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 2017  marzo 12 Domenica calendario

Intervista a Gianni Bozzacchi

Davvero, non si sa cosa pensare di Gianni Bozzacchi, che per un certo numero di anni è stato il fotografo personale della più grande diva cinematografica della seconda metà del Novecento, ossia Liz Taylor. Ancora giovanile e in tiro, nonostante i settantatré anni, la sua storia rinvia a quei personaggi della commedia all’italiana, sempre in bilico e oscillanti tra la scalata e la caduta. Lo studio romano è tappezzato di foto di Liz, di Richard, di Steve, di Robert. I nomi (e i volti) suggeriscono una certa familiarità con le grandi star hollywoodiane. Un libro che esce negli Stati Uniti ( My Life in Focus, edito da Triworld) racconta la storia di questo fotografo “che volle farsi re”. Bozzacchi sembra credere all’influenza delle stelle. Nell’ordine scodella tre o quattro progetti galattici: un film con DeNiro su Enzo Ferrari ( mi fa vedere il copione in inglese della sceneggiatura); un film su Andreotti (idea, con tutto il rispetto, un po’ vecchiotta dopo Il Divo di Sorrentino) e infine un film tratto da Pane nero, il grande racconto che Miriam Mafai dedicò ai risvolti tragici della guerra e al ruolo delle donne (regia affidata a Marco Tullio Giordana e prodotto dalla Rainieri Group e dallo stesso Bozzacchi). Dice Bozzacchi: «Sono un figlio della guerra, nato un paio di settimane prima che a Roma gli americani bombardassero il quartiere di San Lorenzo. Ci furono grande strizza e drammi veri tra i romani. Poi arrivò l’8 settembre e l’Italia sprofondò nel disorientamento. Mio padre, che era sempre stato contrario alla guerra, sperò che l’incubo fosse finito. La verità è che era appena cominciato. Aveva quattro figli e una moglie: trovare cibo era difficilissimo».
Cosa faceva suo padre?
«Era fotografo presso l’Istituto della patologia della foto. Amava quel mestiere che trasmise a me e a mio fratello. Ma non volevo ripercorrere le sue orme. Non mi sentivo un medico della fotografia, un restauratore che accorre al capezzale dell’immagine e la cura. Volevo altro, ma francamente non sapevo neppure bene cosa».
All’inizio tutto è molto confuso.
«I miei desideri erano come ormoni, esplodevano incontrollati. Poi c’era la fame del dopoguerra. Gigantesca. Ossessiva. Chi c’è passato difficilmente la dimentica. Modifica l’atteggiamento nei riguardi del mondo e delle cose. Anche in un mestiere come il fotografo».
Ricorda la sua prima foto?
«Avevo quattordici o quindici anni. Era la fine degli anni Cinquanta, con un amico andammo a via Veneto. Portai con me la macchinetta di mio padre. Cominciammo a passeggiare. A un tratto, da un caffè, uscirono Edmund Pardon e Anna Magnani. Li vidi darsi furtivamente un bacio e scattai la mia prima foto. Peccato che non venne niente. Niente, intendo, di significativo. La foto era insulsa. Loro neppure si vedevano. Una delusione. Però capii che quello era il mio mestiere. Cominciai a fare esperienza in un laboratorio romano, ritoccando le foto. Ero bravo. Desideroso di crescere. Con l’obiettivo di entrare nel mondo del cinema, per conoscerlo, amarlo, immortalarlo».
Come palcoscenico c’era appunto via Veneto.
«Era la nostra via della seta, ma per niente facile da percorrere. Fellini l’avrebbe resa universale, creando la figura mitologica del paparazzo. Non mi interessava essere quel tipo di fotografo. Non volevo stare nella giungla col fucile in mano aspettando la preda».
A cosa aspirava?
«Forse a un’occasione che mi riscattasse anche agli occhi di mio padre che si augurava fossi l’erede della sua onesta carriera. L’occasione arrivò. Sebbene lavorassi per un’importante agenzia fotografica, mi sentivo insoddisfatto e anche vessato dal proprietario. L’agenzia doveva mandare qualcuno per fare un servizio in Africa, sul set di un film con Liz Taylor e Richard Burton. Era una rogna. Priva tra l’altro di interesse perché non si trattava di fare il fotografo, ma il fattorino. Nessuno perciò volle andare».
E lei invece non si tirò indietro.
«Anch’io ero restio. Bisognava raggiungere il Dahomey, oggi credo si chiami Benin, arrivarci era disagevole. Fra disguidi e attese giunsi sul set dopo una settimana. Un caldo asfissiante. Si parlava solo inglese e francese. Non conoscevo nessuna delle due lingue. L’unica persona con cui riuscii a scambiare due parole, perché di origine corsa e sapeva un po’ di italiano, era Claudye, la parrucchiera della Taylor. Allora non sapevo che sarebbe diventata mia moglie. Quando ci sposammo, nel 1968, testimoni di nozze furono Liz e Richard».
Come era entrato nelle grazie della diva?
«Per le foto che le avevo fatto di nascosto sul set e che le piacquero molto e poi grazie a Claudye che Liz considerava come una sorella minore. Divenni, per quanto la cosa sembrerà strana, uno di famiglia».
Che faceva in una “famiglia” così?
«Giravo il mondo, ospite nelle case più belle, negli alberghi più prestigiosi e assistevo agli incontri più incredibili. Da “Gianni il roscio” ero diventato “Gianni il re delle macchine fotografiche”. Improvvisamente mi ritrovai celebre».
Con quali effetti?
«Ero improvvisamente molto richiesto. Le grandi case di moda, quelle cinematografiche, le agenzie mi chiedevano servizi. Mi offrirono perfino di andare in Iran a fotografare lo Scià e la regina, Farah Diba. Partimmo con mia moglie per Teheran. Ricordo il mio disagio quando la regina si presentò con un vestito di Dior e un trucco pesantissimo. Riuscii a convincerla che non era il modo giusto per essere fotografata. Quelle foto, molto libere, più da donna che da regina, fecero il giro del mondo. Con la soddisfazione dello Scià e la mia».
Com’erano Taylor e Burton in privato? Le cronache di allora parlano di frequenti litigi.
«Litigavano spesso. Con altrettanta rapidità si riappacificavano. Il problema di Richard era che non voleva diventare il signor Taylor».
C’era questo rischio?
«La personalità di Liz era enorme. I suoi gesti, le sue parole, mettevano in moto un magnete che attirava l’attenzione di coloro che le giravano intorno. Era la Diva. Se posso dirlo, senza rischiare il ridicolo, la reincarnazione del mito. Senonché, Richard non veniva da quell’Olimpo. Lui era un attore di teatro. Straordinario. Ma se avesse potuto non avrebbe mai fatto del cinema. Purtroppo doveva far fronte a una vita costosissima, fatta di aerei privati, yacht, di entourage da esibire e mantenere».
Partecipava alle spese.
«Entrambi erano costretti a lavorare moltissimo per conservare il loro alto tenore di vita. A Richard non piaceva. Sfogava la sua insoddisfazione nell’alcol. Da ubriaco diventava triste o rissoso. La prima volta che lo vidi litigare fu con Marlon Brando».
In che occasione?
«Fu sul set, durante le riprese del film in Africa. Brando, altro bel tipetto, aveva ritirato un premio per Liz Taylor e pensò bene di farle una sorpresa e portarglielo. Quel giorno irruppe sul set. Andò alle spalle di Liz, che era al trucco, e con entrambe le mani le palpò il sedere. Lei si voltò, rise senza imbarazzo e lo abbracciò. Ma Richard non fu per niente contento».
E lei invece non si tirò indietro.
«Con uno strattone allontanò Liz e diede una spinta a Brando. Poi cominciarono a prendersi a pugni. Fu un attimo. Mentre venivano divisi feci in tempo a fotografare la scena. Si avvicinò uno dello staff che mi sequestrò il rollino. Peccato, quell’immagine avrebbe fatto il giro del mondo».
Non le mancava la determinazione.
«La verità è che non sapevo chi fossi. Certo ero stato toccato dalla fortuna. Ma avevo anche la sensazione che tutto potesse finire con la stessa rapidità con cui era cominciato. E questo provocava in me una grande insicurezza. A volte pensavo: se scoprono che non so fotografare, che il mio è tutto un bluff, che figura ci faccio?».
Beh, il mestiere lo conosceva.
«Sapevo tenere in mano una macchina. Avevo l’istinto giusto. Ma chi ero veramente? Arrivavo da una realtà romana, piccolo borghese, ignorante come una capra, senza aver compiuto un vero percorso di iniziazione. In quegli anni la fotografia italiana poteva vantare nomi eccellenti: Ghirri, Mulas, Berengo Gardin, Dondero. Al confronto io chi cavolo ero? Non mi sentivo un paparazzo ma non avevo neppure una storia culturale alle spalle. Ero né carne né pesce».
Quanto le è durato il tormento?
«Per un po’. Quando capii che ero diventato parte importante di quel mondo, allora ho anche fatto pace con me stesso. Davvero ho fotografato le più grandi star in circolazione: Audrey Hepburn, Marlon Brando, Grace Kelly, quando era già principessa, Warren Beatty, Al Pacino, Brigitte Bardot, Mia Farrow, Steve McQueen. Non foto rubate; ma loro a chiedere che fossi io a fargliele. Ho fotografato Coco Chanel che voleva sposarmi e Pablo Picasso che era troppo concentrato su di sé per capire cosa stavo facendo».
Racconti.
«Andai a trovarlo nella sua villa nel sud della Francia. Un collezionista delle sue opere aveva commissionato delle foto e Picasso, che avevo conosciuto sullo yacht di Liz, chiese che fossi io a farle. Passammo le prime due ore in totale silenzio. Puliva con lentezza i pennelli, non parlava e fumava Gitanes papier maïs. Il fumo mi infastidiva. Mi sentivo nervoso. Guardavo quest’uomo piccolo, rotondetto, compatto, sicuro di sé e provavo soggezione. Non riuscivo a scattare. A quel punto gli feci la domanda più scema che potessi formulare: Come si diventa Picasso?».
E lui?
«Ignorò la domanda. Fece solo un gesto brusco. Mi sarei preso a schiaffi. Capii che la mia presenza gli dava fastidio. Feci a quel punto le mie foto e me ne andai».
Che cos’è il disagio nel suo lavoro?
«È incontrare persone o troppo sicure di sé o troppo tormentate. Passai un paio di giorni sul set del film I senza nome, interpretato da Alain Delon, Gian Maria Volonté e Yves Montand».Film noir bellissimo.
«Pienamente d’accordo. A me incuriosiva il regista, Jean- Pierre Melville: un uomo introverso, dotato di una personalità complessa e scontrosa. Non si separava mai dal suo Stetson. Aveva la passione per tutto quello che era americano: la cultura, il cinema, l’arte. Ma era come vivesse di riflesso. E questo provocava qualcosa di stonato. Tanto è vero che non ricordo neppure se lo fotografai».
Cosa sono stati gli anni Sessanta e Settanta per lei?
«Non ho avuto nessuna consapevolezza di quell’epoca. Potrei dire di non essermene accorto. Mi svegliavo in qualche villa lussuosa di Beverly Hills, o in un aereo privato o su uno yacht. Era la mia vita. Al di sopra dei mortali. E ho conosciuto davvero tutti: da Bob Kennedy ai Beatles. Posso dire di averli vissuti senza viverli davvero».
Evviva la franchezza.
«Ho utilizzato quegli anni meglio che ho potuto e sono stato altrettanto utilizzato. A un certo punto ho detto basta. Un giorno ero a Roma e passeggiavo per Villa Borghese. Sentivo montare una rabbia mista a disperazione. Una giovane coppia giapponese mi chiese una foto con la loro macchina. Feci di più. Scattai con la mia Laica. Poi gli diedi la macchina. Era un dono di Liz, di tanti anni prima. Per me rappresentò il modo forse peggiore di dire basta con la fotografia».
Che cosa non funzionava più?
«Forse il fatto di sapere che ogni volta che fotografavo era scontato che dovessi soddisfare prima il personaggio e poi me stesso. Ho iniziato così e ho finito così. In fondo, quel gesto di consegnare la macchina a una coppia di perfetti sconosciuti, voleva dire appunto questo: è l’ultima volta che soddisfo qualcuno. Poi loro furono carini, mi spedirono la Laica e vollero solo che gli firmassi le foto».
E a quel punto?
«Cambiai un po’ vita. Da Roma, dove mi ero trasferito, decisi di tornare in America. Mia moglie non era d’accordo sulle mie ultime scelte di vita. Ci separammo. Claudye, purtroppo, morì per una setticemia che non si riuscì a prendere in tempo. Tornai per il funerale a Roma e la sepoltura in Corsica. Ebbi il dubbio che in fondo più che sposare me avesse sposato Richard e Liz. Ero solo il riflesso di una storia d’amore. Si era chiusa definitivamente una stagione. Avevo cominciato a occuparmi di cinema, producendolo. Ed è il mestiere che ancora svolgo».
E Liz Taylor?
«Rimanemmo amici. Ci sentivamo ogni tanto per telefono. Dopo un quindicennio pazzesco il cinema cominciò a stancarsi di lei e soprattutto di Richard. La stampa li aveva adulati e osannati. La loro fu conclamata come la storia d’amore più grande al mondo. Era vero? Certo fu quella più raccontata».
E dopo?
«Dopo ci fu il tramonto. Non è facile abituarvisi. Per giunta Liz fu afflitta da problemi fisici dovuti in larga parte a una caduta da cavallo in gioventù. Era ancora una donna dotata di un fascino immenso. Spendeva la sua immagine a favore di iniziative di beneficenza. La chiamai il 27 febbraio del 2011 per farle gli auguri di compleanno. L’ultima volta che la sentii fu il 7 marzo. Venne al telefono. Mi sembrò confusa, distante, stanca di parlare di sé e degli altri. Morì, qualche giorno dopo, il 23 marzo, e con lei si spense la parte speciale della mia vita».
Come la giudica questa vita, oggi?
«Sono stato incredibilmente fortunato. Al di sopra dei miei meriti. Ho avuto quattro mogli. Con l’ultima ci siamo sposati da poco. Una figlia. Sono stato frainteso, invidiato, amato. Non mi ritengo un artista. In fondo la sola arte che conosco è proprio quella della vita».