestano i musulmani conservatori proprio per i loro atteggiamenti verso donne e gay, altri guardano a Wilders sperando che ripristini le certezze di un tempo, quando la società era più tradizionale ed etnicamente omogenea.
Il fatto è che la tolleranza che ha fatto di Amsterdam la meta dei fricchettoni si è sempre concentrata nelle città della costa Nord. Wilders è invece di Limburgo: area a prevalenza cattolica nell’entroterra della provincia più meridionale del Paese, al confine con Belgio e Germania. Qui un tempo i limburghesi traevano dalla Chiesa e da miniere di carbone un forte senso di appartenenza. Ma negli anni 60 e 70 le miniere hanno chiuso e Chiesa e partito cattolico hanno perso influenza. Contemporaneamente, il risentimento verso le élite delle grandi città è cresciuto – e non solo a Limburgo. Al pari di altri populisti, Wilders promette di «riprendersi il Paese» e difende l’identità nazionale. Dall’Islam, certo, ma anche da Bruxelles e dalla Ue. Appagando così coloro che di fronte a globalizzazione, nuove tecnologie, secolarismo, immigrazione, crisi dei rifugiati, stagnazione economica e violenza islamista provano un senso di smarrimento e sognano il ritorno a un passato che non c’è – quello dove tutti erano rassicurati dall’essere circondati da propri simili.
In Olanda non è chiaro come una simile aspirazione possa tradursi in realtà, visto che la società è un mosaico di identità diverse, legate ad affiliazioni religiose. Qui ogni comunità contava su una propria rete sociopolitica e culturale e rappresentava un pilastro della società. La politica poggiava su compromessi stretti tra i leader di questi pilastri, che attraverso coalizioni di governo attentamente soppesate gestivano la società. Di quei pilastri oggi rimane poco: ad eccezione della monarchia e della nazionale di calcio dalla maglia arancione non c’è molto altro a definire l’identità nazionale olandese.
Così quando Wilders parla di «valori olandesi», è difficile capire a cosa si riferisca. I diritti degli omosessuali e la parità di genere non sono certo valori tradizionali. Eppure incitati da gente come Wilders, gli olandesi si impantanano in diatribe assurde, come quella sulla figura di Black Pete: l’aiutante nero di San Nicola. Una tradizione che risale al XIX secolo che gli olandesi di colore trovano offensiva e chiedono a gran voce di abolire: atto che la destra definisce un attacco all’identità olandese. Alle dispute sull’aiutante nero di San Nicola sono stati dedicati dibattiti e violente manifestazioni di piazza. Ma le dispute su Black Pete, sull’Europa e sull’Islam sono il simbolo di un risentimento più profondo contro le élite cittadine che formano governi paternalistici e tecnocratici e vivono senza disagio l’economia globalizzata e la presenza di istituzioni internazionali.
Wilders, ex musicista punk la cui famiglia materna è mezza indonesiana, sembra il meno adatto a difendere l’identità di una nazione protestante e tollerante, in cui persone di fedi e convinzioni diverse hanno sempre vissuto in pace. Ma in comune con i suoi elettori ha la rabbia verso chi sospetta possa ritenersi migliore di lui. Ciò potrebbe non bastare ad assicurargli la carica di primo ministro: ma la sua politica della rabbia avrà ugualmente fatto già molti danni.
(Traduzione di Marzia Porta)