la Repubblica, 13 marzo 2017
Soglie alte e Pisapia in lista il piano dell’ex premier per non fare accordi
TORINO Appello al voto utile, soglia di sbarramento al 5 per cento per fare una bella scrematura fra chi ha i voti e chi non li ha, disponibilità a candidare nella lista del Pd alcune figure della sinistra. «Pisapia e Boldrini possono presentarsi sotto il nostro simbolo, da indipendenti. Per loro c’è posto», spiega ai suoi Matteo Renzi. Tutto il resto della galassia, out.
È il giorno della rottura nel centrosinistra, almeno nella sala strapiena del Lingotto. Il presidente reggente Matteo Orfini aggiunge: «La sinistra è qua». Come dire, non fuori. E se non cambia il sistema di voto, ovvero non vengono introdotte le coalizioni per un premio di governabilità, ma rimane il voto al singolo partito, sarà competizione dura e pura. «Con l’appello al voto utile, che nel 2008 portò il Pd di Veltroni al 34 per cento e la Sinistra arcobaleno alla scomparsa», dice un renziano. Allora però c’era il maggioritario. Significa un richiamo al voto utile molto più incisivo. La campagna elettorale di Renzi sarà ancora guidata da questa bussola, tanto più con il 40 per cento da raggiungere alla Camera per avere il premio.
Per questo i tre giorni del Lingotto hanno avuto un filo conduttore: la copertura a sinistra, rispolverando cose vecchie e nuove, da Gramsci a Pasolini, dalla scuola politica al discorso di Emma Bonino sull’immigrazione alla vice-leadership di Maurizio Martina. Salvo le correzioni di Minniti e Serracchiani di ieri («I cittadini hanno paura e con quella paura dobbiamo fare i conti»), salvo precisare che chi dà lavoro (Marchionne) non è meno importante degli stessi lavoratori.
A sinistra l’atteggiamento, più che quello del dialogo, è quello della sfida. Lo si capisce meglio dalla strategia che Renzi ha in mente per la legge elettorale. Ci si è rassegnati a volare bassi, cioè a mettere da parte impostazioni maggioritarie e ad accontentare solo la richiesta venuta da Sergio Mattarella: rendere omogenei i sistemi di voto di Camera e Senato. Su questo il presidente della Repubblica non farà sconti: un intervento è necessario. Bene, l’intervento potrebbe essere il pareggiamento della soglie. Alzandola alla Camera e abbassandola al Senato, dove però i voti vanno conteggiati regione per regione.
Oggi lo sbarramento è il 3 per cento a Montecitorio e l’8 a Palazzo Madama. «Alla Camera si può portare al 5 per cento», dice il costituzionalista Stefano Ceccanti. Non di più perché le sentenze della Corte costituzionale vanno tutte in questa direzione, una soglia più alta ha rischi distorsivi sulla rappresentanza. Significa che le liste a sinistra del Pd devono prendere milioni di voti per entrare in Parlamento. E che l’appello al voto utile tornerebbe ad avere un senso.
Al grosso del Pd renziano l’assetto di coalizione continua a non piacere. Il dialogo, poi, è minato dal caso Lotti-Consip: dopodomani al Senato si vota la mozione di sfiducia. Il gruppo degli scissionisti (sono tutti ex Pd a Palazzo Madama) prepara una mossa che è allo stesso tempo di rottura con Renzi e di sostegno a Gentiloni: uscire dall’aula al momento del voto. Può farlo in silenzio, senza intervenire in aula e allora la spaccatura sarà meno indolore. Oppure decidere di motivare la scelta e qualsiasi dialogo ne uscirà compromesso. Anche perché il ministro dello Sport pensa a difendersi attaccando. Rispondendo punto per punto alla mozione grillina.
Nessuno spazio per alleanze a sinistra. A meno che Pisapia e Boldrini non vogliano sventolare la loro bandiera dentro il Pd. «I sondaggi del dopo scissione non sono veritieri – è il commento di Renzi con i suoi – Sono tutti i voti che con il tempo recupereremo».