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 2017  marzo 12 Domenica calendario

I palchi delle meraviglie

Può essere una sorpresa (o forse no) scoprire che papa Francesco e Vasco Rossi hanno qualcosa in comune. Ma d’altra parte, contenuti del loro proselitismo a parte, entrambi hanno bisogno di un allestimento speciale per catturare l’attenzione dei fan, nei grandi raduni che organizzano. Il palco, anzi il megapalco come ormai si dice. La struttura alta abbastanza per farsi vedere da quelli là in fondo, i grandi schermi video, le luci, le gradinate, il suono, le decorazioni. E dietro questa nuova industria, che si potrebbe chiamare architettura dell’effimero, o anche barocco postmoderno, ci sono in Italia – anzi, in Europa – sempre tre quarantenni dall’aria di ragazzi, e il loro studio che si chiama Giò Forma. Occupa il primo piano di una vecchia palazzina di Milano sud – soffitti di legno délabré, tavoli tutti uguali, computer, sedici ragazzi oltre ai titolari, due cani che si aggirano – e sforna un’ottantina di progetti all’anno. Una realtà che si sono inventati, incrociando per caso o per destino le loro passioni, e che in una quindicina d’anni è diventata un punto di riferimento, transitando dal rock all’Expo, dagli studi televisivi alla lirica, per arrivare (ma è solo un passaggio) al palco da cui papa Francesco saluterà mezzo milione di persone al Parco di Monza, il 25 marzo.
I tre sono un architetto livornese, un’artista milanese, un designer tedesco. Claudio Santucci, toscano laureato a Firenze.
Cristiana Picco, diplomata a Brera ed ex-scenografa alla Scala. Florian Boje, che da Amburgo calò a Milano «perché mio padre mi disse che se volevo fare seriamente il designer dovevo venire qui». Cristiana e Florian sono anche moglie e marito, e hanno una figlia di quindici anni. Tutti e tre pazzi per la musica. La prima impresa di Cristiana e Florian, quando si conobbero da studenti a Brera, fu metter su un gruppo punk: lui chitarrista, lei cantante. E Claudio, che avrebbero incontrato solo nel ’98, era un bassista: «Io e Florian abbiamo scoperto di essere stati come fulminati dal palco di un concerto dei Pink Floyd, lui a Hannover e io in Italia, e abbiamo deciso che quello sarebbe stato il nostro mestiere». La svolta fu Vasco Rossi: il suo manager passò davanti a una vetrina allestita per la Virgin da Cristiana e Florian, e li ingaggiò per progettare il palco della tournée. Claudio, che era riuscito a lavorare a Londra con Paul Staples, lo scenografo dei Pink Floyd, si trasferì a Milano dove aveva saputo che c’erano due con la sua stessa passione.
Lui e Florian, poi, prima di conoscersi avevano presentato la stessa tesi sui palchi rock.E il nome Giò Forma da dove viene?
«Eravamo tre ragazzi che nessuno conosceva», risponde Florian, «e abbiamo deciso di inventarci un nome. C’erano parecchi Giò fra i nostri idoli: Giò Ponti, Giò Pomodoro, Joe Colombo. Faceva anche comodo: qualche cliente pensava che dietro a questi tre sconosciuti ci fosse un più autorevole e anziano signor Giò Forma”. Da metà anni Novanta comincia quella che chiamano “la gavetta”: «Abbiamo progettato i palchi di centocinquanta studi per Mtv in tutta Europa, e i palchi per molti musicisti italiani». Per dire: Laura Pausini, Tiziano Ferro, Marco Mengoni, Giorgia, Renato Zero, e poi Vasco. Progettare un palco vuol dire questo: ci sono aziende che noleggiano la struttura, e loro tre che la allestiscono.
«Ora, visto che il lavoro è andato evolvendosi, non è più solo disegno. Bisogna inventarsi una storia, trovare un’idea. E usare mezzi diversi che vanno al di là della scenografia».
L’Albero della Vita, che ha avuto un enorme successo a Expo, realizzato con la direzione artistica di Marco Balich e costruito da un consorzio di aziende bresciane, era una struttura parecchio complicata: «Nata», spiega Florian, «dal motivo che Michelangelo usò per la pavimentazione di piazza del Campidoglio». I tre sono molto affascinati e ispirati da modelli michelangioleschi e leonardeschi, anche se davanti ai loro progetti vien da pensare al barocco di Giambattista Marino: “È del poeta il fin la meraviglia...”. C’è qualcosa delle feste di corte del barocco negli allestimenti dei grandi concerti rock: una rappresentazione effimera perfettamente concepita e calibrata per generare stupore. «E di sicuro c’è una continuità con la storia sociale dell’arte», commenta Tomaso Montanari, storico dell’arte e docente universitario. «Nel Barocco ci fu un’enorme esplosione. Le città erano mobili, smontabili. Per la cosiddetta Cavalcata del possesso, all’elezione del Papa, si allestivano archi, facciate colorate, piazze e cortili a geometria variabile».
Quindi di questa industria dell’effimero rock, televisivo, teatrale e financo papale non c’è da stupirsi. «Perfino del colonnato di San Pietro», continua Montanari, «si disse nel Seicento che era un teatro. L’arco centrale doveva lasciar passare una carrozza, da ogni lato si doveva vedere la finestra. Una sorta di teatro apostolico che Bernini prima disegnò, poi ne costruì un modello in scala, e poi addirittura uno a grandezza naturale, con tutte le colonne, per verificare l’effetto».
Dal punto di vista del popolo, poi, pure poco è cambiato. Il pubblico oggi vuole essere partecipe dell’unicità del momento, tuffarcisi dentro, testimoniare la propria presenza corporea, come appunto a teatro.
Florian lo chiama il senso del deep dive, del tuffo in profondità. Quella cosa che spinge migliaia di persone, insieme, ad alzare il telefonino: ci sono foto impressionanti di concerti così. «Per noi, si può dire, ogni cosa è un palco. Una scatola che va riempita e vestita di emozioni». Era un palco, in qualche modo, anche il Palazzo Italia progettato a Expo, dove i visitatori entravano letteralmente nelle immagini delle città italiane. O rimiravano un plastico d’Europa dove l’Italia non c’era: «E i bambini erano i più bravi a fantasticare su quella mancanza».
Poi, dall’effimero roboante rock, Giò Forma ha allargato i confini. «Stiamo disegnando due musei, mostre permanenti», dice Florian. «Ci siamo così allenati a raccontare storie, che adesso possiamo anche fare cose che rimangono». Quindi una villa sul lago, degli uffici, un parco, perfino una macchina del caffé, una specie di Rolls Royce della categoria. E la prossima impresa, dicono, è «espugnare la lirica». Saranno loro le scenografie del Tamerlano alla Scala, della Manon al San Carlo, dell’Adriana Lecouvreur a Montecarlo, dell’opera di Sidney e di quella di Muscat, in Oman. A settembre allestiranno un concerto di Bocelli al Colosseo. «Possiamo dire di lavorare come pazzi, circa ottanta progetti all’anno. I giovani che lavorano con noi, alcuni da quindici anni, sono iperspecializzati. Siamo cresciuti insieme, e ora siamo lo studio più grande d’Europa nel nostro settore». Questa macchina dell’effimero, insomma, è più che mai oliata ed efficiente: «Anche se», ammette Florian, «siamo una macchina che cerca una sua definizione. Usiamo la modernità, ma stiamo anche tornando a disegnare a mano.
Ci piacerebbe mettere quel che abbiamo imparato nella riprogettazione di spazi pubblici. Spazi da rendere attraenti, non dico spettacolari».